L'Occhio del Mondo
- Автор: Джордан Роберт
- Серия: La Ruota del Tempo #1
- Язык: итальянский
- Переводчик: Gaetano Luigi Staffilano
- Жанр: Фэнтези
Электронная книга - «L'Occhio del Mondo». Краткое содержание книги:
«Perrin» bisbigliò Egwene «non ce la faremo, a distanziarli. Se non ci arrendiamo, ci uccideranno. Perrin?»
Elyas e i lupi erano ancora liberi. Lontano, un grido gorgogliante indicò che un Manto Bianco si era avvicinato troppo a Dapple. “Se scappiamo..." pensò Perrin. Egwene lo guardava, aspettava che le dicesse che cosa fare. “Se scappiamo..." Scosse stancamente la testa e si alzò come in trance; scese a passo malfermo il pendio, verso i Figli della Luce. Egwene sospirò e lo seguì con riluttanza. “Perché i Manti Bianchi sono così insistenti, come se odiassero di cuore tutti i lupi? Perché hanno l’odore sbagliato?" Perrin credette quasi di fiutarlo, quell’odore sbagliato, quando il vento soffiò dalla sua parte.
«Butta via l’ascia» ringhiò il capo del drappello.
Perrin si mosse verso di lui, a passo malfermo, arricciando il naso per scacciare l’odore che credeva di sentire.
«Buttala via, zuccone!» Il capo mosse la lancia verso il petto di Perrin.
Per un istante Perrin fissò la punta di lancia, abbastanza affilata da passarlo da parte a parte, e all’improvviso gridò: «No!» Ma non si era rivolto al cavaliere.
Dal buio sbucò Hopper, e Perrin fu tutt’uno col lupo. Hopper, che da cucciolo guardava con invidia le aquile volteggiare nel cielo e avrebbe voluto imitarle; Hopper, che aveva imparato a saltare più in alto di ogni altro lupo e non aveva mai perso il desiderio di volare. Sbucò dal buio e spiccò un gran balzo, volando come le aquile. I Manti Bianchi ebbero solo un istante per imprecare, prima che le fauci di Hopper si chiudessero attorno alla gola di quello che puntava la lancia contro Perrin. L’urto mandò tutt’e due a terra, dall’altra parte del cavallo. Perrin sentì la gola lacerarsi, gustò il sapore del sangue.
Hopper atterrò con leggerezza, già lontano dall’uomo appena ucciso. Il sangue gli macchiava la pelliccia, suo e di altri. Uno squarcio sul muso gli attraversava l’orbita sinistra, ora vuota. Con l’occhio buono incrociò lo sguardo di Perrin, per un solo istante. Scappa, fratello! Girò su se stesso per spiccare un altro balzo, per volare un’ultima volta... e una lancia lo inchiodò al terreno. Una seconda gli trafisse le costole e si piantò nella terra. Hopper agitò le zampe e cercò di azzannare le aste che lo bloccavano.
Perrin si sentì invadere dal dolore e urlò, un urlo senza parole che aveva qualcosa del latrato d’un lupo. Senza riflettere, si lanciò all’attacco, continuando a urlare. Non pensava più a niente. I cavalieri erano troppo ammucchiati per usare le lance e nelle mani di Perrin l’ascia era una piuma, un’enorme zanna d’acciaio. Qualcosa gli si abbatté sulla testa e, nel cadere, Perrin non seppe se a morire era stato Hopper o lui stesso.
«...volare in alto come le aquile.»
Borbottando, Perrin aprì gli occhi e fu colto da un senso di vertigine. Aveva male alla testa e non ricordava perché. Batté le palpebre nella luce e si guardò intorno. Egwene era inginocchiata accanto a lui. Si trovavano in una tenda quadrata, ampia come una stanza di fattoria, con un telo di stoffa per pavimento. Lampade a olio su alti sostegni, una per angolo, illuminavano vivamente l’interno.
«La Luce sia ringraziata» mormorò Egwene. «Ho temuto che ti avessero ucciso.»
Invece di rispondere, Perrin fissò l’uomo dai capelli grigi, seduto sull’unica sedia. Un viso dagli occhi scuri e dall’aria paterna gli restituì lo sguardo, un viso che faceva a pugni con il tabarro bianco e oro indossato dall’uomo e con l’armatura brunita sopra la veste candida. Sembrava un viso gentile, franco e pieno di dignità, intonato all’austera eleganza dell’arredamento della tenda: un tavolo e un letto pieghevole, un portacatino con una bacinella bianca e una brocca, una cassapanca di legno decorata con semplici intarsi geometrici. Gli oggetti di legno erano tirati a cera e quelli metallici scintillavano, ma non esageratamente. Ogni cosa aveva l’impronta dell’abilità artigiana, ma solo chi avesse già visto il lavoro di artigiani, come mastro Luhhan o mastro Aydaer lo stipettaio, se ne sarebbe accorto.
