La lama dei sogni
- Автор: Джордан Роберт
- Серия: La Ruota del Tempo #11
- Язык: итальянский
- Переводчик: Gabriele Giorgi
- Жанр: Фэнтези
Электронная книга - «La lama dei sogni». Краткое содержание книги:
Raccolse le redini di Tai’daishar e tutta un tratto un grosso carro pieno di macchinar! comparve alla vista, sferragliando e sibilando, con le ampie ruote torchiate di ferro che facevano scaturire scintille dalle grigie pietre del selciato mentre si muoveva lungo la strada tanto veloce quanto un uomo in corsa. Il macchinario pareva trasudare vapore; un pesante fusto di legno si muoveva su e giù spingendo un altro cilindro verticale e del fumo di legna grigio fuoriusciva da una camino di metallo; ma non c’era nessun segno di un cavallo, solo uno strano genere di timone sul davanti per girare le ruote. Uno dei tre uomini in piedi sul carro tirò una lunga corda e il vapore sbuffò con un fischio acuto da un tubo in cima all’enorme cilindro di ferro. Se gli astanti fissavano meravigliati e si coprivano le orecchie, i cavalli della carrozza del mercante con la barba biforcuta non erano dello stesso umore. Nitrendo selvaggiamente si imbizzarrirono, sparpagliando la gente nella loro corsa e facendo quasi ammattire l’uomo. Vennero seguiti da imprecazioni e diversi muli ragliano" galopparono via con i loro carrettieri che balzellavano a cassetta agitando le redini. Perfino alcuni buoi cominciarono ad arrancare via più rapidamente. Lo stupore di Min riempì il legame. Controllando il nero con le ginocchia — era addestrato come un cavallo da guerra — Tai’daishar rispose all’istante, anche se sbuffò comunque, anche Rand fissò sbalordito. Pareva che mastro Poel fosse riuscito davvero a far funzionare il suo carro a vapore. «Ma com’è arrivata quella cosa a Tear?» chiese all’aria. L’ultima volta che lo aveva visto era stato nell’Accademia di Cairhien e si bloccava ogni pochi passi.
«E chiamato un cavallo a vapore, mio signore» disse un monello scalzo e con la faccia sporca con indosso una camicia lacera, saltellando sul selciato. Perfino la fusciacca che gli reggeva le brache cascanti pareva più buchi che stoffa. «L’ho visto nove volte! Com qui solo sette.»
«Un carro a vapore, Doni» si intromise il suo compagno ugualmente lacero. «Uri carro a vapore.» Nessuno di loro poteva aver avuto più di dieci anni e non erano magri ma smunti. I loro piedi infangati, le camicie lise e le brache sbrindellate lasciavano intendere che venivano da fuori le mura, dove viveva la gente più povera. Rand aveva cambiato un gran numero di leggi a Tear, in particolare quelle che gravavano pesantemente sui poveri, ma non era stato in grado di cambiare tutto. Non aveva nemmeno saputo da dove cominciare. Lews Therin iniziò a parlare a vanvera su tasse e sul denaro che creava lavoro, ma erano come parole pronunciate a casaccio per quanto senso avevano. Rand ridusse la voce a un ronzio, come una mosca dall’altro lato di una stanza.
«Quattro di essi attaccati assieme, uno dietro l’alto, hanno tirato cento carri fino da Cairhien» proseguì Doni, ignorando l’altro ragazzo. «Hanno coperto quasi cento miglia al giorno, mio signore. Cento miglia!»
Com emise un profondo sospiro. «Ce n’erano sei, Doni, e tiravano solo cinquanta carri, ma coprivano più di cento miglia al giorno. Alcuni giorni centoventi, ho sentito, ed è stato uno di quei conducenti a dirlo.» Doni si voltò per guardarlo accigliato ed entrambi chiusero le mani a pugno.
«A ogni modo è un’impresa straordinaria» si affrettò a dir loro Rand prima che cominciassero a fare a bolle, «Ecco.»
