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La prima indagine di Montalbano

Электронная книга - «La prima indagine di Montalbano». Краткое содержание книги:

Del commissario Salvo Montalbano credevamo ormai di sapere tutto: di conoscerne vita, morte e miracoli, i luoghi, i gusti, le compagnie… Ma il suo creatore, Camilleri, riserva ai suoi lettori ancora tante sorprese. Nei tre racconti di questo volume presenta un giovanissimo poliziotto, all’inizio della carriera, che intreccia una relazione non con la ben nota Livia, ma con una certa Mery; e il teatro delle sue indagini non è la solita Vigàta, ma uno sperduto paesino di montagna della Sicilia più segreta dal buffo nome di Mascalippa… Tra misteriose uccisioni di animali, ragazze troppo silenziose e troppo intriganti e il finto rapimento di una bambina, quello che risulta sempre familiare è l’incorruttibile carattere di Montalbano, con qualche intemperanza giovanile in più, ma già riconoscibile come uno dei più umani e amati protagonisti della narrativa italiana contemporanea.
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Squillò il telefono.

«Allora, ce la fai a venire sabato?»

Con scuse varie e complesse, meritevoli di un istituendo premio Nobel per la farfantarìa, era arrinisciuto a rimandare il promesso viaggetto a Boccadasse di settimana in settimana, sentendo però che Livia si faciva sempre meno convinta. Forse la meglio era contarle tutta la verità. Tirò un respiro funnuto e si buttò in apnea tra le parole da dire.

«In tutta sincerità, Livia: non credo proprio di farcela.»

«Ma posso almeno sapere che ti sta capitando?»

«Livia, non lo sai che mestiere faccio? Te lo sei scordato? Non posso avere gli orari e i tempi di un impiegato. Ho per le mani un’indagine molto, molto complessa. C’è stata tutta una serie di ammazzatine…»

«Un serial killer?» spiò sbalordita Livia.

Montalbano esitò.

«Beh, lo si potrebbe, in un certo senso, definire così.»

«E chi ha ammazzato?»

«Beh, ha cominciato con un pesce, per la precisione un muletto.»

«Cosa?!»

«Sì, un cefalo, ma d’acqua dolce. Poi ha fatto fuori un pollo e quindi…»

«Stronzo!»

«Livia, senti… Pronto? Pronto?»

Aveva riattaccato. Possibile che non veniva mai creduto, né quando diceva la verità né quando non la diceva? Forse avrebbe dovuto mettere le parole in un ordine diverso, usarne altre…

Le parole. Cristo, le parole!

Aveva scelto quelle giuste parlando dell’ammazzatore d’armali, l’aviva definito un pazzo religioso, un fanatico, uno che si credeva Dio, o che perlomeno aviva rapporti diretti con lui, e non aviva saputo tirare le conseguenze delle sue stesse parole! Che imbecille che era stato! Quella era la strata che andava seguita senza perdiri altro tempo. Compose, nirbuso, un numero al telefono. Lo sbagliò per l’agitazione. Ce la fece al terzo tentativo.

«Nicolò? Montalbano sono.»

«Che vuoi? Sto andando in trasmissione.»

«Pochi secondi.»

«Non li ho. Se mi prepari un piatto di pasta, ti vengo a trovare a Marinella passata mezzanotte, dopo l’ultimo notiziario.»

Il giornalista Nicolò Zito si trovò davanti un piatto di spaghetti conditi con “oglio del carrettiere” e pecorino, per secondo dieci passuluna, ossia grosse olive nere, una fetta di caciocavallo e ti saluto e sono.

«Ti sei sprecato!» commentò.

«Nicolò, non ho pititto.»

«E dato che non hai pititto, pensi che non l’abbia macari io? Che hai? Mi fai venire la preoccupazione se proprio tu mi vieni a dire che non hai gana di mangiare. Avanti, parla.»

E Montalbano gli contò tutto. Via via che parlava, Zito si faciva sempre più attento.

«Questa storia» disse quando il commissario terminò di contare «non può che finire in due modi: o a farsa o a tragedia. Penso però che, al momento attuale, sia più probabile il secondo finale.»

«Macari io» fece, nivuro in faccia, il commissario.

«Perché mi hai chiamato?»

«Mi puoi essere d’aiuto.»

«Io?!»

«Sì. Ho assoluto bisogno che tu mi metta subito in contatto con Alcide Maraventano.»

