L'ascesa dell'Ombra
- Автор: Джордан Роберт
- Серия: La Ruota del Tempo #4
- Язык: итальянский
- Переводчик: Valeria Ciocci
- Жанр: Фэнтези
Электронная книга - «L'ascesa dell'Ombra». Краткое содержание книги:
Una degli Ogier, Tomada, si avvicinò con le orecchie pelose tese in avanti con curiosità. «Hai novità, combattente? Ho visto una certa eccitazione fra le navicelle-jo mentre cantavamo.»
Il soldato esitò. «Immagino di potertelo dire, però non è confermato. Ci è stato riportato che Lews Therin stamattina all’alba abbia condotto i Compagni contro Shayol Ghul. Qualcosa ha interrotto le comunicazioni, ma il rapporto conferma che il Foro è stato chiuso, con la maggior parte dei Reietti dall’altro lato. Forse addirittura tutti.»
«Allora è finita» sospirò Tomada. «Alla fine si è conclusa, che la Luce sia lodata.»
«Sì.» Il soldato si guardò intorno, sembrando di colpo perduto. «Io... immagino che lo sia. Immagino...» si guardò le mani, quindi le lasciò ricadere lungo i fianchi. Sembrava stanco. «La gente del posto non poteva aspettare di iniziare le celebrazioni. Se la notizia è vera potrebbero proseguire per giorni. Mi chiedo se...? No, certamente non vorrebbero che dei soldati si unissero a loro. Voi lo vorreste?»
«Forse per stanotte» rispose Tomada. «Ma dobbiamo visitare altre tre città prima di concludere il circuito.»
«Naturalmente. Avete ancora del lavoro da fare. Voi avete quello.» Il soldato si guardò nuovamente attorno. «Ci sono ancora dei Trolloc in giro. Anche se i Reietti sono scomparsi, ci sono ancora i Trolloc. E i Predatori della Notte.»
Annuendo a se stesso, si avviò verso la navicella-jo.
Naturalmente Tomada non sembrava eccitata, ma Coumin si sentiva frastornato come il giovane soldato. La guerra era finita? Come sarebbe stato il mondo senza guerra? Di colpo sentì il bisogno di parlare con Charn.
Il rumore dei festeggiamenti gli venne incontro prima che raggiungesse la città, risate e canzoni. Le campane nella torre del municipio incominciarono a suonare esuberanti. I cittadini danzavano per le strade, uomini, donne e bambini. Coumin li schivò, alla ricerca. Charn aveva deciso di stare in una delle taverne che stavano costruendo gli Aiel invece di recarsi al canto — anche le Aes Sedai non potevano più fare molto per le sue ginocchia dolenti — ma di certo per questo sarebbe stato fuori.
Improvvisamente qualcosa colpì Coumin sulla bocca e le gambe vacillarono; si stava mettendo in ginocchio prima di accorgersi che era stato atterrato. Si mise una mano davanti alla bocca e la ritirò insanguinata. Guardò in alto e vide il viso infuriato di un cittadino che lo fissava, carezzandosi il pugno. «Perché lo hai fatto?» gli chiese Coumin.
Il cittadino gli sputò. «I Reietti sono morti. Morti, hai sentito? Lanfear non ti proteggerà più. Sradicheremo tutti quelli che hanno servito i Reietti mentre facevano finta di essere dalla nostra parte, e tratteremo quelli come voi allo stesso modo di come abbiamo fatto con il vecchio pazzo.»
Una donna stava tirando l’uomo per la manica. «Vieni via, Torna. Vieni via e tieni a freno la tua stupida lingua! Vuoi che gli Ogier vengano a cercarti?» Di colpo consapevole, l’uomo lasciò che la donna lo portasse via.
Alzandosi a fatica, Coumin cominciò a correre, incurante del sangue che gli colava sul mento.
La locanda era vuota, silenziosa. Nemmeno il locandiere era lì. la cuoca o gli aiutanti. Coumin corse attraverso gli edifici gridando. «Charn? Charn? Charn?»
Forse sul retro. A Charn piaceva sedere sotto l’albero di melo sul retro della locanda e raccontare storie di quando era giovane.
Coumin corse fuori dalla porta sul retro, e inciampò, cadendo di faccia. Uno stivale vuoto gli si era impigliato al piede. Uno degli stivali rossi che Charn indossava sempre, e adesso non era più parte del suo corpo. Qualcosa fece guardare Coumin in alto.
Il corpo canuto di Charn pendeva da una fune tirata sulla trave, un piede nudo da quando scalciando aveva lasciato cadere lo stivale, le dita di una mano attorno al collo dove aveva cercato di liberarsi dalla corda.
