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Le vite dei più eccellenti pittori, scultori e architetti: 9 (Classici) (Italian Edition)

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Nel 1550 presso l'editore Torrentino a Firenze uscì la prima edizione delle Vite de' più eccellenti architetti, pittori e scultori italiani da Cimabue insino a' tempi nostri di Giorgio Vasari. Quest'opera, di vastissime dimensioni, costituisce ancora oggi un documento di fondamentale importanza per la storia dell'arte italiana dal Tre al Cinquecento. Servendosi del modello umanistico delle vite degli uomini illustri, Vasari si propone di mantenere viva la memoria delle opere d'arte, rimediando con la parola scritta alla loro inevitabile deperibilità fisica inventando un nuovo genere letterario, quello delle biografie di artisti. Le Vite costituiscono un ricchissimo catalogo di notizie, descrizioni, documenti degli artisti italiani, all'interno di una storia delle arti figurative ricostruita dall'autore con notevole coscienza critica.
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Sono nelle case de' Martelli di molte storie di marmo e di bronzo, et infra gli altri, un David di braccia tre, e molte altre cose da lui, in fede della servitù e dell'amore ch'a tal famiglia portava, donate liberalissimamente; e particularmente un S. Giovanni tutto tondo di marmo, finito da lui, di tre braccia d'altezza, cosa rarissima oggi in casa gli eredi di Ruberto Martelli, del quale fu fatto un fideicommisso, che né impegnare né vendere né donare si potesse, senza gran pregiudizio per testimonio e fede delle carezze usate da loro a Donato, e da esso a loro in riconoscimento de la virtù sua, la quale per la protezzione e per il comodo avuto da loro aveva imparata. Fece ancora, e fu mandata a Napoli, una sepoltura di marmo per uno arcivescovo, che è in S. Angelo di Seggio di Nido, nella quale son tre figure tonde, che la cassa del morto con la testa sostengono, e nel corpo della cassa è una storia di basso rilievo sì bella, che infinite lode se le convengono. Et in casa del Conte di Matalone, nella città medesima, è una testa di cavallo di mano di Donato tanto bella che molti la credono antica. Lavorò nel castello di Prato il pergamo di marmo dove si mostra la cintola, nello spartimento del quale un ballo di fanciulli intagliò sì belli e sì mirabili che si può dire che non meno mostrasse la perfezzione dell'arte in questo che e' si facesse nelle altre cose. Di più fece, per reggimento di detta opera, due capitelli di bronzo, uno dei quali vi è ancora, e l'altro dagli Spagnuoli, che quella terra misero a sacco, fu portato via.

Avvenne che in quel tempo la Signoria di Vinegia, sentendo la fama sua, mandò per lui acciò che facesse la memoria di Gattamelata nella città di Padova, onde egli vi andò ben volentieri, e fece il cavallo di bronzo che è in sulla piazza di S. Antonio; nel quale si dimostra lo sbuffamento et il fremito del cavallo et il grande animo e la fierezza vivacissimamente espressa dalla arte nella figura che lo cavalca. E dimostrossi Donato tanto mirabile nella grandezza del getto in proporzioni et in bontà, che veramente si può aguagliare a ogni antico artefice, in movenza, disegno, arte, proporzione e diligenza. Perché non solo fece stupire allora que' che lo videro, ma ogni persona che al presente lo vede. Per la qual cosa cercarono i Padovani con ogni via di farlo lor cittadino, e con ogni sorte di carezze fermarlo. E per intrattenerlo gli allogarono a la chiesa de' Frati Minori, nella predella dello altar maggiore, le istorie di S. Antonio da Padova, le quali sono di basso rilievo e talmente con giudicio condotte, che gli uomini eccellenti di quell'arte ne restano maravigliati e stupiti; considerando in esse i belli e variati componimenti, con tanta copia di stravaganti figure e prospettive diminuiti. Similmente nel dossale dello altare, fece bellissime le Marie che piangono il Cristo morto. Et in casa d'un de' conti Capo di Lista, lavorò una ossatura d'un cavallo di legname che senza collo ancora oggi si vede, nella quale le commettiture sono con tanto ordine fabbricate che chi considera il modo di tale opera giudica il capriccio del suo cervello e la grandezza dello animo di quello.

