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L'ascesa dell'Ombra

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L'ascesa dell'Ombra
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Gridando e ululando i Trolloc colpirono l’oscurità che ribolliva attorno a loro, artigliandola per liberarsi mentre li risucchiava sempre di più, fino a quando rimase visibile solamente una mano pelosa che si serrava con frenesia, quindi solo l’oscurità, che si incurvava all’infuori, alla ricerca. Lentamente apparvero le Porte delle Vie che si richiudevano schiacciando indietro l’oscurità. Finalmente le voci nella testa di Perrin cessarono. Loial corse avanti velocemente a sistemare non una ma due foglie a tre punte fra la miriade di viticci e foglie. Le Porte delle Vie divennero nuovamente di pietra, una parte della parete di pietra, intagliata con dettagli intricati, che si elevava solitaria sul fianco di una montagna scarsamente alberata.

L’Ogier emise un profondo respiro di sollievo. «Questo è il meglio che posso fare. Adesso può solamente essere aperta da questo lato.» Quindi rivolse uno sguardo a Perrin che era sia ansioso che fermo. «Avrei potuto bloccarla per sempre senza rimpiazzare le foglie, ma non volevo rovinare le Porte delle Vie, Perrin. Le abbiamo cresciute e accudite. Forse un giorno potranno essere pulite. Non posso rovinare le Porte delle Vie.»

«Andrà bene» gli rispose Perrin. I Trolloc erano diretti a queste Porte, o era stato solamente un incontro fortuito? In ogni caso sarebbe andato bene.

«Cos’era quel...?» iniziò a chiedere Faile su gambe instabili, quindi fece una pausa per deglutire. Per una volta anche gli Aiel sembravano scossi.

«Machin Shin» spiegò Loial. «Il Vento Nero. Una creatura dell’Ombra, o una cosa cresciuta dalla contaminazione stessa delle Vie, nessuno lo sa. Mi dispiace per i Trolloc. Persino per loro.»

Perrin al contrario non provava lo stesso sentimento, nemmeno per una morte come quella. Aveva visto cosa lasciavano i Trolloc una volta che avevano posato le mani sugli esseri umani. I Trolloc mangiavano qualsiasi cosa, purché fosse carne, e a volte la tenevano viva mentre la macellavano. Non si sarebbe concesso di provare pietà per i Trolloc.

Gli zoccoli di Stepper scricchiolarono sul suolo sabbioso mentre Perrin lo faceva girare per capire dove si trovassero.

Tutto attorno a loro si elevavano montagne incappucciate dalle nuvole; era la presenza costante delle nuvole che dava loro quel nome, le montagne della Nebbia. A quest’altitudine l’aria era fresca, anche durante l’estate, specialmente in confronto a Tear. Il sole del tardo pomeriggio giaceva sui picchi occidentali, risplendendo sul fiume che riscendeva per percorrere il letto della valle sottostante. Era chiamato il Manetherendrelle una volta che aveva oltrepassato le montagne e molto più a sud-ovest, ma Perrin era cresciuto chiamando il fiume Bianco quella porzione che scorreva fra il limitare sud dei Fiumi Gemelli, rapide invalicabili e acque ribollenti e spumanti. E. Manetherendrelle. Le acque del monte Casa.

Quando le rocce erano visibili nella valle sottostante o sui pendii circostanti, parevano brillare come vetro. Una volta in quel punto sorgeva una città, che si stendeva fra valli e montagne. Manetheren, città dalle guglie torreggianti e fontane scroscianti, capitale di una grande nazione dallo stesso nome, forse la più bella città del mondo, secondo i racconti Ogier. Ormai scomparsa senza lasciare una traccia, se non per l’indistruttibile Porta delle Vie che si ergeva una volta nel boschetto ogier. Bruciata fino a diventare roccia arida ormai più di duemila anni fa, mentre le Guerre Trolloc ancora infuriavano, distrutta dall’Unico Potere dopo la morte del suo ultimo re, Aemon al Caar al Therin, nell’ultima battaglia sanguinosa contro l’Ombra. Aemon’s Field, così gli uomini avevano battezzato quel luogo dove adesso si ergeva il villaggio chiamato Emond’s Field.

