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La lama dei sogni

Электронная книга - «La lama dei sogni». Краткое содержание книги:

Elayne si ritrova invischiata nella lotta per la successione al trono di Andor, ma le Sorelle dell’Ajah Nera che si nascondono a Caemlyn sono pronte a far scattare su di lei una trappola mortale, mentre Egwene, caduta nelle mani delle Aes Sedai e ridotta al rango di novizia, non può far altro che sopportare con tenacia le punizioni inflitte per tentare di sgretolare dall’interno il controllo che Elaida esercita sulla Torre Bianca e gli intrighi delle Sorelle. Intanto Rand al’Thor, il Drago Rinato, impegnato nei preparativi per una tregua con i Seanchan, deve vedersela con i Reietti che cercano in ogni modo di ostacolarlo. Mat e Tuon, al seguito della carovana di Valan Luca, sono diretti al confine del territorio controllato dai Seanchan; la giovane Figlia delle Nove Lune è sul punto di completare la formula di nozze, ma sta per essere raggiunta da un’inattesa e sconvolgente notizia da Ebou Dar. Allo stesso tempo Perrin, dopo l’inaspettata alleanza con i Seanchan, si reca a Malden per sconfiggere gli Shaido e liberare l’amata Faile, intenta a pianificare la fuga dalla prigionia. Questi e altri coinvolgenti avvenimenti si intrecciano a nuovi e imprevedibili eventi corali che annunciano come Tarmon Gai’don, l’Ultima Battaglia, sia ormai alle porte...
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Ma non era venuto a Tear per uccidere nessuno, non a meno che fosse necessario, perciò cavalcò nel corrile delle stalle di una locanda col tetto di tegole, tre piani di pietra grigio scuro dall’aspetto benestante. L’insegna davanti era dipinta di fresco con — che coincidenza — una rozza approssimazione delle creature che gli circondavano gli avambracci. L’artista a quanto pareva aveva deciso che le descrizioni della creatura non erano adeguate, però, poiché aveva aggiunto lunghi denti aguzzi e ali coriacee e dotate di una struttura ossea. Ali! Parevano quasi copiate da una di quelle bestie volanti dei Seanchan. Cadsuane guardò l’insegna e sbuffò. Nynaeve la guardò e ridacchiò. Min fece lo stesso!

Perfino dopo che Rand ebbe dato agli stallieri scalzi dell’argento per occuparsi dei cavalli, quelli fissarono le Fanciulle più delle monete, ma non quanto gli avventori nella sala comune col soffitto a travi del Drago. Le conversazioni si spensero quando le Fanciulle seguirono Rand e gli altri all’interno, con le punte delle lance che sbucavano sopra le loro teste e gli scudi di pelle di toro in mano. Uomini e donne, perlopiù in abiti di lana semplice, ma di buona qualità, si voltarono nelle loro sedie dal basso schienale a fissarle. Parevano essere mercanti modesti e seri artigiani, tuttavia rimasero a bocca spalancata come paesani che vedevano una città per la prima volta. Le servitrici, in scuri abiti dall’alto collo e corti grembiuli bianchi, smisero di correre in giro e rimasero con lo sguardo stralunato sopra i loro vassoi. Perfino la donna che suonava un dulcimer a martelletti fra i due caminetti di pietra, freddi in quella bella mattinata, smise di farlo.

Un tizio dalla carnagione molto scura, con folti ricci, a un tavolo quadrato accanto alla porta, non parve notare affatto le Fanciulle. Rand sulle prime lo prese per uno del Popolo del Mare, anche se indossava una giacca particolare senza colletto o risvolti, una volta bianca ma ora macchiata e spiegazzata, «Ti dico, ho molti, molti dei... dei vermi che fanno... sì, fanno... la seta su una nave» disse esitante in uno strano accento melodioso. «Ma devo avere le... le... foglie di erbacea... sì, le foglie di erbacea per nutrirli. Saremo ricchi.»

