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La corona di spade

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La corona di spade
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Ciò nonostante, Min non aveva paura. Non di lui; non poteva nemmeno immaginare che Rand le potesse fare del male. I sentimenti che provava per lui erano sufficienti a cancellare i ricordi di ciò che aveva visto nella stanza di Colavaere. Min si era riconciliata da tempo col suo folle amore per quell’uomo. Non le importava di niente altro. Non le importava che lui fosse un semplice campagnolo, che fosse più giovane di lei, che era destinato a impazzire e morire, se non l’avesse ucciso prima qualcuno. Non mi importa nemmeno di doverlo condividere con altre, pensò, e capì quanto era forte il suo amore se riusciva a mentire persino a sé stessa. Si era costretta ad accettare quella situazione. Elayne aveva una parte di lui, come ce l’aveva anche quell’Aviendha che Min ancora non aveva incontrato. Bisogna convivere con ciò che non può essere cambiato, così le diceva sempre zia Jan. Ed era vero soprattutto nel caso di un uomo che le faceva dimenticare di avere un cervello. Luce, era sempre stata fiera del suo autocontrollo.

Min si fermò dietro una delle sedie, dove lo scettro del Drago era stato conficcato nello schienale di legno con tanta forza che la lama era spuntata dall’altro lato. Innamorata di un uomo che non sapeva di questo suo sentimento, che l’avrebbe mandata via se mai se ne fosse accorto. Un uomo che, Min ne era sicura, era innamorato di lei. E di Elayne. E di quella Aviendha. Si sforzò di non pensarci. Ciò che non poteva essere cambiato... Rand era innamorato di lei, e si rifiutava di ammetterlo. Pensava che solo perché Lews Therin Telamon aveva ucciso la donna che amava lui era destinato a fare lo stesso?

«Sono contento che tu sia venuta» disse a un tratto, sempre fissando il soffitto. «Sono rimasto qui seduto da solo. Da solo.» Rise amareggiato. «Herid Fel è morto.»

«No» sussurrò Min. «Era così dolce...» Le bruciavano gli occhi.

«È stato fatto a pezzi.» La voce di Rand era molto stanca. Molto vuota. «Idrien è svenuta quando lo ha trovato. È rimasta stesa in una specie di torpore per gran parte della notte, e quando alla fine si è alzata aveva quasi perso il senno. Una delle altre donne alla scuola le ha dato qualcosa per farla addormentare. Quando è venuta da me ha iniziato a piangere di nuovo e... Dev’essere stata opera della progenie dell’Ombra. Chi altri avrebbe potuto dilaniare quell’uomo?» Senza muovere la testa diede un pugno sul bracciolo della sedia così forte da rompere il legno. «Ma perché? Perché l’hanno ucciso? Che cosa avrebbe potuto dirmi?»

Min cercò di pensare. Si sforzò. Mastro Fel era un filosofo; lui e Rand parlavano di tutto, dal significato delle Profezie del Drago alla natura del buco nella prigione del Tenebroso. Il vecchio le lasciava prendere dei libri, testi affascinanti, soprattutto quando voleva capire di cosa parlavano. Era stato un filosofo. Adesso non le avrebbe mai più prestato un libro. Un uomo così gentile, immerso in un mondo di pensieri e sempre stupito quando notava qualcosa al di fuori di esso. Conservava un biglietto che aveva scritto a Rand. Aveva detto che lei era carina e che lo distraeva. Adesso era morto. Luce, ne aveva davvero abbastanza di morte.

«Non avrei dovuto dirtelo, non in questo modo.»

Min sobbalzò. Non aveva sentito Rand avvicinarsi. Le sfiorò le guance con la punta delle dita per asciugarle le lacrime. Min stava piangendo.

«Mi dispiace, Min» le disse sottovoce. «Non sono più una bella persona. Un uomo è morto per colpa mia e io non faccio altro che chiedermi perché lo hanno ucciso.»

