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Le vite dei più eccellenti pittori, scultori e architetti: 9 (Classici) (Italian Edition)

Электронная книга - «Le vite dei più eccellenti pittori, scultori e architetti: 9 (Classici) (Italian Edition)». Краткое содержание книги:

Nel 1550 presso l'editore Torrentino a Firenze uscì la prima edizione delle Vite de' più eccellenti architetti, pittori e scultori italiani da Cimabue insino a' tempi nostri di Giorgio Vasari. Quest'opera, di vastissime dimensioni, costituisce ancora oggi un documento di fondamentale importanza per la storia dell'arte italiana dal Tre al Cinquecento. Servendosi del modello umanistico delle vite degli uomini illustri, Vasari si propone di mantenere viva la memoria delle opere d'arte, rimediando con la parola scritta alla loro inevitabile deperibilità fisica inventando un nuovo genere letterario, quello delle biografie di artisti. Le Vite costituiscono un ricchissimo catalogo di notizie, descrizioni, documenti degli artisti italiani, all'interno di una storia delle arti figurative ricostruita dall'autore con notevole coscienza critica.
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Dopo, per consiglio di Michelozzo, da chi governava allora la città fu ordinato che si dovesse ancora, sopra gl'archi di quelle colonne, scaricare et alleggerire il peso di quelle mura che vi erano, e rifar di nuovo tutto il cortile dagli archi in su, con ordine di finestre alla moderna, simili a quelle che per Cosimo aveva fatto nel cortile del palazzo de' Medici; e che si sgraffisse a bozzi per le mura, per mettervi que' gigli d'oro che ancora vi si veggono al presente, il che tutto fece far Michelozzo con prestezza, facendo al dritto delle finestre di detto cortile nel secondo ordine, alcuni tondi che variassino dalle finestre su dette, per dar lume alle stanze di mezzo, che son sopra alle prime, dov'è oggi la sala de' Dugento. Il terzo piano poi, dove abitavano i signori e il gonfaloniere, fece più ornato, spartendo in fila dalla parte di verso S. Piero Scaraggio, alcune camere per i signori che prima dormivano tutti insieme in una medesima stanza, le quali camere furono otto per i signori et una maggiore per il gonfaloniere, che tutte rispondevano in un andito che aveva le finestre sopra il cortile. E di sopra fece un altro ordine di stanze commode per la famiglia del palazzo, in una delle quali, dove è oggi la depositeria, è ritratto ginocchioni dinanzi a una Nostra Donna, Carlo, figliuolo del re Ruberto, duca di Calavria, di mano di Giotto. Vi fece similmente le camere de' donzelli, tavolaccini, trombetti, musici, pifferi, mazzieri, comandatori et araldi, e tutte l'altre stanze che a un così fatto palazzo si richieggono. Ordinò anco in cima del ballatoio una cornice di pietre, che girava intorno al cortile; et appresso a quella una conserva d'acqua che si ragunava quando pioveva, per far gittar fonti posticce a certi tempi. Fece far ancora Michelozzo l'acconcime della cappella dove s'ode la messa, et appresso a quella molte stanze e palchi ricchissimi, dipinti a gigli d'oro in campo azzurro. Et alle stanze di sopra e di sotto di quel palazzo fece fare altri palchi e ricoprire tutti i vecchi che vi erano stati fatti inanzi all'antica. Et insomma gli diede tutta quella perfezzione che a tanta fabrica si conveniva; e l'acque de' pozzi fece, che si conducevano insino sopra l'ultimo piano e che con una ruota si attignevano più agevolmente che non si fa per l'ordinario. A una cosa sola non potette l'ingegno di Michelozzo rimediare, cioè alla scala publica, perché da principio fu male intesa, posta in mal luogo e fatta malagevole, erta e senza lumi, con gli scaglioni di legno dal primo piano in su; s'affaticò nondimeno di maniera che all'entrata del cortile fece una salita di scaglioni tondi et una porta con pilastri di pietra forte e con bellissimi capitelli intagliati di sua mano, et una cornice architravata doppia, con buon disegno, nel fregio della quale accomodò tutte l'arme del comune. E, che è più, fece tutte le scale di pietra forte insino al piano dove stava la Signoria; e le fortificò in cima et a mezzo con due saracinesche, per i casi de' tumulti; et a sommo della scala fece una porta che si chiamava la catena, dove stava del continuo un tavolaccino che apriva e chiudeva, secondo che gli era commesso da chi governava. Riarmò la torre del campanile, che era crepata per il peso di quella parte che posa in falso, cioè sopra i beccatelli di verso la piazza, con cigne grandissime di ferro. E finalmente bonificò e restaurò di maniera questo palazzo, che ne fu da tutta la città comendato, e fatto, oltre agl'altri premii, di Collegio; il quale magistrato è in Firenze onorevole molto. E se a qualcuno paresse che io mi fussi in questo forse più disteso che bisogno non era, ne merito scusa, perché dopo aver mostrato nella vita d'Arnolfo la sua prima edificazione, che fu l'anno 1298, fatta fuor di squadra e d'ogni ragionevole misura, con colonne dispari nel cortile, archi grandi e piccoli, scale mal commode e stanze bieche e sproporzionate, faceva bisogno che io dimostrasse ancora a qual termine lo riducesse l'ingegno e giudizio di Michelozzo, se bene anch'egli non l'accommodò in modo che si potesse agiatamente abitarvi, né altrimenti che con disagio e scommodo grandissimo. Essendovi finalmente venuto ad abitar, l'anno 1538, il signor duca Cosimo, cominciò sua eccellenza a ridurlo a miglior forma, ma perché non fu mai inteso né saputo essequire il concetto del Duca da quegli architetti che in quell'opera molti anni lo servirono, egli si diliberò di vedere se si poteva, senza guastare il vecchio nel quale era pur qualcosa di buono, racconciare, facendo, secondo che egli aveva nello animo, le scale e le stanze scommode e disagiose, con miglior ordine, commodità e proporzione.