Il suo compagno sollevò una mano grassoccia per scacciare la questione perfino mentre fissava le Fanciulle. «Vermi?» disse con fare assente. «Tutti sanno che la seta cresce sugli alberi.»

Procedendo più addentro nella sala comune, Rand scosse il capo mentre il proprietario avanzava per incontrarlo. Vermi! Che storie si inventava la gente per cercare di spillare monete a qualcun altro.

«Agardo Saranche al tuo servizio, mio signore, mie signore» disse l’uomo magro e dall’incipiente calvizie con un profondo inchino, allargando le braccia. Non tutti i Tarenesi erano scuri, ma lui aveva la carnagione chiara come quella di un Cairhienese. «Come posso servire?» I suoi occhi scuri continuavano a vagare verso le Fanciulle e ogni volta che lo facevano lui dava uno strattone alla sua lunga giacca azzurra come se la sentisse all’improvviso troppo stretta.

«Vogliamo una stanza con una buona vista della Pietra» disse Rand.

«Sono i vermi a fare la seta, amico» disse una voce strascicata dietro di lui. «I miei occhi su questo.»

A quell’accento familiare, Rand si voltò per trovare Alivia con il volto esangue e lo sguardo fisso e sgranato verso un uomo con una giacca scura che stava appena passando per la soglia che portava in strada. Con un’imprecazione, Rand corse verso la porta, ma c’erano almeno una dozzina di uomini con la giacca scura che si stavano allontanando dalla locanda: qualunque di loro poteva aver parlato. Non c’era modo di distinguere un uomo di altezza e corporatura media visto solo da dietro. Cosa stava facendo un Seanchan a Tear? Era in missione esplorativa per un’altra invasione? Rand vi avrebbe messo un freno molto presto. Ma si voltò dalla porta desiderando di mettere le mani su quell’uomo. Sapere era meglio che dover indovinare.

Chiese ad Alivia se era riuscita a dare una buona occhiata a quel tizio, ma lei scosse la testa in silenzio. Il suo volto era ancora pallido, era feroce quando parlava di quello che voleva fare alle sul’dam eppure sembrava che solo sentire l’accento della sua terra nativa fosse sufficiente per agitarla. Rand sperava che quello non si sarebbe rivelato una debolezza in lei. In qualche modo lo avrebbe aiutato e lui non poteva permettersi che fosse debole.

«Cosa sai dell’uomo che se n’è appena andato?» domandò a Saranche. «Quello con quel modo strascicato di parlare.»

Il locandiere sbatte le palpebre. «Nulla, mio signore. Non l’ho mai visto prima. Volete una stanza, mio signore?» Fece scorrere gli occhi su Min e le altre donne e le sue labbra si mossero come se stesse contando.

«Se stai pensando a qualche indecenza, mastro Saranche» disse Nynaeve con aria indignata, strattonando la treccia che pendeva dal cappuccio del suo mantello «farai meglio a ripensarci due o tre volte. Prima che ti prenda a schiaffi.» Min sibilò piano e una mano scivolò verso l’altro suo polso prima che potesse controllare quel movimento. Per la Luce, com’era rapida a mettere mano ai suoi coltelli!

«Quale indecenza?» chiese Alivia in tono perplesso. Cadsuane sbuffò.

«Una stanza» disse Rand paziente. Le donne riescono sempre a trovare un motivo per essere indignate, pensò. O era stato Lews Therin? Scrollò le spalle a disagio. E con un pizzico di irritazione che riuscì a malapena a trattenere dalla sua voce. «La tua camera più grande con vista della Pietra. Non la vogliamo per molto tempo. Potrai affittarla di nuovo per stanotte. Potresti dover tenere i nostri cavalli per un giorno o due, però.»

Uno sguardo di sollievo si fece strada sul volto stretto di Saranche, anche se una mestizia palesemente falsa gli riempì la voce. «Sono spiacente, ma la mia camera più grande è occupata, mio signore. In effetti, tutte le mie camere grandi sono occupate. Ma sarò più che lieto di accompagnarvi su per la strada a Le Tre Lune e...»

