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L'Occhio del Mondo

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L'Occhio del Mondo
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Egwene serrò le labbra, ma si limitò a dire: «E tutto questo cosa c’entra col fatto che questa pietra sia o non sia l’occhio di Artur Hawkwing?»

«Solo questo, ragazza. Con la pace, a parte quel che accadeva dall’altra parte dell’oceano, con la gente che lo acclamava dovunque andasse... tutti gli volevano davvero bene, vedi; era un uomo rude, ma mai con la gente comune... be’, con tutto questo, decise che era tempo di costruirsi una capitale. Una nuova città, non associata nella mente di nessuno a un’antica causa o fazione o rivalità. E qui la costruì, al centro esatto della terra circondata dai mari e dal deserto e dalla Macchia. Qui, dove nessuna Aes Sedai sarebbe mai venuta spontaneamente né avrebbe potuto usare il Potere, se ci fosse venuta. Una capitale da dove, un giorno, il mondo intero avrebbe ricevuto pace e giustizia. Nell’udire il proclama, la gente comune raccolse denaro sufficiente a costruirgli un monumento. La maggior parte lo riteneva solo un gradino al di sotto del Creatore. Un gradino piccolo. Occorsero cinque anni, per edificarlo e scolpirlo. Una statua di Hawkwing, cento volte più grande dell’uomo. La eressero proprio qui e la capitale doveva sorgere tutt’intorno.»

«Qui non c’è mai stata nessuna città» sbuffò Egwene. «Altrimenti qualcosa sarebbe rimasto.»

Elyas annuì, senza interrompere la vigilanza. «E infatti non ci fu. Artur Hawkwing morì il giorno stesso in cui la statua fu terminata; e i suoi figli e i suoi parenti lottarono per stabilire chi dovesse sedere sul trono. La statua rimase abbandonata fra queste colline. Figli, nipoti, cugini morirono; l’ultimo sangue di Hawkwing scomparve dalla faccia della terra... a parte forse qualche parente sull’altra riva dell’Aryth. Alcuni ne avrebbero cancellato anche il ricordo, se avessero potuto. Libri furono bruciati solo perché facevano il suo nome. Alla fine di lui restarono solo le storie, per la maggior parte piene d’errori. A questo si ridusse la sua gloria.

«La lotta non si fermò, naturalmente, solo perché Hawkwing e i suoi consanguinei erano morti. C’era ancora un trono da conquistare e ogni lord e lady in grado d’arruolare guerrieri lo voleva. Fu l’inizio della Guerra dei Cento Anni. In realtà ne durò centoventitré e gran parte dei documenti di quel periodo andò perduta nel fumo delle città incendiate. Molti si impadronirono di territori, ma nessuno di tutta la terra; e a un certo punto, durante quegli anni, la statua fu abbattuta. Forse i nuovi sovrani non sopportavano più di misurarsi con lui.»

«Prima sembra che lo disprezzi» disse Egwene «e ora sembra che lo ammiri.» Scosse la testa.

Elyas si girò a fissarla. «Prendi ancora del tè, se ne vuoi. Prima che sia buio, bisogna spegnere il fuoco.»

Ora Perrin vedeva chiaramente l’occhio, nonostante la scarsa luce. Era più grande di una testa umana e le ombre, colpendolo, lo facevano sembrare l’occhio d’un corvo, duro e nero e spietato. Avrebbe preferito dormire da un’altra parte.

30

Figli dell’Ombra

Egwene restò seduta accanto al fuoco, a fissare il frammento della statua, ma Perrin andò alla pozza per stare da solo. Il giorno svaniva e da levante il vento notturno già increspava la superficie dell’acqua. Perrin staccò dalla cintura l’ascia e la rigirò fra le mani: il manico di frassino era lungo quanto il suo braccio, liscio e freddo al tocco. Sentì di odiarla. Si vergognò d’esserne stato orgoglioso, a Emond’s Field. Prima di sapere che cosa sarebbe stato disposto a fare, con essa.

«La odii fino a questo punto?» disse Elyas, dietro di lui.

Sorpreso, Perrin trasalì e quasi alzò l’ascia. «Sai... sai anche leggere la mente? Come i lupi?»

Elyas piegò la testa e lo guardò con aria perplessa. «Un cieco ti leggerebbe in viso, ragazzo. Su, parla. Odii la ragazza? La disprezzi? Ecco cos’è. Eri pronto a ucciderla perché la disprezzi, perché è sempre riluttante e ti tiene a freno con le sue maniere femminili.»