Fatto dunque venire da Roma Giorgio Vasari pittore et architetto aretino, il quale serviva papa Giulio Terzo, gli diede commessione che non solo accommodasse le stanze che aveva fatto cominciare nell'apartato di sopra, dirimpetto alla piazza del grano (come che rispetto alla pianta di sotto fussero bieche), ma che ancora andasse pensando se quel palazzo si potesse, senza guastare quel che era fatto, ridurre di dentro in modo che per tutto si caminasse da una parte all'altra, e dall'un luogo all'altro, per via di scale segrete e publiche, e più piane che si potesse. Giorgio adunque, mentre che le dette stanze cominciate si adornavano di palchi messi d'oro e di storie di pittura a olio, e le facciate di pitture a fresco, et in alcune altre si lavorava di stucchi, levò la pianta di tutto quel palazzo, e nuovo e vecchio, che lo gira intorno. E dopo, dato ordine con non piccola fatica e studio a quanto voleva fare, cominciò a ridurlo a poco a poco in buona forma et a riunire, senza guastare quasi punto di quello che era fatto, le stanze disunite, che prima erano quale alta e quale bassa ne' piani. Ma perché il signor Duca vedesse il disegno del tutto, in spazio di sei mesi ebbe condotto un modello di legname ben misurato, di tutta quella machina che più tosto ha forma e grandezza di castello che di palazzo. Il quale modello essendo piacciuto al Duca, si è secondo quello unito e fatto molte commode stanze e scale agiate publiche e segrete, che rispondono in su tutti i piani; e per cotal modo rendute libere le sale che erano come una publica strada, non si potendo prima salire di sopra senza passar per mezzo di quelle; et il tutto si è di varie e diverse pitture magnificamente adornato. Et in ultimo si è alzato il tetto della sala grande più di quello che egli era dodici braccia, di maniera che se Arnolfo, Michelozzo e gli altri, che dalla prima pianta in poi vi lavorarono, ritornasseno in vita, non lo riconoscerebbono, anzi crederebbono che fusse, non la loro, ma una nuova muraglia, et un altro edifizio.

Ma tornando oggimai a Michelozzo, dico che essendo dato ai frati di S. Domenico da Fiesole la chiesa di S. Giorgio, non vi stettono se non da mezzo luglio in circa insino a tutto gennaio; per che avendo ottenuto per loro Cosimo de' Medici e Lorenzo suo fratello, da papa Eugenio, la chiesa e convento di S. Marco, dove prima stavano monaci Salvestrini e dato loro in quel cambio San Giorgio detto, ordinarono, come inclinati molto alla religione e al servigio e culto divino, che secondo il disegno e modello di Michelozzo si facesse il detto convento di S. Marco tutto di muovo et amplissimo e magnifico, e con tutte quelle commodità che i detti frati sapessono migliori disiderare. A che dato principio l'anno 1437, la prima cosa si fece quella parte che risponde sopra il reffettorio vecchio, dirimpetto alle spalle del Duca, le quali fece già murare il duca Lorenzo de' Medici; nel qual luogo furono fatte venti celle, messo il tetto et al reffettorio fatti i fornimenti di legname e finito nella maniera che si sta ancor oggi. E per allora non si seguitò più oltre, per stare a vedere che fine dovesse avere una lite che sopra il detto convento aveva mosso contra i frati di S. Marco, un maestro Stefano, generale di detti Salvestrini. La quale finita in favore de' detti frati di S. Marco, si ricominciò a seguitare la muraglia; ma perché la cappella maggiore, stata edificata da ser Pino Bonacorsi, era dopo venuta in una donna de' Caponsacchi, e da lei a Mariotto Banchi, sbrigata che fu sopra ciò non so che lite, Mariotto donò la detta capella a Cosimo de' Medici, avendola difesa e tolta ad Agnolo della Casa, al quale l'avevano o data o venduta i detti Salvestrini; e Cosimo all'incontro diede a Mariotto per ciò cinquecento scudi. Dopo, avendo similmente comperato Cosimo dalla Compagnia dello Spirito Santo il sito dove è oggi il coro, fu fatto la cappella, la tribuna et il coro con ordine di Michelozzo, e fornito di tutto punto l'anno 1439. Dopo fu fatta la libreria, lunga braccia 80 e larga 18, tutta in volta di sopra e di sotto, e con 64 banchi di legno di cipresso, pieni di bellissimi libri. Appresso si diede fine al dormentorio, riducendolo in forma quadra, et insomma al chiostro et a tutte le commodissime stanze di quel convento; il quale si crede che sia il meglio inteso e più bello e più commodo, per tanto che sia in Italia, mercé della virtù et industria di Michelozzo, che lo diede finito del tutto l'anno 1452. Dicesi che Cosimo spese in questa fabrica 36 mila ducati, e che mentre si murò, diede ogni anno ai frati 366 ducati per il vitto loro. Della edificazione e sagrazione del qual tempio si leggono in un epitaffio di marmo sopra la porta che va in sagrestia queste parole:

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