L’omo che il commissario voleva incontrare era una pirsona d’incredibile erudizione, che qualche anno avanti gli aveva dato una mano d’aiuto nel caso che venne chiamato Il cane di terracotta. Abitava a Callotta, un paisuzzo vicino a Montelusa, forse era stato un parrino o forse no, certo era che la testa gli funzionava a corrente alternata. Indossava sempri una specie di tonaca che da nivura era col tempo addivintata virdastra come la muffa: essendo spaventosamente sicco, pariva uno scheletro nisciuto allura allura dalla tomba, ma misteriosamente vivente. La sua casa era un’enorme catapecchia cadente, priva di telefono e di luce elettrica, in compenso tanto stipata di libri che non c’era posto per assittarsi. Mentri parlava, usava ciucciare latte con un biberon da picciliddro.

A sentire quel nome, Zito fece una smorfia.

«Che c’è?»

«Mah, proprio aieri un mio amico mi ha contato che è andato a trovarlo, ma Alcide non gli ha voluto aprire, gli ha parlato attraverso la porta.»

«E perché?»

«Gli ha detto che è in fin di vita epperciò non ha tempo da perdere. Quel poco sciato che gli resta dice che gli è necessario per permettergli di respirare per i giorni che mancano alla fine.»

«È malato?»

A Montalbano i moribondi gli facevano scanto.

«Va’ a sapìri. Certo che gli anni suoi ce l’ha. Deve essere più che novantino.»

«Tu provaci lo stesso, fammi questo favore.»

Verso la mezza del jorno appresso, non avendo avuto notizie da Zito, addecise di telefonargli.

«Nicolò, Montalbano sono. Te la scordasti quella prighera che ti feci aieri a sira?»

Nicolò Zito parse muzzicato da una vespa.

«Me la scordai?! Una matina intera sto pirdendo! Non lo sai che Alcide non ha telefono e che bisogna mandare qualcuno a parlargli?»

«Embè?»

«Come, embè? Solo un quarto d’ora fa ho trovato a Gallotta un volontario. Aspetto risposta.»

La risposta arrivò doppo una mezzorata. Alcide Maraventano era disposto a ricevere Montalbano. Ma la visita doviva essere breve. E inoltri il commissario doviva andarci da solo. In caso contrario la porta di casa non sarebbe stata aperta.

L’abitazione di Alcide Maraventano era come se la ricordava, le persiane scardinate, l’intonaco caduto a pezzi, le finestri coi vetri rotti sostituiti da cartoni e assi di legno, il cancello di ferro mezzo sdirrupato.

Solo quello che una volta era l’ammasso informe del giardino del parrino (o forse no) era ora addivintato una specie di foresta equatoriale. Montalbano rimpianse di non avere portato con sé un machete. Si districò tra i rami e i rovi, si fece uno strappo nella giacchetta e santiando arrivò davanti alla porta che era chiusa. Tuppiò col pugno. Nisciuna risposta. Allura Montalbano rituppiò con due càvuci potenti.

«Chi è?» spiò una vocé che pariva viniri dall’oltritomba.

«Montalbano sono.»

Si sentì un curioso rumore come di ferro contro ferro.

«Spinga, entri e richiuda.»

Il chiavistello era azionato da un filo metallico che, tirato da qualche parte all’interno della casa, lo isava.

Trasì nello stesso cammarone dell’altra volta, accuposo di libri messi dovunque, a pile fino al soffitto, per terra, sui mobili, sulle seggie. Il parrino (o forse no) era assittato al suo solito posto darrè un tavolo traballante, in bocca tiniva un termometro gigantesco.

«Mi sto misurando la febbre» disse Alcide Maraventano.

«E che termometro è?» non potè tenersi dallo spiare il commissario strammato.

«È un termometro da mosto. Poi faccio le proporzioni» disse il parrino (o forse no) levandolo per un momento dalla bocca e rimettendolo subito a posto.

sei

«Non si sente bene?» spiò ancora il commissario.

«Dice per il termometro? No, quello è un controllino che faccio di tanto in tanto.»

Arrispose sempre con il termometro in bocca e quindi gli venne fora una parlata da ’mbriaco.

«Mi fa piacere. Siccome avevo saputo che…»

«Che ero in fin di vita? Ho detto così a un cretino che ha capito male. Però ho novantaquattro anni passati, amico mio. E quindi non è poi tanto sbagliato dire che sono in fin di vita. Solo che ormai per fin di vita intendiamo tutti una sorta di stadio agonico. Roba da chiamare il prete per l’ultima, estrema confessione.

Che c’era da ribattere? Niente, ragionamento perfetto. Maraventano si levò finalmente il termometro, lo taliò, lo posò sul tavolo, scuotì la testa, pigliò uno dei tri biberon pieni che erano davanti a lui e principiò a ciucciare.

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