«Egwene non si è mai mostrata riluttante» protestò Perrin. «Fa sempre la sua parte. Non la disprezzo. Le voglio bene.» Lanciò a Elyas un’occhiata di fuoco, sfidandolo a ridere. «Non in quel senso. Voglio dire, non è come una sorella, ma lei e Rand... Sangue e ceneri! Se i corvi ci avessero assalito... Se... Non so.»

«Sì, invece. Se lei avesse potuto scegliere il tipo di morte, quale credi che avrebbe scelto? Un colpo della tua ascia o il modo in cui sono morti gli animali visti oggi? Io so quale sceglierei.»

«Non ho il diritto di scegliere per lei. Non le dirai niente, vero?» Strinse la presa sul manico dell’ascia; i muscoli delle braccia si gonfiarono, assai sviluppati per la sua età, frutto di lunghe ore di lavoro nella fucina di mastro Luhhan. Per un attimo pensò che la massiccia asta di legno si sarebbe spezzata. «Odio questa maledetta cosa» brontolò. «Non so cosa ci faccio, a portarla in giro impettito come uno sciocco. Non sarei riuscito a farlo, sai? Se è per finta, faccio lo spaccone e gioco come se fossi...» Sospirò. «È diverso, ora. Non voglio più usarla.»

«La userai.»

Perrin alzò l’ascia per gettarla nell’acqua, ma Elyas gli afferrò il polso.

«La userai, ragazzo; e finché odierai usarla, la userai più saggiamente di molti uomini adulti. Aspetta. Quando non la odierai più, allora sarà il momento di gettarla il più lontano possibile e di correre via dalla parte opposta.»

Perrin soppesò l’ascia, ancora tentato di gettarla in acqua. “Per lui è facile dire di aspettare” pensò. “E se aspetto e poi non posso più buttarla via?"

Aprì la bocca per girare a Elyas la domanda, ma si bloccò. Un messaggio dei lupi, così pressante che gli occhi gli si velarono. Per un attimo dimenticò che cosa stava per dire, dimenticò come si faceva a parlare, a respirare. Anche il viso di Elyas si afflosciò e i suoi occhi parvero scrutare dentro di sé e in lontananza. Poi il messaggio svanì, rapido com’era giunto. Era durato un istante, ma bastava.

Perrin si scosse e si riempì i polmoni. Elyas non esitò: appena si riprese, scattò verso il fuoco. Perrin lo seguì, muto.

«Spegni il fuoco!» gridò Elyas a Egwene. Gesticolò e parve voler gridare sottovoce. «Spegnilo!»

Egwene si alzò, lo fissò, incerta, poi si accostò al fuoco, ma lentamente; era chiaro che non capiva.

Elyas la scostò con rudezza, afferrò il bricco del tè e imprecò perché scottava. Lo passò da una mano all’altra e infine lo capovolse sul fuoco. Perrin arrivò in tempo per gettare a calci terriccio sulle braci sibilanti. Si fermò solo quand’ebbe cancellato le ultime tracce del fuoco.

Elyas gli lanciò il bricco e Perrin lo lasciò subito cadere, con un grido soffocato. Si soffiò sulle dita e guardò di storto Elyas, ma l’altro era troppo impegnato a controllare in fretta il campo.

«Impossibile nascondere che qui c’è stato qualcuno» disse. «Dovremo solo correre e sperare. Forse non ci baderanno. Sangue e ceneri, ero sicuro che fossero i corvi.»

Perrin sellò in fretta Bela e tenne l’ascia contro la coscia, quando si chinò a stringere il sottopancia.

«Cosa succede?» domandò Egwene. «Trolloc? Un Fade?»

«Andate a levante o a ponente» disse Elyas a Perrin. «Trovate un nascondiglio. Vi raggiungo appena possibile. Se vedono un lupo...» Si allontanò di corsa, tenendosi piegato come se volesse procedere a quattro zampe, e svanì nelle ombre della sera.

Egwene raccolse in fretta le sue cose, ma continuò a chiedere spiegazioni a Perrin, con voce insistente che divenne più spaventata perché lui restava zitto. Anche Perrin era spaventato, ma la paura li faceva muovere più in fretta. Attese finché non si mossero verso il sole calante. Camminando davanti a Bela e tenendo l’ascia contro il petto, disse a Egwene quel che sapeva, a spizzichi, senza girarsi e senza smettere di cercare un nascondiglio dove aspettare Elyas.

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