Infilando una mano nella tasca della sua giacca, tirò fuori due monete e ne lanciò una verso ciascun ragazzino senza guardare cosa fossero. Dell’oro scintillò in aria prima che i due afferrassero avidamente le monete. Scambiandosi occhiale sbigottite, corsero via il più veloce possibile fuori dai cancelli, senza dubbio temendo che lui potesse chiedere indietro le monete. Le loro famiglie avrebbero potuto vivere per mesi con così tanto oro.
Min li osservò allontanarsi con un’aria di sofferenza che riecheggiò nel legame anche dopo che lei ebbe scosso il capo e il suo viso si fu ricomposto. Cosa aveva visto? Morte, probabilmente. Rand provò rabbia, ma non tristezza. Quante decine di migliaia di persone sarebbero morte prima della conclusione dell’Ultima Battaglia? Quante di queste sarebbero stati bambini? Dentro di lui non c’era spazio per la tristezza.
«Molto generoso,» disse Nynaeve con voce tesa «ma abbiamo intenzione di starcene qui tutta la mattina?» Il carro a vapore si stava allontanando rapido dalla vista, tuttavia la sua grassoccia giumenta marrone stava ancora sbuffando dall’ansia e gettando indietro la testa, e lei stava avendo problemi con l’animale, per quanto fosse placido di natura. Non era un’abile cavallerizza come pensava lei. Se era per quello, anche la cavalcatura di Min, una giumenta grigia dal collo arcuato presa dalle stalle di Algarin, saltellava cosicché solo la salda stretta guantata di rosso di Min le impediva di fuggire, e il roano di Alivia stava cercando di sobbalzare, anche se l’ex damane controllava l’animale con la stessa facilità con cui Cadsuane teneva a bada il suo baio. Alivia a volte dimostrava talenti straordinari. Ci si aspettava che le damane cavalcassero bene.
Mentre procedevano nella città, Rand diede un’ultima occhiata al carro a vapore che si allontanava.
‘Straordinario’ era a stento la parola adatta. Che fossero stati cento carri o solo cinquanta — cinquanta! — ‘incredibile’ era un termine più adeguato. I mercanti erano gente tradizionalista, che non si lanciava verso nuovi modi di fare le cose. Per qualche ragione, Lews Therin cominciò di nuovo a ridere.
Tear non era bellissima come Caemlyn o Tar Valon, e poche delle sue strade potevano essere definite particolarmente ampie, ma era vasta e in espansione, una delle più grandi città al mondo, e, come le grandi città, era un guazzabuglio che era cresciuto volente o nolente, in quelle vie ingarbugliate sorgevano locande coperte di tegole e stalle rivestite di ardesia i cui tetti a ripido spiovente stavano fianco a fianco a palazzi con squadrate cupole bianche e alte guglie attorniate da balconi che spesso terminavano a punta, con le sommità di cupole e torri che scintillavano nel sole mattutino. Botteghe di fabbri e coltellinai, cucitrici e macellai, pescivendoli e tessitori di tappeti erano addossate a strutture di marmo con alte porte di bronzo dietro massicce colonne bianche, sale di gilda, banchieri e cambiavalute.
A quell’ora le strade stesse erano ancora avvolte in ombre profonde, tuttavia brulicavano con quella decantata industriosità del Sud. Portantine trasportate da coppie di uomini snelli si facevano strada a zig-zag tra le folle quasi con la stessa velocità dei bambini che correvano in giro a giocare mentre carrozze di varie dimensioni trainate da quattro o sei cavalli si muovevano lente quanto carri e carretti, perlopiù tirati da grossi buoi. Dei portatori arrancavano attorno con i loro fagotti fissati sotto aste appoggiate sulle spalle di due uomini, e alcuni apprendisti trasportavano tappeti arrotolati e casse contenenti il lavoro dei loro maestri artigiani sulla schiena. Ambulanti reclamizzavano a gran voce le loro mercanzie da vassoi o carriole, perlopiù spilli e nastri, ma alcuni anche noci arrosto e tortini di carne, e a quasi ogni intersezione si esibivano acrobati, giocolieri o musicisti. Nessuno avrebbe mai pensato che quella città era sotto assedio.