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La lama dei sogni

Электронная книга - «La lama dei sogni». Краткое содержание книги:

Elayne si ritrova invischiata nella lotta per la successione al trono di Andor, ma le Sorelle dell’Ajah Nera che si nascondono a Caemlyn sono pronte a far scattare su di lei una trappola mortale, mentre Egwene, caduta nelle mani delle Aes Sedai e ridotta al rango di novizia, non può far altro che sopportare con tenacia le punizioni inflitte per tentare di sgretolare dall’interno il controllo che Elaida esercita sulla Torre Bianca e gli intrighi delle Sorelle. Intanto Rand al’Thor, il Drago Rinato, impegnato nei preparativi per una tregua con i Seanchan, deve vedersela con i Reietti che cercano in ogni modo di ostacolarlo. Mat e Tuon, al seguito della carovana di Valan Luca, sono diretti al confine del territorio controllato dai Seanchan; la giovane Figlia delle Nove Lune è sul punto di completare la formula di nozze, ma sta per essere raggiunta da un’inattesa e sconvolgente notizia da Ebou Dar. Allo stesso tempo Perrin, dopo l’inaspettata alleanza con i Seanchan, si reca a Malden per sconfiggere gli Shaido e liberare l’amata Faile, intenta a pianificare la fuga dalla prigionia. Questi e altri coinvolgenti avvenimenti si intrecciano a nuovi e imprevedibili eventi corali che annunciano come Tarmon Gai’don, l’Ultima Battaglia, sia ormai alle porte...
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Elayne sospirò. Arymilla e gli altri stavano assieme, muovendosi da un accampamento all’altro senza uno schema che lei potesse distinguere, e per qualche tempo erano stati spesi notevoli sforzi per cercare di apprendere in anticipo dove sarebbero stati. Poi sarebbe stato semplice mandare dei soldati attraverso un passaggio perché li catturassero tutti quanti allo stesso tempo, decapitando così la fazione che le si opponeva. Semplice quanto potevano esserlo certe faccende, perlomeno. Nella migliore delle ipotesi degli uomini sarebbero morti e alcuni dei Sommi Signori sarebbero potuti fuggire, eppure se fossero riusciti a prendere anche soltanto Arymilla, questo avrebbe posto fine a tutto. Elenia e Naean avevano rinunciato pubblicamente alle proprie rivendicazioni, un’affermazione irreversibile. Quelle due potevano continuare ad appoggiare Arymilla se fossero rimaste libere — si erano legate a lei in modo troppo stretto — ma con Arymilla in mano sua, tutto quello con cui Elayne avrebbe dovuto fare i conti era ottenere il supporto di almeno altre quattro delle grandi casate. Come se fosse facile. I suoi sforzi in quella direzione fino a quel momento si erano rivelati inutili. Forse proprio quel giorno ci sarebbero state delle buone notizie anche su quel fronte, però. Ma questa notizia era inutile. Se Arymilla e gli altri avessero cavalcato dentro Caemlyn, questo avrebbe voluto dire che la città era sul punto di cadere. Peggio ancora, se Arymilla se ne vantava, doveva credere che sarebbe successo presto. Per molti aspetti quella donna era una sciocca, ma sarebbe stato un errore sottovalutarla del tutto. Non aveva ancora portato avanti la sua rivendicazione finora essendo una completa idiota.

«Sono queste le tue buone notizie?» disse Birgitte. Anche lei vedeva le implicazioni. «Un indizio sul quando sarebbe d’aiuto.»

Reene allargò le mani. «Arymilla una volta ha dato a Skellit una corona d’oro con le proprie mani, mia signora. Me l’ha consegnata come prova di essersi ravveduto.» Le sue labbra si strinsero per un momento; Skellit si era salvato dall’impiccagione, tuttavia non avrebbe mai riguadagnato la fiducia.

«E l’unica volta in cui quell’uomo si è trovato entro dieci passi da lei. Deve farsi bastare quello che riesce a raccogliere chiacchierando con altri uomini.» Esitò. «È molto spaventato, mia signora. Gli uomini in quegli accampamenti sono certi che prenderanno la città entro pochi giorni.»

«Tanto spaventato da voltare gabbana una terza volta?» chiese Elayne con calma. Non c’era nulla da dire sull’altra faccenda.

«No, mia signora. Se Naean o Arymilla apprendono quello che ha fatto è un uomo morto, e lo sa. Ma ha paura che, se la città dovesse cadere, loro lo verranno a sapere. Penso che sia sul punto di scappare.»

Elayne annuì con aria cupa. I mercenari non erano gli unici ratti a fuggire dal fuoco. «Tu hai qualche buona notizia, mastro Norry?»

Il primo funzionario era stato lì in piedi in silenzio, a tastare la sua cartella di cuoio sbalzato e cercando di apparire come se non stesse ascoltando Reene. «Penso di poter far meglio di comare Harfor, mia signora.» Poteva esserci stata una punta di trionfo nel suo sorriso. Di recente era raro che Norry avesse notizie migliori di lei. «Ho un uomo che credo possa riuscire a seguire Mellar. Posso farlo entrare?»