In un monastero di monache fece un S. Sebastiano di legno, a' preghi d'un capellano loro amico e domestico suo, che era fiorentino; il quale gliene portò uno che elle avevano vecchio e goffo, pregandolo che e' lo dovesse fare come quello. Per la qual cosa, sforzandosi Donato di imitarlo per contentare il capellano e le monache, non poté far sì che, ancora che quello che goffo era, imitato avesse, non facesse nel suo la bontà e l'artificio usato. In compagnia di questo, molte altre figure di terra e di stucco fece; e di un cantone d'un pezzo di marmo vecchio, che le dette monache in un loro orto avevano, ricavò una molto bella Nostra Donna. E similmente per tutta quella città sono opre di lui infinitissime. Onde, essendo per miracolo quivi tenuto e da ogni intelligente lodato, si deliberò di voler tornare a Fiorenza, dicendo che se più stato vi fosse, tutto quello che sapeva dimenticato s'averebbe, essendovi tanto lodato da ognuno; e che volentieri nella sua patria tornava, per esser poi colà di continuo biasimato; il quale biasmo gli dava cagione di studio, e consequentemente di gloria maggiore. Per il che, di Padova partitosi, nel suo ritorno a Vinegia, per memoria della bontà sua, lasciò in dono alla nazione fiorentina per la loro cappella ne' Frati Minori, un S. Giovan Batista di legno, lavorato da lui con diligenza e studio grandissimo.

Nella città di Faenza lavorò di legname un S. Giovanni et un S. Girolamo, non punto meno stimati che l'altre cose sue. Appresso, ritornatosene in Toscana, fece nella Pieve di Monte Pulciano una sepoltura di marmo con una bellissima storia, et in Fiorenza, nella sagrestia di S. Lorenzo, un lavamani di marmo, nel quale lavorò parimente Andrea Verrocchio. Et in casa di Lorenzo della Stuffa fece teste e figure molto pronte e vivaci. Partitosi poi da Fiorenza, a Roma si trasferì, per cercar d'imitare le cose degli antichi più che poté, e quelle studiando, lavorò di pietra in quel tempo un tabernacolo del Sacramento che oggidì si truova in S. Pietro. Ritornando a Fiorenza, e da Siena passando, tolse a fare una porta di bronzo per il batistero di S. Giovanni, et avendo fatto il modello di legno e le forme di cera quasi tutte finite, et a buon termine con la cappa condottele per gittarle, vi capitò Bernardetto di Mona Papera orafo fiorentino, amico e domestico suo, il quale, tornando da Roma, seppe tanto fare e dire che, o per sue bisogne, o per altra cagione, ricondusse Donato a Firenze, onde quell'opera rimase imperfetta, anzi non cominciata. Solo restò, nell'opera del Duomo di quella città, di sua mano, un S. Giovanni Battista di metallo, al quale manca il braccio destro dal gomito in su, e ciò si dice avere fatto Donato per non essere stato sodisfatto dell'intero pagamento. Tornato dunque a Firenze, lavorò a Cosimo de' Medici, in S.Lorenzo, la sagrestia di stucco, cioè ne' peducci della volta quattro tondi co' campi di prospettiva, parte dipinti e parte di bassi rilievi di storie degl'Evangelisti. Et in detto luogo fece due porticelle di bronzo di basso rilievo bellissime, con gli Apostoli, co' martiri e' confessori; e sopra quelle alcune nicchie piane, dentrovi nell'una un San Lorenzo et un S. Stefano; e nell'altra S. Cosimo e Damiano. Nella crociera della chiesa lavorò di stucco quattro santi di braccia cinque l'uno, i quali praticamente sono lavorati. Ordinò ancora i pergami di bronzo dentrovi la passion di Cristo; cosa che ha in sé disegno, forza, invenzione et abbondanza di figure e casamenti, quali non potendo egli per vecchiezza lavorare, finì Bertoldo suo creato et a ultima