Le vite dei più eccellenti pittori, scultori e architetti: 9 (Classici) (Italian Edition)
- Автор: Вазари Джорджо
- Язык: итальянский
- Жанр: Картины, альбомы, иллюстрированные каталоги
Электронная книга - «Le vite dei più eccellenti pittori, scultori e architetti: 9 (Classici) (Italian Edition)». Краткое содержание книги:
Sculptura H. M. a Florentinis fieri voluit Donatello, utpote homini, qui ei, quod jam diu optimis artificibus multisque saeculis, tum nobilitatis tum nominis acquisitum fuerat, iniuriave tempor. perdiderat ipsa, ipse unus una vita infinitisque operibus cumulatiss. restituerit, et patriae benemerenti huius restitutae virtutis palmam reportarit.
Excudit nemo spirantia mollius aera:
vera cano: cernes marmora viva loqui.
Graecorum sileat prisca admirabilis aetas
compendibus statuas continuisse Rhodon.
Nectere namque magis fuerant haec vincula digna
istius egregias artificis statuas.
Quanto con dotta mano alla scultura
già fecer molti, or sol Donato ha fatto:
renduto ha vita a' marmi, affetto et atto:
che più, se non parlar, può dar natura?
Delle opere di costui restò così pieno il mondo, che bene si può affermare con verità nessuno artefice aver mai lavorato più di lui. Imperò che, dilettandosi d'ogni cosa, a tutte le cose mise le mani, senza guardare che elle fossero o vili o di pregio. E fu nientedimanco necessarissimo alla scultura il tanto operare di Donato in qualunque spezie di figure tonde, mezze, basse e bassissime; per che sì come ne' tempi buoni degli antichi Greci e Romani, i molti la fecero venir perfetta, così egli solo con la moltitudine delle opere, la fece ritornare perfetta e maravigliosa nel secol nostro. Laonde gli artefici debbono riconoscere la grandezza della arte, più da costui che da qualunche altro che sia nato modernamente, avendo egli oltra il facilitare le difficultà della arte, con la copia delle opre sue congiunto insieme la invenzione, il disegno, la pratica, il giudizio et ogni altra parte, che da un ingegno divino si possa o debbia mai aspettare. Fu Donato resolutissimo e presto, e con somma facilità condusse tutte le cose sue, et operò sempremai assai più di quello che e' promise.
Rimase a Bertoldo, suo creato, ogni suo lavoro; e massimamente i pergami di bronzo di S. Lorenzo che da lui furono poi rinetti la maggior parte, e condotti a quel termine che e' si veggono in detta chiesa.
Non tacerò che avendo il dottissimo e molto reverendo don Vincenzio Borghini, del quale si è di sopra ad altro proposito ragionato, messo insieme in un gran libro infiniti disegni d'eccellenti pittori e scultori, così antichi come moderni, egli in due carte, dirimpetto l'una all'altra, dove sono disegni di mano di Donato e di Michelagnolo Bonarroti, ha fatto nell'ornamento, con molto giudizio, questi due motti greci: a Donato: "e Donatos Bonarreraotizei" et a Michelagnolo, "e Bonarreraeotos Donatizei" in latino suonano: Aut Donatus Bonarrotum exprimit et refert, aut Bonarrotus Donatum. E nella nostra lingua: O lo spirito di Donato opera nel Buonarroto, o quello di Buonarroto antecipò di operare in Donato.
FINE DELLA VITA DI DONATO SCULTORE FIORENTINO
VITA DI MICHELOZZO MICHELOZZI PITTORE SCULTORE ET ARCHITETTO FIORENTINO
Se chiunche in questo mondo vive, credesse d'avere a vivere quando non si può più operare, non si condurrebbono molti a mendicare nella loro vecchiezza quello che senza risparmio alcuno consumarono in gioventù, quando i copiosi e larghi guadagni, acecando il vero discorso, gli facevano spendere oltre il bisogno, e molto più che non conveniva. Imperò che, atteso quanto mal volentieri è veduto chi da molto è venuto al poco, deve ognuno ingegnarsi onestamente però e con la via del mezzo di non avere in vecchiezza a mendicare. E chi farà come Michelozzo, il quale in questo non imitò Donato suo maestro, ma sì bene nelle virtù, viverà onoratamente tutto il tempo di sua vita e non averà bisogno negl'ultimi anni d'andarsi procacciando miseramente il vivere.
