La lama dei sogni
- Автор: Джордан Роберт
- Серия: La Ruota del Tempo #11
- Язык: итальянский
- Переводчик: Gabriele Giorgi
- Жанр: Фэнтези
Электронная книга - «La lama dei sogni». Краткое содержание книги:
«Dunque sta pianificando una grande battaglia. Un’altra grande battaglia. Contro i Seanchan, suppongo.» Incrociando le braccia sotto i seni, Birgitte guardò accigliata la mappa. «Mi domando dove e quando, tranne il fatto che noi abbiamo troppo per le mani per poter contribuire.»
La mappa mostrava i motivi per cui Arymilla stava incalzando a quel modo. Uno era che a nordest di Caemlyn, quasi fuori dalla mappa, giaceva l’immagine di bronzo di un orso dormiente, raggomitolato con le zampe sopra il muso.
Duecentomila uomini o poco meno, quasi lo stesso numero di soldati addestrati che tutto l’Andor poteva mettere in campo. Quattro governanti delle Marche di Confine, accompagnati da forse una dozzina di Aes Sedai che tentavano di tenere nascoste, erano in cerca di Rand senza specificare le loro ragioni. A quanto ne sapeva lei, gli uomini delle Marche di Confine non avevano motivo di rivoltarsi contro Rand — anche se restava il semplice fatto che lui non li aveva vincolati a sé come aveva fatto con altre terre —, ma le Aes Sedai erano un’altra faccenda, specialmente non sapendo con chi fossero leali, e dodici si avvicinavano a un numero pericoloso perfino per lui. Be’, i quattro governanti avevano in parte decifrato i motivi per cui Elayne aveva chiesto loro di entrare nell’Andor, tuttavia lei era riuscita a sviarli riguardo a dove si trovasse Rand. Purtroppo gli uomini delle Marche di Confine avevano smentito ogni racconto di quanto rapidamente potevano muoversi nell’insinuarsi al Sud e ora se ne stavano fermi, cercando di trovare un modo per evitare di avvicinarsi a una città sotto assedio. Quello era comprensibile, lodevole perfino. Eserciti stranieri a distanza ravvicinata con armigeri andorani, su suolo andorano, avrebbero causato una situazione delicata. C’era sempre almeno qualche testa calda. Uno spargimento di sangue e forse una guerra potevano iniziare fin troppo facilmente in tali circostanze. D’altra parte evitare del tutto Caemlyn si sarebbe rivelato difficile: le strette strade di campagna erano state trasformate in pantani dalle piogge, rendendo difficile il passaggio a un esercito così vasto. Elayne avrebbe potuto desiderare che avessero marciato per altre venti o trenta miglia verso Caemlyn, però. Aveva sperato che la loro presenza avrebbe avuto un effetto diverso. Poteva ancora accadere.
Cosa più importante, di certo per Arymilla e forse per lei stessa, a poche leghe sotto la Torre Nera c’era un minuscolo spadaccino d’argento con la lama verticale di fronte a lui e un alabardiere d’argento, chiaramente foggiato dallo stesso argentiere, uno a ovest del quadrato nero, l’altro a est. Luan, Ellorien e Abelle, Aemlyn, Arathelle e Pelivar avevano circa sessantamila uomini fra tutti loro in quei due accampamenti. I loro possedimenti e quelli dei nobili legati a loro dovevano essere stati svuotati fino all’osso. Quei due accampamenti erano il posto dov’era stata Dyelin nei tre giorni precedenti, cercando di apprendere le loro intenzioni.
Il magro uomo della Guardia aprì una delle porte e la tenne per una servitrice anziana che portava un vassoio d’argento con motivi a corde su cui erano posate due alte caraffe dorate di vino e un cerchio di calici di porcellana azzurra del Popolo del Mare. Reene doveva essere stata incerta su quante persone sarebbero state presentì. La donna fragile si mosse lentamente, attenta a non inclinare il pesante vassoio e a non far cadere nulla. Elayne incanalò flussi di Aria per prendere il vassoio, poi li lasciò dissipare inutilizzati. Insinuare che la donna non fosse in grado di fare il suo lavoro non avrebbe fatto altro che ferirla. Fu espansiva nei suoi ringraziamenti, però. L’anziana donna le rivolse un ampio sorriso, chiaramente deliziata, e offrì una profonda riverenza una volta che non fu più gravata dal vassoio.