Perrin fu scosso dai brividi. Questo risaliva a molto tempo fa. Da allora i Trolloc erano venuti una sola volta, durante la Notte d’Inverno di più di un anno fa, la notte prima che lui, Rand e Mat fossero costretti a fuggire nell’oscurità con Moiraine. Adesso gli sembrava molto tempo fa. Non poteva accadere nuovamente, con le Porte delle Vie bloccate. Devo preoccuparmi dei Manti Bianchi, non dei Trolloc, pensò.

Una coppia di falchi dalle ali bianche volò dal lato opposto della valle. Gli occhi di Perrin intravidero appena la linea di una freccia che saliva. Uno dei falchi roteò di lato e cadde, Perrin si accigliò. Perché qualcuno aveva abbattuto un falco sulle montagne? Su una fattoria, forse, se il rapace fosse stato a caccia di galline o oche, ma quassù? Perché qualcuno dovrebbe trovarsi qui? La gente dei Fiumi Gemelli evitava le montagne della Nebbia.

Il secondo falco scese in picchiata con le ali bianche distese, dritto nel punto dove il compagno era caduto, ma di colpo risalì disperatamente. Una nuvola nera di corvi esplose fra gli alberi, circondandolo in una mischia selvaggia e quando si posarono nuovamente, il falco era sparito.

Perrin si costrinse a respirare. Aveva già visto dei corvi, e altri uccelli, attaccare i falchi che si avvicinavano troppo ai loro rudi, ma non credeva che stavolta si trattasse di una cosa tanto semplice. Gli uccelli erano apparsi proprio da dove era partita la freccia. Corvi. L’Ombra a volte usava gli animali come spie. Solitamente ratti e altri tipi di bestie che si nutrivano di carogne. In particolar modo, corvi. Aveva un ricordo vivido di una fuga da file travolgenti di corvi che gli davano la caccia come se fossero intelligenti.

«Cosa stai fissando?» chiese Faile, proteggendosi gli occhi per scrutare nella vallata. «Erano uccelli?»

«Solamente uccelli» rispose Perrin. Forse lo erano. Non posso spaventare tutti fino a quando non ne sarò sicuro. Non mentre ancora tremano dopo l’incontro con Machin Shin, pensò.

Si accorse che ancora impugnava il martello insanguinato, lustro del sangue nero del Myrddraal. Si toccò la guancia trovando del sangue essiccato che gli macchiava anche la barba. Smontando da cavallo il fianco e la gamba gli bruciarono. Prese una camicia dalla sacca da sella per pulire il martello prima che il sangue del Fade corrodesse il metallo. In un attimo avrebbe scoperto se c’era qualcosa da temere fra quelle montagne. Se non si trattava di uomini, i lupi lo avrebbero saputo.

Faile incominciò a sbottonargli la giubba.

«Cosa stai facendo?» le chiese Perrin.

«Mi occupo delle tue ferite» rispose brusca. «Non ti permetterò di sanguinare a morte in mia presenza. Sarebbe una cosa tipica per te, morire e lasciarmi il lavoro di seppellirti. Non hai alcuna considerazione. Stai fermo.»

«Grazie» le rispose Perrin con calma e Faile sembrò sorpresa.

Lo fece spogliare del tutto, lasciandolo in biancheria intima per poter lavare le ferite e cospargerle con gli unguenti che aveva estratto dalle sacche della sella. Naturalmente Perrin non riusciva a vedersi il taglio sul viso, ma sembrava piccolo e superficiale, anche se troppo vicino all’occhio. Lo squarcio sul fianco era lungo più di una mano, proprio su una costola, e il buco provocato da una lancia nella coscia destra era profondo. Su quello Faile dovette applicare qualche punto con ago e filo. Perrin reagì stoicamente; lei sobbalzava a ogni punto. Faile borbottò adirata per tutta la durata dell’operazione, specie quando spalmò la crema scura che bruciava sulla guancia di Perrin, sembrava quasi che fosse lei a essere ferita e che la colpa fosse di Perrin, eppure lo fasciò con mano gentile. Era un contrasto affascinante, il tocco leggero e il brontolio furioso. Semplicemente disorientante.

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