Attese dunque Michelozzo nella sua giovinezza con Donatello alla scultura et ancora al disegno; e quantunque gli si dimostrasse difficile, s'andò sempre nondimeno aiutando con la terra, con la cera e col marmo, di maniera che nell'opre che egli fece poi, mostrò sempre ingegno e gran virtù. Ma in una avanzò molti e se stesso, cioè che dopo il Brunellesco fu tenuto il più ordinato architettore de' tempi suoi, e quello che più agiatamente dispensasse et accomodasse l'abitazioni de' palazzi, conventi e case, e quello che con più giudizio le ordinasse meglio, come a suo luogo diremo. Di costui si valse Donatello molti anni, perché aveva gran pratica nel lavorare di marmo e nelle cose de' getti di bronzo; come ne fa fede in S. Giovanni di Fiorenza nella sepoltura che fu fatta, come si disse, da Donatello per papa Giovanni Coscia, perché la maggior parte fu condotta da lui, e vi si vede ancora di sua mano una statua di braccia due e mezzo, d'una Fede che v'è di marmo molto bella, in compagnia d'una Speranza e Carità fatta da Donatello della medesima grandezza, che non perde da quelle. Fece ancora Michelozzo sopra alla porta della sagrestia et Opera dirimpetto a S. Giovanni, un San Giovannino di tondo rilievo lavorato con diligenza; il qual fu lodato assai. Fu Michelozzo tanto familiare di Cosimo de' Medici, che conosciuto l'ingegno suo, gli fece fare il modello della casa e palazzo che è sul canto di via Larga, di costa a S. Giovannino, parendogli che quello che aveva fatto (come si disse) Filippo di ser Brunellesco fusse troppo sontuoso e magnifico e da recargli fra i suoi cittadini piuttosto invidia che grandezza o ornamento alla città o comodo a sé; per il che piaciutoli quello che Michelozzo aveva fatto, con suo ordine lo fece condurre a perfezzione in quel modo che si vede al presente, con tante utili e belle commodità e graziosi ornamenti, quanto si vede; i quali hanno maestà e grandezza nella simplicità loro; e tanto più merita lode Michelozzo, quanto questo fu il primo che in quella città fusse stato fatto con ordine moderno, e che avesse in sé uno spartimento di stanze utili e bellissime. Le cantine sono cavate mezze sotto terra, cioè 4 braccia e tre sopra per amore de' lumi, et accompagnate da canove e dispense. Nel primo piano terreno sono due cortili con logge magnifiche, nelle quali rispondono salotti, camere, anticamere, scrittoi, destri, stufe, cucine, pozzi, scale segrete e publiche agiatissime. E sopra ciascun piano sono abitazioni e appartamenti per una famiglia, con tutte quelle commodità che possono bastare, nonché a un cittadino privato com'era allora Cosimo, ma a qual si voglia splendidissimo et onoratissimo re, onde a' tempi nostri vi sono allogiati comodamente re, imperatori, papi e quanti illustrissimi principi sono in Europa, con infinita lode, così della magnificenza di Cosimo come della eccellente virtù di Michelozzo nella architettura. Essendo l'anno 1433 Cosimo mandato in esilio, Michelozzo, che lo amava infinitamente e gli era fidelissimo, spontaneamente lo accompagnò a Vinezia e seco volle sempre, mentre vi stette, dimorare; là, dove, oltre a molti disegni e modelli che vi fece di abitazioni private e publiche, ornamenti per gl'amici di Cosimo e per molti gentiluomini, fece, per ordine e a spese di Cosimo, la libreria del monasterio di San Giorgio Maggiore, luogo de' monaci Neri di Santa Iustina, che fu finita non solo di muraglia, di banchi, di legnami et altri ornamenti, ma ripiena di molti libri. E questo fu il trattenimento e lo spasso di Cosimo in quell'esilio, dal quale essendo l'anno 1434 richiamato alla patria, tornò quasi trionfante, e Michelozzo con esso lui. Standosi dunque Michelozzo in Fiorenza, il palazzo publico della Signoria cominciò a minacciare rovina, perché alcune colonne del cortile pativano, o fusse ciò perché il troppo peso di sopra le caricasse, o pure il fondamento debole e bieco, e forse ancora perché erano di pezzi mal commessi e mal murati. Ma qualunque di ciò fusse la cagione, ne fu dato cura a Michelozzo, il quale volentieri accettò l'impresa, perché in Vinezia presso a S. Barnaba aveva proveduto a un pericolo simile in questo modo: un gentiluomo, il quale aveva una casa che stava in pericolo di rovinare, ne diede la cura a Michelozzo, onde egli (secondo che già mi disse Michelagnolo Bonarroti) fatto fare segretamente una colonna e messi a ordine puntegli assai, cacciò il tutto in una barca et in quella entrato con alcuni maestri, in una notte ebbe puntellata la casa e rimessa la colonna. Michelozzo dunque, da questa sperienza fatto animoso, riparò al pericolo del palazzo e fece onor a sé et a chi l'aveva favorito in fargli dare cotal carico; e rifondò e rifece le colonne in quel modo che oggi stanno; avendo fatto prima una travata spessa di puntelli e di legni grossi per lo ritto, che reggevano le centine degli archi fatti di pancone di noce, per le vòlte che venivano del pari a reggere unitamente il peso che prima sostenevano le colonne; et a poco a poco cavate quelle che erano in pezzi mal commessi, rimesse di nuovo l'altre di pezzi, lavorate con diligenza; in modo che non patì la fabbrica cosa alcuna né mai ha mosso un pelo; e perché si riconoscessino le sue colonne dall'altre, ne fece alcune a otto facce, in su' canti con capitelli che hanno intagliato le foglie alla foggia moderna, et altre tonde, le quali molto bene si riconoscano dalle vecchie che già vi fece Arnolfo.