Dyelin arrivò quasi subito dietro la cameriera, un’immagine di vigore, e le fece cenno di andarsene prima di fare una smorfia per il contenuto di una caraffa — Elayne sospirò: senza dubbio si trattava di latte dì capra — e riempirsi un calice dall’altra. Chiaramente Dyelin aveva limitato il suo rinfrescarsi a lavarsi la faccia e spazzolarsi i capelli, dorati e punteggiati di grigio, poiché il suo vestito grigio scuro per cavalcare, con una grossa spilla d’argento tonda lavorata con il gufo e la quercia di Taravin sull’alto colletto, aveva chiazze di fango quasi secco sulle gonne.
«C’è qualcosa di decisamente fuori luogo» disse, facendo ossigenare il vino nel suo calice senza berlo. Un cipiglio accentuò le sottili rughe agli angoli dei suoi occhi. «Sono stata in questo palazzo così tanto tempo che non riesco quasi a ricordarlo e oggi mi sono persa due volte.»
«Lo sappiamo» le disse Elayne, e poi le spiegò rapidamente quel poco che avevano capito e quello che intendeva fare, tardivamente Elayne intessé una protezione contro orecchie indiscrete e non rimase sorpresa nel sentirla tagliare un filamento di saldar. Perlomeno chiunque era in ascolto avrebbe ricevuto un scossone da quello. Un piccolo scossone, dal momento che era stato usato così poco Potere che lei non lo aveva percepito. Forse c’era un modo per dare un bello scossone la prossima volta, però. Forse quello avrebbe scoraggiato chi voleva origliare.
«Dunque potrebbe accadere di nuovo» disse Dyelin quando Elayne ebbe finito. Il suo tono era calmo, ma si umettò le labbra e prese una sorsata di vino, come se tutt’a un tratto la sua bocca si fosse asciugata. «Bene. Bene, allora. Se non sai cosa l’ha causato e non sai se accadrà di nuovo, cosa possiamo fare?»
Elayne la fissò. Di nuovo qualcuno pareva pensare che lei avesse risposte delle quali non disponeva. D’altra parte era quello che significava essere regina. Ci si aspettava sempre che tu avessi una risposta o che la trovassi. Era quello che significava essere Aes Sedai. «Non possiamo farci nulla, perciò dovremo conviverci, Dyelin, e cercare di impedire che la gente si spaventi troppo. Annuncerò quello che è accaduto, per quanto ne sappiamo, e provvederò che le altre Sorelle facciano altrettanto. In questo modo la gente saprà che le Aes Sedai ne sono al corrente e questo dovrebbe dare sollievo. Un poco. Saranno ancora spaventati, naturalmente, ma non quanto lo saranno se non diremo nulla e accadrà di nuovo.»
Quello a lei sembrava un debole sforzo, ma sorprendentemente Dyelin si disse d’accordo senza esitazione. «Io stessa non riesco a suggerire nient’altro da fare. Parecchie persone pensano che voi Aes Sedai possiate gestire qualunque cosa. Dovrebbe essere sufficiente, date le circostanze.»
E quando si fossero resi conto che le Aes Sedai non potevano gestire ogni cosa, che lei non poteva farlo? Be’, quello era un fiume che avrebbe attraversato una volta raggiunto. «Le notizie sono buone o cattive?»
Prima che Dyelin potesse rispondere, la porta si aprì di nuovo.
«Ho sentilo che lady Dyelin era tornata. Avresti dovuto mandarci a chiamare, Elayne. Non sei ancora regina e non mi piace che tu mi tenga dei segreti. Dov’è Aviendha?» Catalyn Haevin, una giovane donna indisciplinata e dagli occhi freddi — una ragazza, in verità, ancora lontana parecchi mesi dalla maggiore età, anche se il suo tutore l’aveva lasciata andare per conto proprio era orgogliosa fino alle punte dei piedi e teneva alto il mento grassoccio. Naturalmente quello poteva essere dovuto alla grossa spilla laccata dell’orso blu di Haevin che decorava l’alto colletto del suo abito azzurro per cavalcare. Aveva cominciato a mostrare rispetto verso Dyelin e una certa cautela dopo che aveva iniziato a condividere un letto con lei e Sergase, ma con Elayne insisteva su ogni sua prerogativa come Somma Signora.
«L’abbiamo sentito tutti» disse Conail Northan. Alto e snello in una giacca di seta rossa, con occhi vispi e un naso aquilino, era appena maggiorenne, solo pochi mesi oltre il suo sedicesimo giorno del nome. Camminava impettito e accarezzava l’elsa della sua spada con troppo affetto, ma in lui non sembrava esserci nulla di offensivo. Solo puerilità, una caratteristica inadatta a un Sommo Signore.