Ora, quella sì che era una notizia eccellente. Cinque uomini erano morti cercando di seguire Doilin Mellar quando usciva nella città di notte, e la ‘coincidenza’ pareva innaturale. La prima volta era sembrato che il tizio fosse incappato in un tagliagole e lei non aveva pensato ad altro se non a garantire una pensione alla vedova dell’uomo. La Guardia riusciva a mantenere il tasso di criminalità sotto una certa percentuale — tranne per gli incendi, almeno — tuttavia i ladri usavano l’oscurità come un mantello in cui nascondersi. Per gli altri quattro era sembrato lo stesso, uccisi con un unico affondo di coltello, i loro borsellini svuotati, ma per quanto le strade di notte potessero essere pericolose, una coincidenza non sembrava davvero credibile.

Quando lei annuì, l’uomo allampanato si precipitò verso le porte, aprì un battente e cacciò la testa di fuori. Non riuscì a udire quello che disse — la protezione funzionava in entrambi i sensi —, ma in pochi minuti un corpulento uomo della Guardia entrò spingendo davanti a sé un uomo con un’andatura strascicata e con i ceppi a polsi e caviglie. Tutto nel prigioniero sembrava... ordinario. Non era né grasso né magro, né alto né basso. Aveva i capelli castani, senza nessuna particolare tonalità che lei potesse definire, e anche gli occhi. Il suo volto era così comune che dubitava di poterlo descrivere. Nessuna fattezza risaltava. I suoi vestiti erano altrettanto irrilevanti, una semplice giacca marrone e brache non della lana migliore né della peggiore, piuttosto stazzonati e che iniziavano a mostrare dello sporco, una cintura lievemente sbalzata con una semplice fibbia di metallo di cui potevano esistere migliaia di gemelle a Caemlyn. In breve era decisamente trascurabile. Birgitte fece cenno alla guardia di far fermare il tizio a una certa distanza dalle sedie e gli disse di attendere fuori.

«Un uomo affidabile» disse Norry, osservando la guardia andarsene. «Afrim Hansard. Ha servito tua madre fedelmente e sa come tenere la bocca chiusa.»

«Ceppi?» chiese Elayne.

«Questo è Samwil Hark, mia signora,» disse Norry, squadrando l’uomo col genere di curiosità che avrebbe potuto mostrare verso un ignoto animale dalla forma strana «un tagliaborse di notevole successo. Le guardie l’hanno preso solo perché un altro malfattore... ehm... ‘gli ha scagliato contro il gatto’ come dicono per le strade, sperando di diminuire la propria sentenza per una terza infrazione di rapina di gruppo.» Un ladro sarebbe stato impaziente di farlo. Non solo la fustigazione era più lunga, ma il marchio che gli sarebbe stato impresso a fuoco sulla fronte sarebbe stato molto più difficile da nascondere di quello sul suo pollice per la seconda infrazione. «Chiunque sia riuscito a non farsi catturare per così tanto tempo come mastro Hark dovrebbe essere in grado di portare a termine il compito che ho in mente per lui.»

«Sono innocente, io, mia signora.» Hark si portò le nocche alla fronte, con le catene dei ceppi che tintinnarono, e sorrise per ingraziarsela. Parlava molto rapidamente. «Sono tutte menzogne e coincidenze, sono. Sono un brav’uomo della regina, io. Ho indossato i colori di tua madre durante le rivolte, mia signora. Non che abbia preso parte alle rivolte, tu capisci. Ma ho indossato i suoi colori sul mio copricapo in modo che tutti potessero vedere, io.» Il legame era colmo dello scetticismo di Birgitte.

«Le stanze di mastro Hark contenevano forzieri pieni di borsellini tagliati di netto» proseguì il primo funzionario. «Ce n’erano a migliaia, mia signora. Piuttosto alla lettera migliaia. Suppongo che possa rimpiangere di aver tenuto dei... ehm... trofei. Molti dei tagliaborse hanno abbastanza buonsenso da sbarazzarsi del borsellino il prima possibile.»

«Ogni volta che ne vedo uno lo raccolgo, io, mia signora.» Hark allargò le mani quanto le sue catene gli consentivano e scrollò le spalle, la vera immagine di un’innocenza ferita. «Forse sono stato sciocco, ma non ho fatto nulla di male. Solo un innocuo tipo di divertimento, mia signora.» Comare Harfor tirò su rumorosamente col naso, la disapprovazione chiara sul suo volto. Hark riuscì ad apparire ancora più ferito.

«Le sue stanze contenevano anche monete per il valore di oltre centoventi corone d’oro, nascoste sotto le assi del pavimento, in compartimenti dentro le pareti, nelle travi, dappertutto. La sua scusa per questo» Norry sollevò la voce quando Hark aprì bocca di nuovo «è che non si fida dei banchieri. Afferma che il denaro proviene da un’eredità di una vecchia zia del villaggio dei Quattro Re. Io stesso sono molto dubbioso che i magistrati ai Quattro Re abbiano registrato un’eredità del genere, però. Il magistrato che si occupa del suo caso dice che è parso sorpreso nel l’apprendere che le eredità vengono registrate.» In effetti il sorriso di Hark si spense un poco quando gli venne ricordato. «Dice di aver lavorato per Wilbin Saems, un mercante, fino alla sua morte quattro mesi fa, ma la figlia di mastro Saems ora gestisce i suoi affari e né lei né nessuno degli altri impiegati ricordano un qualche Samwil Hark.»

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