Min gli gettò le. braccia al collo e gli affondò il viso nel petto. Non riusciva a smettere di piangere e tremare. «Sono andata negli appartamenti di Colavaere.» Le immagini vorticarono nella sua testa. Il soggiorno era vuoto e tutti i servitori spariti. La camera da letto. Non voleva ricordare, ma adesso che aveva cominciato non poteva fermare le parole. «Quando l’hai condannata all’esilio ho pensato che forse ci sarebbero stati dei cambiamenti nelle visioni che avevo avuto su di lei.» Colavaere aveva indossato quello che forse era il suo abito migliore, seta scura e lucente, con cascate di merletto di Sovarra color avorio molto delicato. «Ho pensato che forse per una volta le cose sarebbero andate diversamente. Tu sei ta’veren. Puoi cambiare il Disegno.» Colavaere aveva indossato una collana e un bracciale di smeraldi e granati, anelli con perle e rubini, di sicuro i suoi gioielli più preziosi, diamanti gialli fra i capelli, disposti in una discreta imitazione della corona di Cairhien. Il suo volto... «Lei era in camera da letto. Penzolava dal baldacchino.» Occhi fuori dalle orbite e la lingua penzolante, il volto livido e gonfio. Le dita dei piedi poco distanti dallo sgabello capovolto. Min pianse disperata contro il torace di Rand, che l’abbracciò lentamente e con gentilezza.

«Oh, Min, il tuo dono ti arreca più dolore che altro. Se potessi te lo toglierei, Min. Giuro.»

Rand si accorse di star tremando anche lui. Luce, si sforzava tanto di essere duro come l’acciaio, di diventare come pensava dovesse essere il Drago Rinato, ma soffriva ogni volta che qualcuno moriva a causa sua. Colavaere come Fel. Sanguinava per ognuno di loro, ma cercava di far finta di nulla.

«Baciami» mormorò Min. Quando Rand non si mosse, lo guardò. Lui batté le palpebre incerto, con gli occhi talvolta azzurri e talvolta grigi, come il cielo mattutino. «Non sto scherzando.» Quante volte l’aveva preso in giro, seduta in braccio a lui, baciandolo, chiamandolo pastore perché non osava dire il suo nome per paura che lui capisse quanto lo amava? Rand lo sopportava perché pensava che Min lo prendesse davvero in giro e avrebbe smesso se lui non avesse mostrato alcuna reazione.

Ah! Zia Jan e zia Rana dicevano sempre che non si doveva baciare un uomo a meno che non s’intendesse sposarlo, ma zia Miren sembrava conoscere meglio le cose del mondo. Lei le aveva detto che non avrebbe dovuto baciare un uomo con troppa leggerezza, perché gli uomini si innamoravano facilmente. «Ho freddo dentro, pastore. Colavaere, mastro Fel... Ho bisogno di sentire del calore. Ho bisogno... ti prego...»

La testa di Rand si stava piegando troppo lentamente. All’inizio fu il bacio di un fratello, gentile come acqua fresca, confortante, calmante. Poi si trasformò in qualcos’altro. Non calmante. Rand si ritirò di scatto cercando di allontanarsi da lei. «Min, non posso, non ho il diritto...»

Min lo afferrò per i capelli e attirò la bocca di Rand verso la sua. Dopo un momento lui smise di opporre resistenza. Min non avrebbe saputo dire se aveva iniziato lei a strappargli la camicia o il contrario, ma di una cosa era assolutamente certa: se Rand avesse osato fermarsi, sarebbe andata a prendere una delle lance di Riallin, tutte le lance, e lo avrebbe trafitto.

Mentre lasciava il palazzo del sole, Cadsuane studiò le selvatiche Aiel che incontrò, cercando di farlo senza dare troppo nell’occhio. Corele e Daigian la seguivano in silenzio; la conoscevano a sufficienza ormai da non disturbarla con le loro chiacchiere, cosa che non si poteva dire di quelle che si erano fermate qualche giorno nel piccolo palazzo di Arilyn prima che le mandasse via. Le selvatiche fissavano le Aes Sedai come se fossero cani randagi pieni di pulci e con delle piaghe purulente che lasciavano impronte di fango sul tappeto. Alcune persone guardavano le Aes Sedai con reverenza e adorazione, altre con paura e odio, ma prima d’ora Cadsuane non aveva mai incontrato il disgusto, nemmeno sui volti dei Manti Bianchi. In ogni caso, chiunque fosse in grado di produrre così tante selvatiche stava di certo inviando un fiume di ragazze verso la Torre.

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