perfezzione li ridusse. A Santa Maria del Fiore fece due colossi di mattoni e di stucco, i quali sono fuora della chiesa, posti in sui canti delle cappelle per ornamento. Sopra la porta di Santa Croce si vede ancor oggi, finito di suo, un San Lodovico di bronzo di cinque braccia, del quale, essendo incolpato che fosse goffo e forse la manco buona cosa che avesse fatto mai, rispose che a bello studio tale l'aveva fatto, essendo egli stato un goffo a lasciare il reame per farsi frate. Fece il medesimo la testa della moglie del detto Cosimo de' Medici, di bronzo, la quale si serba nella guardaroba del signor duca Cosimo, dove sono molte altre cose di bronzo e di marmo, di mano di Donato; e fra l'altre, una Nostra Donna col Figliuolo in braccio, dentro nel marmo di schiacciato rilievo de la quale non è possibile vedere cosa più bella: e massimamente avendo un fornimento intorno, di storie fatte di minio da fra' Bartolomeo che sono mirabili, come si dirà al suo luogo. Di bronzo ha il detto signor duca, di mano di Donato, un bellissimo, anzi miracoloso Crucifisso, nel suo studio dove sono infinite anticaglie rare e medaglie bellissime. Nella medesima guardaroba è in un quadro di bronzo di basso rilievo, la Passione di Nostro Signore con gran numero di figure; et in un altro quadro pur di metallo, un'altra Crucifissione. Similmente in casa degli eredi di Iacopo Caponi, che fu ottimo cittadino e vero gentiluomo, è un quadro di Nostra Donna di mezzo rilievo nel marmo, che è tenuto cosa rarissima. Messer Antonio de' Nobili ancora, il quale fu depositario di sua eccellenza, aveva in casa un quadro di marmo, di mano di Donato, nel quale è di basso rilievo una mezza Nostra Donna tanto bella, che detto Messer Antonio la stimava quanto tutto l'aver suo. Né meno fa Giulio suo figliuolo, giovane di singolar bontà e giudizio et amator de' virtuosi e di tutti gl'uomini eccellenti. In casa ancora di Giovambatista d'Agnol Doni, gentiluomo fiorentino, è un Mercurio di metallo, di mano di Donato, alto un braccio e mezzo, tutto tondo, e vestito in un certo modo bizzarro, il quale è veramente bellissimo e non men raro che l'altre cose che adornano la sua bellissima casa. Ha Bartolomeo Gondi, del quale si è ragionato nella vita di Giotto, una Nostra Donna di mezzo rilievo fatta da Donato con tanto amore e diligenza, che non è possibile veder meglio, né imaginarsi come Donato scherzasse nell'acconciatura del capo e nella leggiadria dell'abito, ch'ell'ha indosso. Parimente Messer Lelio Torelli, primo auditore e segretario del signor duca, e non meno amator di tutte le scienze, virtù e professioni onorate, che eccellentissimo iurisconsulto, ha un quadro di Nostra Donna di marmo, di mano dello stesso Donatello. Del quale chi volesse pienamente raccontare la vita, l'opere che fece, sarebbe troppo più lunga storia che non è di nostra intenzione nello scrivere le Vite de' nostri artefici; perciò che, non che nelle cose grandi delle quali si è detto a bastanza, ma ancora a menomissime cose dell'arte pose la mano, facendo arme di casate ne' camini e nelle facciate delle case de' cittadini, come si può vederne una bellissima, nella casa [de' Sommai] che è dirimpetto al fornaio della Vacca. Fece anco, per la famiglia de' Martelli, una cassa a uso di zana fatta di vimini, perché servisse per sepoltura; ma è sotto la chiesa di San Lorenzo, perché di sopra non appariscono sepolture di nessuna sorte, se non l'epitaffio di quella di Cosimo de' Medici, che nondimeno ha la sua apritura di sotto come l'altre. Dicesi che Simone, fratello di Donato, avendo