Le vite dei più eccellenti pittori, scultori e architetti: 9 (Classici) (Italian Edition)
- Автор: Вазари Джорджо
- Язык: итальянский
- Жанр: Картины, альбомы, иллюстрированные каталоги
Электронная книга - «Le vite dei più eccellenti pittori, scultori e architetti: 9 (Classici) (Italian Edition)». Краткое содержание книги:
Fece similmente Giuliano l'ornamento della porta Capovana, et in quella molti trofei variati e belli; onde meritò che quel re gli portasse grand'amore, e rimunerandolo altamente delle fatiche, adagiasse i suoi discendenti. E perché aveva Giuliano insegnato a Benedetto suo nipote l'arte delle tarsie, l'architettura et a lavorar qualche cosa di marmo, Benedetto si stava in Fiorenza, attendendo a lavorar di tarsia, perché gl'apportava maggior guadagno che l'altre arti non facevano, quando Giuliano, da Messer Antonio Rosello aretino, segretario di papa Paulo II, fu chiamato a Roma al servizio di quel Pontefice, dove andato, gl'ordinò nel primo cortile del palazzo di S. Piero le logge di trevertino con tre ordini di colonne: la prima del piano da basso, dove sta oggi il Piombo et altri uffizii; la seconda di sopra dove sta il datario et altri prelati; e la terza e ultima, dove sono le stanze che rispondono in sul cortile di S. Piero, le quali adornò di palchi dorati e d'altri ornamenti. Furono fatte similmente col suo disegno le logge di marmo dove il Papa dà la benedizzione, il che fu lavoro grandissimo, come ancor oggi si vede. Ma quello che egli fece di stupenda maraviglia più che altra cosa, fu il palazzo che fece per quel Papa, insieme con la chiesa di S. Marco di Roma; dove andò una infinità di trevertini, che furono cavati, secondo che si dice, di certe vigne vicine all'arco di Gostantino, che venivano a esser contraforti de' fondamenti di quella parte del Colosseo ch'è oggi rovinata, forse per aver allentato quell'edifizio. Fu dal medesimo Papa mandato Giuliano alla Madonna di Loreto, dove rifondò e fece molto maggior il corpo di quella chiesa, che prima era piccola e sopra pilastri alla selvatica; ma non andò più alto che il cordone che vi era; nel qual luogo condusse Benedetto suo nipote, il quale, come si dirà, voltò poi la cupola. Dopo, essendo forzato Giuliano a tornare a Napoli per finire l'opere incominciate gli fu allogata dal re Alfonso una porta vicina al castello, dove andavano più d'ottanta figure, le quali aveva Benedetto a lavorar in Fiorenza; ma il tutto, per la morte di quel re, rimase imperfetto e ne sono ancora alcune reliquie in Fiorenza nella Misericordia, et alcune altre n'erano al canto alla Macine a' tempi nostri, le quali non so dove oggi si ritrovino. Ma inanzi che morisse il re, morì in Napoli Giuliano di età di 70 anni, e fu con ricche essequie molto onorato, avendo il re fatto vestire a bruno 50 uomini che l'accompagnarono alla sepoltura, e poi dato ordine che gli fusse fatto un sepolcro di marmo. Rimase Polito nell'avviamento suo, il quale diede fine a' canali per l'acque di Poggio Reale. E Benedetto attendendo poi alla scultura passò in eccellenza, come si dirà, Giuliano suo zio; e fu concorrente nella giovanezza sua d'uno scultore, che faceva di terra, chiamato Modanino da Modena, il quale lavorò al detto Alfonso, una pietà con infinite figure tonde di terra cotta colorite, le quali con grandissima vivacità furono condotte, e dal re fatte porre nella chiesa di Monte Oliveto di Napoli, monasterio in quel luogo onoratissimo; nella quale opera è ritratto il detto re inginocchioni, il quale pare veramente più che vivo. Onde Modanino fu da lui con grandissimi premii rimunerato, ma morto che fu, come si è detto, il re, Polito e Benedetto se ne ritornarono a Fiorenza, dove non molto tempo dopo se n'andò Polito dietro a Giuliano per sempre.
Furono le sculture e pitture di costoro circa gl'anni di nostra salute 1447.