«Puah!» Cadsuane spinse indietro il cappuccio quanto bastava per mostrare il suo volto e alcuni degli ornamenti dorati fra i capelli. Era tutta fredda compostezza, il suo sguardo implacabile.

«Penso che tu possa trovare un modo per rendere quella stanza disponibile, ragazzo. Ritengo che faresti meglio a trovarlo. Pagalo bene» aggiunse rivolta a Rand, con gli ornamenti che dondolavano sulle loro catenelle. «Quello era un consiglio, non un ordine.»

Saranche prese prontamente la pesante corona d’oro di Rand — era improbabile che l’intera locanda guadagnasse molto di più in una settimana — ma fu il volto senza età di Cadsuane a spingerlo a salire di gran carriera le scale sul fondo della sala comune per tornare in una manciata di minuti e poi condurli a una stanza al secondo piano con pannelli scuri lucidati e un letto spiegazzato ampio abbastanza per tre, fiancheggiato da un paio di finestre riempite dalla Pietra che incombeva sopra i tetti. L’occupante precedente era stato fatto uscire così in fretta che aveva lasciato una calza di lana accartocciata ai piedi del letto e un pettine di corno intagliato sul lavabo nell’angolo. Il locandiere si offrì di far portare di sopra le loro bisacce e del vino, e parve sorpreso quando Rand rifiutò, ma bastò un’occhiata dalla parte di Cadsuane e si precipitò ad andarsene di nuovo fra gli inchini.

La stanza era piuttosto grande per essere la camera di una locanda, ma non paragonata a molte di quelle nel maniero di Algarin e men che meno a quelle di un palazzo. In particolare non con quasi una dozzina di persone a riempire quello spazio. Le pareti parevano incombere su Rand. All’improvviso provò una tensione al petto. Ogni respiro gli risultava difficile. Il legame tutta un tratto fu riempito di solidarietà e preoccupazione.

La cassa, annaspò Lews Therin. Devo uscire dalla cassa!

Tenendo gli occhi sulle finestre — poter vedere la Pietra era una necessità, e vedere l’aria aperta tra il Drago e la Pietra, l’aria aperta sopra di lui, gli calmò un poco il respiro. Appena un po’ — tenendo gli occhi fissi sul cielo sopra la Pietra, ordinò a tutte di mettersi contro le pareti. Quelle si affrettarono a obbedire. Be’, Cadsuane gli rivolse un’occhiata penetrante prima di scivolare lungo la parete, e Nynaeve tirò su col naso prima di spostarvisi, ma le altre si mossero rapide. Se pensavano che gli servisse spazio per ragioni di sicurezza, in un certo senso era così. Averle fuori dal suo campo visivo fece sembrare la stanza un po’ più grande. Solo un poco, eppure ogni pollice era un benedetto sollievo. Il legame era colmo di preoccupazione. Uscire, gemette Lews Therin. Devo uscire. Irrigidendosi contro quello che sapeva sarebbe venuto, attento a qualunque tentativo da parte di Lews Therin, Rand afferrò la metà maschile della Vera Fonte e saidin si riversò dentro di lui. Quel folle aveva tentato di afferrarlo per primo? L’aveva sfiorato di certo, l’aveva toccato, ma era di Rand. Montagne di fuoco che franavano in valanghe infuocate tentavano di spazzarlo via. Ondate che facevano sembrare il ghiaccio caldo cercarono di schiacciarlo fra mari in tempesta. Lui esultò in tutto ciò, a un tratto così vivo che a paragone prima era stato solo un sonnambulo. Poteva sentire il respiro di chiunque nella camera, poteva vedere il grande stendardo in cima alla Pietra così chiaramente che quasi pensò di poter distinguere la trama del tessuto. La doppia ferita al fianco pulsò come se stesse cercando di strapparsi via dal suo corpo, ma col Potere che lo riempiva era in grado di ignorare quel dolore. Pensò che sarebbe riuscito a ignorare un affondo di spada.

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