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L'Occhio del Mondo

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L'Occhio del Mondo
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Sulle prime, agli occhi di Perrin, il territorio non parve diverso dalle praterie ondulate e dalle creste che avevano attraversato per tutto il giorno. Ma nell’erba c’erano germogli verdi: non molti, e spuntavano a fatica, ma più numerosi che altrove. C’erano anche meno erbacce. Perrin non immaginava di che cosa si trattasse, ma c’era... c’era qualcosa, in quel luogo. E qualcosa, nelle parole di Elyas, gli solleticò la memoria.

«Cos’è?» domandò Egwene. «Mi sento... Che posto è? Non mi piace.»

«Uno stedding» rise Elyas. «Non ascolti mai le storie? Certo, qui non ci sono più Ogier da tremila e più anni, dalla Frattura del Mondo, ma è lo stedding che fa gli Ogier, non viceversa.»

«Solo una leggenda» balbettò Perrin. Nelle storie, gli stedding erano sempre rifugi, luoghi dove nascondersi sia dalle Aes Sedai sia dalle creature del Padre delle Menzogne.

Elyas raddrizzò la schiena: forse non era proprio fresco, ma non mostrava d’avere passato quasi tutta la giornata a correre. «Andiamo. Meglio rifugiarci più all’interno di questa leggenda. I corvi non possono seguirci, ma possono vederci, così vicino al limitare, e forse sono abbastanza numerosi da controllare l’intero perimetro. Lasciamo che ci cerchino.»

Ora che si era fermato, Perrin non avrebbe voluto più muoversi: le gambe gli tremavano, gli dicevano di starsene disteso per una settimana. Passato quel temporaneo senso di ristoro, gli erano tornati stanchezza e dolori. Si costrinse a muovere un passo, poi un altro. Egwene fece schioccare le redini per incitare Bela. Elyas riprese la corsa senza sforzo apparente, ma rallentò quando capì che gli altri non riuscivano a stargli dietro.

«Perché non... restiamo qui?» ansimò Perrin. Respirava dalla bocca e forzava le parole fra un ansito e l’altro. «Se è davvero... uno stedding... saremo al sicuro. Niente Trolloc. Niente Aes Sedai. Perché... non ci fermiamo qui... finché non è tutto finito?» E pensò: “Forse qui non entreranno nemmeno i lupi".

«Per quanto tempo?» Elyas girò la testa e lo guardò, inarcando il sopracciglio. «Cosa mangerete? Erba, come i cavalli? Altri conoscono questo rifugio e niente impedisce l’accesso alle persone, nemmeno alle più malvage. E c’è solo un posto dove si trova ancora acqua.» Corrugò la fronte e descrisse un giro completo, scrutando il territorio. Poi scosse la testa e borbottò tra sé. Perrin percepì il richiamo rivolto ai lupi: Presto. Presto. «Scegliamo il male minore e corriamo il rischio» continuò Elyas. «I corvi sono un pericolo certo e immediato. Andiamo. Ancora un paio di miglia.»

Perrin si sarebbe lamentato, se avesse avuto fiato da sprecare.

Massi enormi cominciarono a punteggiare le basse colline, grumi irregolari di pietra grigia, ricoperti di licheni, mezzo sepolti nel terreno, alcuni grossi come case. Rovi e bassi arbusti ne nascondevano gran parte. Qua e là, tra il marrone secco dei rovi e degli arbusti, un solitario germoglio verde annunciava che quello era un posto speciale. Qualsiasi cosa ferisse la terra, danneggiava anche quel luogo, ma la ferita era meno profonda.

Alla fine risalirono a fatica ancora un pendio e alla base dell’altura trovarono una pozza d’acqua, larga un paio di passi; ma l’acqua, limpida e pulita, lasciava vedere, come lastra di vetro, il fondo sabbioso. Perfino Elyas scese con entusiasmo il pendio.

Arrivato alla pozza, Perrin si gettò per terra, lungo e disteso, e tuffò nell’acqua la testa. L’attimo dopo, sputacchiava per l’acqua fredda che sgorgava dalle profondità della terra. Scosse la testa e schizzò un cerchio di goccioline. Egwene sorrise e lo schizzò a sua volta. Perrin tornò serio. Egwene corrugò la fronte e aprì la bocca, ma Perrin infilò di nuovo la testa in acqua. “Non voglio udire domande” si disse. “Non ora. E non voglio dare spiegazioni. Mai." Ma una vocina lo beffò: “Però l’avresti fatto, vero?"

Dopo un poco Elyas li chiamò. «Abbiamo tutti fame» disse «e io voglio dormire un poco.»