FINE DELLA VITA DI GIULIANO DA MAIANO
VITA DI PIERO DELLA FRANCESCA PITTORE DAL BORGO A SAN SEPOLCRO
Infelici sono veramente coloro, che affaticandosi negli studii per giovare altrui e per lasciare di sé fama, non sono lasciati o dall'infirmità o dalla morte alcuna volta condurre a perfezzione l'opere che hanno cominciato; e bene spesso avviene che lasciandole o poco meno che finite o a buon termine, sono usurpate dalla presonzione di coloro che cercano di ricoprire la loro pelle d'asino con le onorate spoglie del leone. E se bene il tempo, il quale si dice padre della verità o tardi o per tempo manifesta il vero, non è però che per qualche spazio di tempo non sia defraudato dell'onor che si deve alle sue fatiche colui che ha operato; come avvenne a Piero della Francesca dal Borgo a S. Sepolcro. Il quale, essendo stato tenuto maestro raro nelle difficoltà de' corpi regolari e nell'aritmetica e geometria, non potette, sopragiunto nella vecchiezza dalla cecità corporale e dalla fine della vita, mandare in luce le virtuose fatiche sue et i molti libri scritti da lui, i quali nel Borgo, sua patria, ancora si conservano. Se bene colui che doveva con tutte le forze ingegnarsi di accrescergli gloria e nome, per aver appreso da lui tutto quello che sapeva, come empio e maligno cercò d'annullare il nome di Piero suo precettore, et usurpar quello onore, che a colui solo si doveva, per sé stesso, publicando sotto suo nome proprio, cioè di fra' Luca dal Borgo, tutte le fatiche di quel buon vecchio, il quale, oltre le scienze dette di sopra, fu eccellente nella pittura.
Nacque costui nel Borgo a San Sepolcro, che oggi è città, ma non già allora, e chiamossi dal nome della madre, Della Francesca, per essere ella restata gravida di lui quando il padre e suo marito morì; e per essere da lei stato allevato et aiutato a pervenire al grado che la sua buona sorte gli dava. Attese Pietro nella sua giovenezza alle matematiche; et ancora che d'anni quindici fusse indiritto a essere pittore, non si ritrasse però mai da quelle; anzi facendo maraviglioso frutto et in quelle e nella pittura, fu adoperato da Guidobaldo Feltro, duca vecchio d'Urbino, al quale fece molti quadri di figure piccole, bellissimi, che sono andati in gran parte male, in più volte che quello stato è stato travagliato dalle guerre. Vi si conservarono nondimeno alcuni suoi scritti di cose di geometria e di prospettive, nelle quali non fu inferiore a niuno de' tempi suoi, né forse che sia stato in altri tempi già mai, come ne dimostrano tutte l'opere sue piene di prospettive, e particularmente un vaso in modo tirato a quadri e faccie, che si vede dinanzi, di dietro e dagli lati, il fondo e la bocca; il che è certo cosa stupenda, avendo in quello sottilmente tirato ogni minuzia, e fatto scortare il girare di tutti que' circoli con molta grazia. Laonde, acquistato che si ebbe in quella corte credito e nome, volle farsi conoscere in altri luoghi; onde, andato a Pesero et Ancona, in sul più bello del lavorare fu dal duca Borso chiamato a Ferrara, dove nel palazzo dipinse molte camere, che poi furono rovinate dal duca Ercole vecchio, per ridurre il palazzo alla moderna. Di maniera che in quella città non è rimaso di man di Piero se non una capella in S. Agostino, lavorata in fresco; et anco quella è dalla umidità mal condotta. Dopo, essendo condotto a Roma, per papa Nicola Quinto lavorò in palazzo due storie, nelle camere di sopra, a concorrenza di Bramante da Milano, le quali forono similmente gettate per terra da papa Giulio Secondo, perché Raffaello da Urbino vi dipignesse la prigionia di S. Piero et il miracolo del corporale di Bolsena, insieme con alcune altre che aveva dipinto Bramantino, pittore eccellente de' tempi suoi; e perché di costui non posso scrivere la vita né l'opere particulari per essere andate male, non mi parrà fatica, poi che viene a proposito, far memoria di costui, il quale nelle dette opere che furono gettate per terra, aveva fatto, secondo che ho sentito ragionare, alcune teste di naturale sì belle e sì ben condotte, che la sola parola mancava a dar loro la vita.