Assorto, l’uomo mosse col dito due mucchietti posti sul tavolo. In uno Perrin riconobbe il contenuto delle sue tasche e il coltello che portava alla cintura. La moneta d’argento avuta da Moiraine rotolò via e l’uomo la spinse di nuovo nel mucchietto. Sporse le labbra e alzò dal tavolo l’ascia di Perrin, soppesandola. Spostò l’attenzione sui due ragazzi.
Perrin cercò di alzarsi. Fitte dolorose gli percorsero le braccia e le gambe, bloccandolo. Solo allora si accorse d’essere legato mani e piedi. Con lo sguardo cercò Egwene. Lei scrollò le spalle, tristemente, e si spostò in modo da mostrargli la schiena. Vari giri di corda le avvolgevano i polsi e le caviglie, provocandole lividi arrossati. Un pezzo di corda teso fra i legacci le impediva di stare dritta, se si fosse messa in piedi.
Perrin sgranò gli occhi. Era già sconvolgente che li avessero legati, ma quelle funi bastavano a immobilizzare due cavalli. Per chi li avevano presi?
L’uomo dai capelli grigi li osservò, curioso e assorto, come mastro al’Vere quando cercava di risolvere un problema. Reggeva l’ascia come se si fosse dimenticato della sua esistenza.
Il lembo della tenda si spostò per lasciar entrare un uomo alto. Aveva viso affilato e magro, occhi cavernosi, non un filo di carne più del necessario né un’oncia di grasso superfluo.
Prima che il lembo ricadesse, Perrin riuscì a sbirciare fuori: buio, fuochi di campo e due sentinelle davanti alla tenda. Appena entrato, il nuovo venuto si fermò, rigido come un’asta di ferro, fissando la parete di fronte. L’armatura di piastra e di maglia brillava come argento, contro il mantello e la veste d’un bianco immacolato.
«Lord Capitano» disse l’uomo, con voce dura come la posizione assunta, e rauca, ma piatta e inespressiva.
L’uomo dai capelli grigi gli rivolse un gesto negligente. «Comodo, Figlio Byar. Hai calcolato quanto ci costa questo... incontro?»
L’uomo allargò i piedi, ma fu l’unico segno di rilassamento. «Nove morti, Lord Capitano, e ventitré feriti, sette dei quali gravemente. Ma tutti in grado di cavalcare. Abbiamo dovuto abbattere trenta cavalli. Tutti sgarrettati!» Lo sottolineò come se la sorte dei cavalli fosse peggiore di quella toccata agli uomini. «Molti cavalli di scorta sono fuggiti. All’alba forse ne troveremo alcuni, ma con i lupi a inseguirli occorreranno giorni per ricuperarli tutti. Gli uomini che li avevano in consegna sono stati assegnati alla guardia di notte, finché non saremo a Caemlyn.»
«Non abbiamo a disposizione giorni, Figlio Byar» disse piano l’uomo dai capelli grigi. «Partiamo all’alba. Niente può cambiare questa decisione. Dobbiamo essere a Caemlyn in tempo, no?»
«Agli ordini, Lord Capitano.»
L’uomo dai capelli grigi lanciò un’occhiata a Perrin e a Egwene. «E cosa abbiamo da mostrare, per giustificare le perdite, a parte questi due ragazzi?»
Byar inspirò a fondo ed esitò. «Ho fatto scuoiare il lupo che era con loro, Lord Capitano. La sua pelle diventerà un bel tappeto per la tenda.»
Hopper! Senza rendersene conto, Perrin ringhiò e si dibatté per liberarsi. Le corde gli penetrarono nelle carni — i polsi gli divennero scivolosi per il sangue — ma non si spezzarono.
Solo allora Byar guardò i due prigionieri. Egwene si ritrasse. Il viso dell’uomo era privo d’espressione come la voce, ma una luce crudele gli ardeva negli occhi infossati. Byar li odiava, come se fossero suoi nemici da anni e non persone mai viste prima di quella notte.
Perrin gli restituì lo sguardo, con aria di sfida. Arricciò le labbra in un sorriso, al pensiero di azzannargli la gola.
Di colpo perdette il sorriso e si scosse. Azzannargli la gola? Lui era un uomo, non un lupo! Quella storia doveva finire! Ma non distolse lo sguardo da Byar, odio per odio.
«Non m’interessano tappeti di pelle di lupo, Figlio Byar.» Il rimprovero fu pacato, ma Byar scattò di nuovo sull’attenti, sguardo fisso sulla parete opposta. «Concludi il rapporto sui risultati di stanotte. Se risultati ci sono.»