Egwene lavorò allegramente, tra risa e scherzi, a preparare la parca cena, a base di formaggio e di carne affumicata, perché non avevano avuto occasione di cacciare. Ma almeno avevano ancora un po’ di tè. Perrin eseguì la sua parte di lavoro, ma in silenzio. Sentiva su di sé lo sguardo di Egwene, sempre più preoccupata, ma evitò di guardarla negli occhi. Egwene smise di ridere e distanziò le battute, ciascuna più stiracchiata della precedente. Elyas li osservava, senza parlare. L’allegria si mutò in depressione e cenarono in silenzio. Il sole divenne rosso e le ombre si allungarono.

"Meno di un’ora al tramonto” pensò Perrin. “Senza lo stedding, saremmo già morti. L’avrei risparmiata? L’avrei abbattuta come un cespuglio? I cespugli non sanguinano, no? E non gridano, e non ti guardano negli occhi e non ti chiedono perché."

Si chiuse maggiormente in se stesso. Nel suo intimo, sentiva qualcosa ridere di lui. Una presenza crudele. Non il Tenebroso. Quasi l’avrebbe preferito. No, se stesso.

Per una volta Elyas infranse la regola sul fuoco. Non c’erano alberi, ma spezzò dai cespugli rami secchi e preparò un focherello contro un grosso spuntone di roccia sul fianco della collina. Dallo strato di fuliggine, Perrin ritenne che quella sorta di focolare era stato usato da generazioni di viandanti.

Lo spuntone era arrotondato, ma presentava lateralmente una frattura netta, dove del muschio vecchio e secco copriva la superficie scabra e irregolare. Le scanalature e le cavità erose nella parte arrotondata parevano insolite, ma Perrin era troppo preso dall’umore cupo per sorprendersi. Egwene, però, le studiò, mentre mangiava.

«Sembra un occhio» disse infine. Perrin batté le palpebre: sembrava davvero un occhio, sotto la fuliggine.

«Lo è» disse Elyas. Seduto con la schiena al fuoco e alla roccia, scrutava la zona e masticava un pezzo di carne secca dura come cuoio. «L’occhio di Artur Hawkwing. L’occhio del Gran Monarca in persona. Ecco come si sono ridotti il suo potere e la sua gloria.» Lo disse in tono distratto. Anche il suo modo di mangiare era distratto: lo sguardo e l’attenzione erano sulle colline.

«Artur Hawkwing!» esclamò Egwene. «Mi prendi in giro? Non è affatto un occhio. Perché qualcuno scolpirebbe l’occhio di Artur Hawkwing in una roccia, qui?»

Elyas le lanciò un’occhiata, girando solo la testa. Brontolò: «Cosa insegnano, a voi cuccioli di villaggio? Artur Paendrag Tanreall, Artur Hawkwing, il Gran Monarca, unì tutte le terre, dalla Grande Macchia al mare delle Tempeste, dall’oceano Aryth al deserto dell’Aiel, e anche alcune terre al di là del deserto. Mandò pure un esercito dall’altra parte dell’Aryth. Le storie dicono che governò sul mondo intero, ma quel che governò in realtà bastava per qualsiasi uomo che non fosse un eroe delle storie. E portò pace e giustizia sulla terra.»

«Tutti erano uguali, di fronte alla legge, e nessuno alzava la mano su di un altro» disse Egwene.

«Ah, le storie le hai ascoltate, almeno» ridacchiò Elyas. «Artur Hawkwing portò pace e giustizia, ma col ferro e col fuoco. Un bambino poteva cavalcare da solo, con una borsa d’oro, dall’Aryth alla Dorsale del Mondo, senza paura. Ma la giustizia del Gran Monarca era dura come questa pietra, per chiunque sfidasse il suo potere, anche solo manifestando la propria personalità o ritenendo di costituire una sfida. La gente comune aveva pace, e giustizia, e la pancia piena; ma Artur assediò per vent’anni Tar Valon e pose una taglia di mille corone sulla testa di ogni Aes Sedai.»

«Credevo che le Aes Sedai non ti piacessero» disse Egwene. Elyas rise di storto. «Non conta quel che mi piace, ragazza. Artur Hawkwing era uno sciocco pieno d’orgoglio. Una guaritrice Aes Sedai l’avrebbe salvato, quando si ammalò, o fu avvelenato, come sostengono alcuni; ma le Aes Sedai ancora in vita erano tutte dietro la Muraglia Lucente, impegnate a usare il Potere per tenere a bada un esercito che con i suoi fuochi di campo illuminava la notte. Comunque, Artur non avrebbe permesso a una di loro di avvicinarsi a lui. Odiava le Aes, Sedai quanto odiava il Tenebroso.»

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