Le vite dei più eccellenti pittori, scultori e architetti: 9 (Classici) (Italian Edition)
- Автор: Вазари Джорджо
- Язык: итальянский
- Жанр: Картины, альбомы, иллюстрированные каталоги
Электронная книга - «Le vite dei più eccellenti pittori, scultori e architetti: 9 (Classici) (Italian Edition)». Краткое содержание книги:
Franciscus Sfortiae Dux IIII, qui amissum per praecessorum obitum urbis imperium recuperavit, hoc munus Christi pauperibus dedit, fundavitque 1457, die 12 aprilis.
Furono poi dipinte nel portico queste storie da maestro Vincenzio di Zoppa lombardo, per non essersi trovato in que' paesi miglior maestro. Fu opera ancora del medesimo Antonio la chiesa maggior di Bergamo fatta da lui con non manco diligenza e giudizio, che il sopra detto spedale. E perché si dilettò anco di scrivere, mentre che queste sue opere si facevano, scrisse un libro diviso in tre parti: nella prima tratta delle misure di tutti gl'edifizii e di tutto quello fa bisogno a voler edificare; nella seconda del modo dell'edificare et in che modo si potesse far una bellissima e commodissima città; nella terza fa nuove forme d'edifizii, mescolandovi così degl'antichi come de' moderni; tutta la quale opera è divisa in ventiquattro libri e tutta storiata di figure di sua mano. E come che alcuna cosa buona in essa si ritruovi, è nondimeno per lo più ridicola e tanto sciocca, che per avventura è nulla più. Fu dedicata da lui l'anno 1464 al Magnifico Piero di Cosimo de' Medici, et oggi è fra le cose dell'illustrissimo signor duca Cosimo. E nel vero se, poi che si mise a tanta fatica, avesse almeno fatto memoria de' maestri de' tempi suoi e dell'opere loro, si potrebbe in qualche parte comendare; ma non vi se ne trovano se non poche, e quelle sparse senza ordine per tutta l'opera; e dove meno bisognava ha durato fatica, come si dice, per impoverire e per esser tenuto di poco giudizio in mettersi a far quello che non sapeva.
Ma avendo detto pur assai del Filarete, è tempo oggimai che io torni a Simone fratello di Donato, il quale, dopo l'opera della porta, fece di bronzo la sepoltura di papa Martino. Similmente fece alcuni getti che andarono in Francia e molti che non si sa dove siano. Nella chiesa degl'Ermini al Canto alla Macine di Firenze fece un Crucifisso da portare a processione grande quanto il vivo; e perché fusse più leggero lo fece di sughero. In S. Felicita fece una Santa Maria Maddalena in penitenza, di terra, alta braccia tre e mezzo con bella proporzione e con scoprire i muscoli di sorte, che mostrò d'intender molto bene la notomia. Lavorò ne' Servi ancora per la Compagnia della Nunziata, una lapida di marmo da sepoltura, commettendovi dentro una figura di marmo bigio e bianco a guisa di pittura, sì come di sopra si disse aver fatto nel Duomo di Siena Duccio Sanese, che fu molto lodata; a Prato il graticolato di bronzo della cappella della Cintola. A Furlì fece sopra la porta della calonaca, di basso rilievo, una Nostra Donna con due Angeli; e per Messer Giovanni da Riolo fece in San Francesco la capella della Trinità di mezzo rilievo. Et a Rimini fece, per Sigismondo Malatesti, nella chiesa di S. Francesco, la capella di S. Sigismondo, nella quale sono intagliati di marmo molti elefanti, impresa di quel signore. A Messer Bartolomeo Scamisci, canonico della Pieve d'Arezzo, mandò una Nostra Donna col Figliuolo in braccio, di terra cotta, e certi Angeli di mezzo rilievo, molto ben condotti; la quale è oggi in detta pieve apoggiata a una colonna. Per lo battesimo similmente al Vescovado d'Arezzo, lavorò, in alcune storie di basso rilievo, un Cristo battezzato da S. Giovanni. In Fiorenza fece di marmo la sepoltura di Messer Orlando de' Medici nella chiesa della Nunziata. Finalmente, d'anni 55, rendé l'anima al Signore, che gliela aveva data. Né molto dopo il Filarete, essendo tornato a Roma, si morì d'anni sessantanove, e fu sepolto nella Minerva, dove a Giovanni Foccota, assai lodato pittore, aveva fatto ritrarre papa Eugenio, mentre al suo servizio in Roma dimorava. Il ritratto d'Antonio è di sua mano nel principio del suo libro dove insegna a edificare. Furono suoi discepoli Varrone e Niccolò fiorentini, che feciono vicino a ponte Molle la statua di marmo per papa Pio Secondo, quando egli condusse in Roma la testa di S. Andrea. E per ordine del medesimo restaurarono Tigoli quasi dai fondamenti; et in S. Piero feciono l'ornamento di marmo che è sopra le colonne della capella dove si serba la detta testa di S. Andrea; vicino alla qual capella è la sepoltura del detto papa Pio di mano di Pasquino da Monte Pulciano, discepolo del Filareto, e di Bernardo Ciuffagni, che lavorò a Rimini in S. Francesco una sepoltura di marmo per Gismondo Malatesti e vi fece il suo ritratto di naturale; et alcune cose ancora, secondo che si dice, in Lucca et in Mantova.
