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L'ascesa dell'Ombra

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L'ascesa dell'Ombra
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«Oh, che sia folgorato» mormorò Mat. «Mi sa che siamo nei guai, Rand. Succede sempre, a starti intorno. Mi metti sempre nei guai.»

Le increspature adesso erano più veloci, scivolando tutte assieme per creare linee più spesse, sempre tremanti.

«Puoi camminare più veloce?» chiese Rand.

«Camminare? Sangue e cenere, posso correre.» Mettendosi la lancia davanti al petto, Mat tenne fede alle sue parole e iniziò a correre disordinatamente.

Correndogli a fianco, Rand evocò nuovamente la spada, incerto di cosa avrebbe potuto fare contro delle linee ondeggianti di polvere, incerto che ve ne fosse davvero bisogno. Che fosse davvero polvere. No, non lo è, maledizione. Si tratta di una di quelle bolle. Il male del Tenebroso, che scivola lungo il Disegno, alla ricerca dei maledetti ta’veren, si disse. So che lo è.

Tutto attorno a loro la polvere ondeggiava e tremava, diventando sempre più spessa, rimbalzando e riunendosi. D’improvviso, proprio davanti a loro, una sagoma arretrò in una vasca di una fontana asciutta, la figura solida di un uomo, scura e priva di lineamenti, con dita come artigli affilati. Balzò loro addosso senza il minimo rumore.

Rand si mosse d’istinto — la luna sorge sulle acque — e la lama di Potere trapassò la figura scura. In un battibaleno fu solamente una densa nuvola di polvere che scendeva verso il pavimento.

Altre però la rimpiazzarono, figure nere senza volto che arrivavano da tutte le direzioni, non una uguale all’altra, ma tutte con gli artigli protesi. Rand eseguiva le figure di scherma in mezzo a loro, la lama intesseva motivi intricati nell’aria, lasciandosi solo il pulviscolo alle spalle. Mat usava la lancia come un bastone da combattimento, un movimento confuso, ma affondava la lama nelle creature quasi avesse usato quell’arma da sempre. Le creature morivano — o almeno tornavano a essere polvere — ma erano tante e veloci. Il sangue colava sul viso di Rand, e la vecchia ferita sul fianco bruciava sul punto di aprirsi nuovamente. Il rosso si spandeva anche sul viso di Mat, e sul petto. Troppi e troppo veloci.

Non riesci a eseguire un decimo di quanto sei già in grado di fare, pensò Rand. Era quanto gli aveva detto Lanfear. Rise mentre eseguiva le figure. Imparare da una dei Reietti. Poteva farlo, se non nel modo in cui voleva lei. Sì, poteva. Incanalò, intessendo flussi di Potere e mandò un mulinello nel centro di ogni figura nera. Esplosero in nuvole di polvere che lo lasciarono con la tosse. Per quanto vedeva, la polvere adesso, si stava depositando.

Dolente e ansante, Mat si appoggiò alla lancia con il manico scuro. «Sei stato tu?» sibilò, pulendosi il sangue dagli occhi. «Era ora. Se sapevi come, perché non lo hai fatto subito, maledizione?»

Rand si mise a ridere ancora — perché non ci ho pensato. Perché non sapevo come farlo finché non l’ho fatto — ma si trattenne. La polvere stava scendendo, e mentre si depositava al suolo, iniziò a incresparsi. «Corri!» gridò. «Dobbiamo uscire da qui. Corri!»

Corsero affiancati verso la nebbia, sferrando fendenti a ogni linea di polvere che sembrava si stesse ispessendo, scalciandola, qualunque cosa per evitare che solidificasse. Rand inviava mulinelli selvaggiamente in ogni direzione. La polvere dissipata ricominciava immediatamente a riunirsi, tremante adesso, anche prima che raggiungesse il suolo. Continuavano a correre, verso e attraverso la nebbia, finché spuntarono fuori in una debole luce dalle ombre ben delineate.

Con il fianco dolorante, Rand si voltò di scatto pronto a tentare i fulmini o il fuoco, qualsiasi cosa. Dalla nebbia non uscì nulla che li inseguisse. Forse per quelle figure scure la nebbia era un muro. Forse li tratteneva all’interno. Forse... Non lo sapeva. Non gli importava veramente, purché quelle cose non potessero inseguirlo.