«Perché?» si chiese Coumin. «Siamo Da’shain. Perché?» Non c’era nessuno a rispondere. Stringendosi lo stivale al petto, si inginocchiò, fissando Charn, mentre il rumore della baldoria gli scivolava addosso.
Rand tremava. La luce delle colonne era una brillante foschia blu di consistenza quasi solida, che sembrava artigliare i nervi e strapparli dalla pelle. Il vento ululava, un unico turbine che lo risucchiava all’interno.
Muradin era riuscito a tirare giù il velo; le orbite degli occhi insanguinate fissavano ciecamente da sopra al velo nero. L’Aiel masticava, e una spuma insanguinata gli gocciava sul petto.
Charn si fece strada da un lato dell’ampia strada affollata fra gli alberi sparsi di chora, le foglie a tre punte che emanavano pace e contentezza all’ombra di edifici argentati che toccavano il cielo. Una città senza chora sarebbe sembrata brulla come una regione selvaggia. Le navicelle-jo ronzavano quietamente lungo la strada, e un grosso sho-alato bianco sfrecciava in cielo, trasportando i cittadini a Comelle, Tzora, o in qualche altro posto. Lui usava di rado gli sho-alati — se aveva bisogno di andare molto lontano, di solito un’Aes Sedai viaggiava con lui, ma stanotte lo avrebbe fatto, per recarsi a M’jinn. Oggi compiva venticinque anni e stanotte intendeva accettare l’ultima offerta di matrimonio che aveva ricevuto da Nalla. Si chiese se la donna ne sarebbe rimasta sorpresa; l’aveva respinta per un anno perché non voleva mettere su famiglia. Significava spostarsi al servizio di Zorelle Sedai, quella che serviva Nalla, ma Mierin Sedai gli aveva già dato la sua benedizione.
Svoltò a un angolo ed ebbe appena il tempo di vedere un uomo scuro dalle spalle ampie con una barba sottile alla moda, prima di ricadere all’indietro per l’impatto, battendo la testa su una passerella, le macchie bianche negli occhi. Intontito, rimase disteso lì.
«Guarda dove metti i piedi» lo ammonì irritato l’uomo con la barba, sistemandosi la giubba rossa senza maniche e rabbuffando il merletto ai polsi. I capelli neri dell’uomo, che gli arrivavano alle spalle, erano legati indietro. Quella era l’ultima moda, la cosa più vicina che poteva fare qualcuno che non avesse prestato giuramento al Patto per imitare gli Aiel.
La donna dai capelli chiari che era con lui gli mise una mano sul braccio, l’abito bianco splendente che divenne più opaco con il suo imbarazzo improvviso. «Jom, guardagli i capelli. È un Aiel, Jom.»
Toccandosi la testa per vedere se fosse rotta, le dita di Charn passarono fra i capelli corti, rosso dorati. Tirò il codino dietro la nuca invece di scuotere la testa. Un livido, pensò, niente di più.
«Sì, lo è.» Il fastidio dell’uomo mutò in costernazione. «Perdonami, Da’shain. Sono io quello che dovrebbe guardare dove mette i piedi. Lascia che ti aiuti.» Stava già onorando le parole, aiutando Charn ad alzarsi. «Stai bene? Lascia che chiami un saltatore per trasportarti dove ti stavi recando.»
«Non mi sono fatto male, cittadino» rispose tranquillo Charn. «Davvero, è stata colpa mia.» Lo era stato, correre a quel modo. Avrebbe potuto fare del male all’uomo. «Ti ho fatto male? Ti prego di perdonarmi.»
L’uomo aprì la bocca per protestare — i cittadini lo facevano sempre; sembravano pensare che gli Aiel fossero fatti di vetro soffiato — ma prima che potesse parlare, il terreno si squarciò sotto ai suoi piedi. Anche l’aria tremò, espandendosi a onde.
L’uomo sembrava incerto, mentre si stringeva il mantello di seta evanescente alla moda attorno alle spalle e faceva lo stesso con quello della sua signora, così che assomigliavano a due teste fluttuanti. «Che cos’è, Da’shain?»
Altri che avevano notato i capelli di Charn si stavano riunendo per porre la stessa domanda, ma li ignorò, senza nemmeno pensare se si stava comportando maleducatamente. Iniziò a farsi spazio fra la folla, gli occhi fissi sullo Sharom; la sfera bianca, trecento metri circa di diametro, fluttuava alta sopra le cupole blu e argento del Collam Daan.