lavorato il modello della sepoltura di papa Martino Quinto, mandò per Donato, che la vedesse inanzi che la gettasse. Onde, andando Donato a Roma, vi si trovò appunto quando vi era Gismondo imperatore per ricevere la corona da papa Eugenio Quarto; per che fu forzato, in compagnia di Simone, adoperarsi in fare l'onoratissimo apparato di quella festa, nel che si acquistò fama et onore grandissimo. Nella guardaroba ancora del signor Guidobaldo, duca d'Urbino, è di mano del medesimo una testa di marmo bellissima, e si stima che fusse data agli antecessori di detto duca dal Magnifico Giuliano de' Medici, quando si tratteneva in quella corte piena di virtuosissimi signori. Insomma Donato fu tale e tanto mirabile in ogni azzione, che e' si può dire che in pratica, in giudizio et in sapere, sia stato de' primi a illustrare l'arte della scultura e del buon disegno ne' moderni; e tanto più merita commendazione, quanto nel tempo suo le antichità non erano scoperte sopra la terra, dalle colonne, i pili e gli archi trionfali in fuora. Et egli fu potissima cagione che a Cosimo de' Medici si destasse la volontà dell'introdurre a Fiorenza le antichità, che sono et erano in casa Medici, le quali tutte di sua mano acconciò. Era liberalissimo, amorevole e cortese, e per gl'amici migliore che per sé medesimo; né mai stimò danari, tenendo quegli in una sporta con una fune al palco appiccati, onde ogni suo lavorante et amico pigliava il suo bisogno, senza dirgli nulla. Passò la vecchiezza allegrissimamente, e venuto in decrepità, ebbe ad essere soccorso da Cosimo e da altri amici suoi, non potendo più lavorare. Dicesi che venendo Cosimo a morte lo lasciò raccomandato a Piero suo figliuolo, il quale, come diligentissimo esecutore della volontà di suo padre, gli donò un podere in Cafaggiuolo, di tanta rendita che e' ne poteva vivere comodamente. Di che fece Donato festa grandissima, parendoli essere con questo più che sicuro di non avere a morir di fame. Ma non lo tenne però un anno, che ritornato a Piero, glielo rinunziò per contratto publico, affermando che non voleva perdere la sua quiete per pensare alla cura famigliare et alla molestia del contadino, il quale ogni terzo dì gli era intorno, quando perché il vento gli aveva scoperta la colombaia, quando perché gli erano tolte le bestie dal Commune per le gravezze, e quando per la tempesta che gli aveva tolto il vino e le frutte. Delle quali cose era tanto sazio et infastidito, che e' voleva innanzi morir di fame che avere a pensare a tante cose. Rise Piero della semplicità di Donato, e per liberarlo di questo affanno, accettato il podere, che così volle al tutto Donato, gli assegnò in sul banco suo una provisione della medesima rendita, o più, ma in danari contanti, che ogni settimana gli erano pagati per la rata che gli toccava; del che egli sommamente si contentò. E servitore et amico della casa de' Medici, visse lieto e senza pensieri tutto il restante della sua vita, ancora che conduttosi ad 83 anni, si trovasse tanto parletico che e' non potesse più lavorare in maniera alcuna, e si conducesse a starsi nel letto continovamente, in una povera casetta che aveva nella via del Cocomero, vicino alle monache di San Niccolò. Dove peggiorando di giorno in giorno, e consumandosi a poco a poco, si morì il dì 13 di dicembre 1466. E fu sotterrato nella chiesa di San Lorenzo, vicino alla sepoltura di Cosimo, come egli stesso aveva ordinato, a cagione che così gli fusse vicino il corpo già morto, come vivo sempre gli era stato presso con l'animo.

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