«Che io sia folgorato» mormorò rauco Mat. «Siamo rimasti là dentro tutta la notte. È quasi l’alba. Non credevo fosse trascorso tanto tempo.»

Rand fissava il cielo. Il sole non aveva ancora raggiunto le montagne; un brillante nembo contornava i picchi seghettati delle montagne. Lunghe ombre si proiettavano nella valle. ‘Verrà dal Rhuidean all’alba, e vi legherà con legami che non potrete spezzare. Vi riporterà indietro e vi distruggerà’, si rammentò.

«Ritorniamo sulla montagna» disse con calma. «Ci staranno aspettando.» Aspettando me, pensò.

27

All’interno delle Vie

L’oscurità delle Vie comprimeva la luce della lampada di Perrin riducendola a una pozza affilata di luce, attorno a se stesso e a Gaul. Il rumore della sella di Perrin, il sabbioso scricchiolio degli zoccoli sulla sabbia, non sembravano oltrepassare il margine della luce. Non c’era alcun odore nell’aria; nulla. L’Aiel camminava facilmente accanto a Stepper, tenendo un occhio sulla luce vagamente visibile della lampada del gruppo di Loial avanti a loro. Perrin si rifiutava di chiamarlo il gruppo di Faile. Le Vie non sembravano disturbare Gaul, con tutta la reputazione che avevano. Perrin per primo non poteva fare a meno di ascoltare, come aveva fatto per quasi due giorni, o il tempo che equivaleva a due giorni in quel posto senza luce. Le sue orecchie sarebbero state le prime a cogliere un suono che significava che sarebbero morti tutti o forse peggio, il suono del vento che si alzava dove non c’era mai vento. Non il vento, ma Machin Shin, il Vento Nero che divorava le anime. Non poteva fare a meno di pensare che viaggiare nelle Vie era una stupida follia, ma quando chiamava il bisogno, ciò che sembrava stupido cambiava.

La luce debole davanti a loro si fermò, e Perrin tirò le redini nel mezzo di ciò che sembrava essere un antico ponte di pietra che si arcuava sull’oscurità assoluta, antico per via delle crepe sulle pareti del ponte, le fosse e i crateri logori che tempestavano il percorso. Molto probabilmente era stato là per almeno tremila anni, ma adesso sembrava pronto a cadere. Forse proprio in quel momento. I cavalli da soma si attaccarono a Stepper; gli animali nitrivano fra loro e roteavano gli occhi a disagio per l’oscurità circostante. Perrin sapeva come si sentivano i cavalli. Un po’ più di gente per compagnia avrebbe sollevato il peso di alcune di quelle notti senza fine. Eppure non si sarebbe avvicinato alle lanterne davanti a loro, anche se fosse stato solo. Non per rischiare quello che era accaduto alla prima isola, proprio dopo aver oltrepassato la Porta delle Vie a Tear. Si grattò adirato la barba. Non era sicuro di cosa si aspettasse, ma non...

La lanterna appesa al bastone dondolò mentre smontava di sella e dirigeva Stepper e i cavalli da soma verso la guida, un’alta lastra di pietra bianca coperta di incisioni argentate che ricordavano vagamente i viticci e le foglie, tutte bucherellate come se fossero state colpite dall’acido. Naturalmente non era in grado di leggerle — doveva farlo Loial, erano caratteri Ogier — e dopo un momento vi camminò attorno, studiando l’isola. Era uguale alle altre che aveva visto, con una parete di pietra bianca che arrivava al petto, semplici curve inserite in un disegno complicato. A intervalli un ponte bucava la parete inarcandosi nel buio, e rampe con le ringhiere salivano o scendevano senza alcun genere di supporti visibili. C’erano crepe ovunque, fosse rovinate e crateri profondi, come se la pietra stesse marcendo. Quando i cavalli si muovevano si sentiva un rumore granuloso di pietra che si sbriciolava sotto gli zoccoli. Gaul guardava nel buio senza apparente nervosismo, ma non sapeva cosa potesse trovarsi là fuori. Perrin lo sapeva, fin troppo bene.

Quando Loial e gli altri arrivarono, Faile saltò immediatamente giù dalla giumenta nera e si avvicinò a lunghi passi verso Perrin, con gli occhi intenti sul suo viso. Si stava già preoccupando di averla fatta agitare, ma in realtà non sembrava affatto preoccupata. Non avrebbe saputo dire quale fosse l’espressione della donna, se non che era immobile.

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