FINE DELLA VITA D'ANTONIO FILARETE
VITA DI GIULIANO DA MAIANO SCULTORE ET ARCHITETTO
Non piccolo errore fanno que' padri di famiglia che non lasciano fare nella fanciullezza il corso della natura agl'ingegni de' figliuoli e che non lasciano esercitargli in quelle facultà che più sono secondo il gusto loro, però che il volere volgergli a quello che non va loro per l'animo, è un cercar manifestamente che non siano mai eccellenti in cosa nessuna; essendo che si vede quasi sempre che coloro che non operano secondo la voglia loro, non fanno molto profitto in qual si voglia essercizio. Per l'opposito, quegli che seguitano lo instinto della natura vengono il più delle volte eccellenti e famosi nell'arti che fanno, come si conobbe chiaramente in Giuliano da Maiano; il padre del quale, essendo lungamente vivuto nel poggio di Fiesole, dove si dice Maiano, con lo essercizio di squadratore di pietre, si condusse finalmente in Fiorenza, dove fece una bottega di pietre lavorate, tenendola fornita di que' lavori che sogliono improvisamente, il più delle volte, venire a bisogno a chi fabrica qualche cosa. Standosi dunque in Firenze gli nacque Giuliano, il quale, perché parve col tempo al padre di buono ingegno, disegnò di farlo notaio, parendogli che lo scarpellare come aveva fatto egli fusse troppo faticoso essercizio e di non molto utile; ma non gli venne ciò fatto, perché, se bene andò un pezzo Giuliano alla scola di grammatica non vi ebbe mai il capo, e per conseguenza non vi fece frutto nessuno; anzi fuggendosene più volte, mostrò d'aver tutto l'animo volto alla scultura, se bene da principio si mise all'arte del legnaiuolo e diede opera al disegno. Dicesi che con Giusto e Minore, maestri di tarsie, lavorò i banchi della sagrestia della Nunziata e similmente quelli del coro che è allato alla cappella, e molte cose nella Badia di Fiesole et in S. Marco; e che per ciò acquistatosi nome, fu chiamato a Pisa, dove lavorò in Duomo la sedia che è a canto all'altar maggiore, dove stanno a sedere il sacerdote e diacono e sodiacono, quando si canta la messa; nella spalliera della quale fece di tarsia, con legni tinti et ombrati, i tre profeti che vi si veggiono. Nel che fare, servendosi di Guido del Servellino e di maestro Domenico di Mariotto, legnaiuoli pisani, insegnò loro di maniera l'arte, che poi feciono così d'intaglio come di tarsie la maggior parte di quel coro, il quale a' nostri dì è stato finito, ma con assai miglior maniera, da Batista del Cervelliera pisano, uomo veramente ingegnoso e soffistico. Ma tornando a Giuliano, egli fece gl'armarii della sagrestia di Santa Maria del Fiore, che per cosa di tarsia e di rimessi furono tenuti in quel tempo mirabili; e così, seguitando Giuliano d'attender alla tarsia et alla scultura et architettura, morì Filippo di ser Brunellesco; onde, messo dagl'Operai in luogo suo, incrostò di marmo, sotto la volta della cupola, le fregiature di marmi bianchi e neri, che sono intorno agl'occhi. Et in sulle cantonate fece i pilastri di marmo sopra i quali furono messi poi da Baccio d'Agnolo l'architrave, fregio e cornice, come di sotto si dirà. Vero è che costui, per quanto si vede in alcuni disegni di sua mano che sono nel nostro libro, voleva fare altro ordine di fregio cornice e ballatoio, con alcuni frontespizii a ogni faccia dell'otto della cupola, ma non ebbe tempo di metter ciò in opera, perché traportato dal lavoro d'oggi in domani, si morì. Ma innanzi che ciò fusse, andato a Napoli, fece a Poggio Reale, per lo re Alfonso, l'architettura di quel magnifico palazzo, con le belle fonti e condotti che sono nel cortile. E nella città similmente, e per le case de' gentiluomini e per le piazze, fece disegni di molte fontane con belle e capricciose invenzioni. Et il detto palazzo di Poggio Reale fece tutto dipignere da Piero del Donzello e Polito suo fratello. Di scultura parimente fece al detto re Alfonso, allora Duca di Calavria, nella sala grande del castello di Napoli, sopra una porta di dentro e di fuori, storie di basso rilievo, e la porta del castello di marmo, d'ordine corinzio con infinito numero di figure. E diede a quell'opera forma d'arco trionfale, dove le storie et alcune vittorie di quel re sono sculpite di marmo.