Crocevia del crepuscolo
- Автор: Джордан Роберт
- Серия: La Ruota del Tempo #10
- Язык: итальянский
- Переводчик: Gabriele Giorgi
- Жанр: Фэнтези
Электронная книга - «Crocevia del crepuscolo». Краткое содержание книги:
Con un’imprecazione si riscosse da queste elucubrazioni. Un uomo doveva stare attento alla pelle anche nella notte, e lasciar vagare la propria concentrazione non era certo il modo migliore per farlo. Dopo qualche altro passo, esibì un sorriso appena accennato e tastò la lama del suo pugnale. Il vento gemette lungo la strada e si acquietò, fischiò sopra i tetri e si placò, e nei brevi silenzi fra un suono e l’altro lui poté udire il flebile trepestio degli stivali che lo stavano seguendo da poco dopo che aveva lasciato il palazzo.
Alla successiva intersezione, svoltò sulla destra con la stessa andatura costante e non affrettata, poi appiattì d’improvviso la schiena contro il lato anteriore di una stalla posta proprio all’angolo. Le ampie porte erano chiuse e probabilmente sprangate dall’interno, ma il lezzo di cavallo e letame era sospeso nell’aria gelida. Anche la locanda dall’altro lato era serrata, le sue finestre scure e con le imposte tirate; l’insegna che non era in grado di distinguere al buio dondolava scricchiolando, unico rumore tranne quello del vento. Nessuno che avrebbe potuto vedere ciò che non doveva.
Ebbe un istante di avvertimento, il suono di stivali che si affrettavano per lo sforzo di non perderlo di vista troppo a lungo, e poi una testa incappucciata spuntò cauta da dietro l’angolo. Non abbastanza cauta, ovviamente. La sua mano sinistra scattò all’interno del cappuccio e afferrò una gola mentre la destra effettuava un affondo col pugnale, fermandolo con perizia proprio contro il corpo dell’individuo. Quasi si aspettava di trovare un pettorale o una cotta di maglia sotto la giacca dell’uomo, ed era pronto a quell’eventualità, ma un pollice di acciaio penetrò con facilità sotto lo sterno del tizio. Non sapeva perché paralizzasse i polmoni di un uomo in modo che non potesse urlare, fino ad affogare nel suo stesso sangue, ma sapeva che l’effetto era questo. Tuttavia stanotte non poteva indugiare. Nessuna guardia in vista al momento non voleva dire che la situazione sarebbe rimasta tale a lungo. Con un rapido strattone, schiantò la testa dell’uomo contro il muro di pietra della stalla tanto forte da fracassargli il cranio, poi conficcò il pugnale fino all’elsa, sentendo la lama grattare mentre scavava attraverso la spina dorsale dell’individuo.
Il suo respiro rimase regolare – uccidere era solo qualcosa che andava fatto di tanto in tanto, niente per cui eccitarsi – ma si affrettò a posare il corpo nella neve contro il muro e si accovacciò accanto a esso, ripulendo la lama sulla scura giubba del morto mentre infilava l’altra mano sotto la propria ascella per sfilarsi il maglio dal dorso d’acciaio. Con la testa che gli girava, osservò la strada in entrambe le direzioni mentre tastava rapidamente la faccia dell’uomo nell’oscurità. La ruvidezza di barba incolta sotto le sue dita gli disse che era un uomo, ma nient' altro. Uomo, donna o bambino, per lui non faceva differenza – solo gli sciocchi si comportavano come se i bambini non avessero occhi per vedere o lingue per riferire quello che avevano visto – tuttavia desiderò che ci fossero dei baffi o un naso a patata, qualcosa che potesse risvegliare un ricordo e dirgli chi era stato questo tizio. Stringendo la manica dell’uomo avvertì lana pesante, né raffinata né particolarmente ruvida, e un braccio nodoso che sarebbe potuto appartenere a un impiegato, un carrettiere o un valletto. Per farla breve a chiunque, così come la giacca. Continuando a ispezionare il corpo, frugò tra le tasche dell’individuo, trovando un pettine di legno e un gomitolo di spago, che gettò da parte. Giunta alla cintura dell’uomo, la sua mano si arrestò. Vi era appeso un fodero di cuoio, vuoto. Nessun uomo al mondo avrebbe potuto estrarre un pugnale dopo essersi ritrovato la lama di Hanlon nei polmoni. Certo, c’era un buon motivo perché un uomo portasse il proprio pugnale sguainato quando andava in giro di notte, ma la ragione che balzava in mente per prima era che lo volesse usare per pugnalare qualcuno nella schiena o tagliargli la gola.
Fu solo un breve indugio, però. Non sprecando altro tempo in speculazioni, tagliò via il borsello dell’uomo appena sotto i lacci. H peso delle monete che si riversarono nella sua mano e che si affrettò a infilare nella propria tasca gli rivelò che non c’era oro, e probabilmente nemmeno un pezzo d’argento, ma una borsa tagliata e la mancanza di monete avrebbero fatto pensare a chiunque avesse trovato il corpo che fosse stato vittima di delinquenti. Raddrizzandosi, si rinfilò il guanto d’arme, e solo qualche istante dopo aver rimesso la lama al proprio posto si trovò di nuovo a camminare sul selciato ricoperto di fanghiglia, il pugnale tenuto stretto contro il fianco sotto il mantello e gli occhi attenti. Non si rilassò finché non ebbe messo un’intera strada fra sé e l’uomo morto, e anche allora la tensione non si allentò di molto. La maggior parte delle persone che avesse appreso di quell’omicidio avrebbe accettato la storia della rapina che aveva preparato a bella posta, ma non il mandante di quell’individuo. Il fatto che l’avesse seguito fin da palazzo significava che l’aveva inviato qualcuno, ma chi? Era piuttosto certo che qualunque donna del Popolo del Mare che avesse voluto vederlo trafitto da un coltello l’avrebbe fatto di persona. Per quanto la Famiglia lo turbasse solo per il fatto di essere lì, parevano persone tranquille e ponderate. Era pur vero che la gente abile nel non farsi notare era quella che più probabilmente avrebbe fatto ricorso a un assassino prezzolato nella notte, ma non aveva mai scambiato più di tre parole alla volta con nessuna di loro, e di certo non aveva tentato di palpeggiarle. Le Aes Sedai parevano più probabili, tuttavia era sicuro di non aver fatto nulla per suscitare i loro sospetti. Nondimeno, chiunque di loro avrebbe potuto avere le proprie ragioni per volerlo morto. Non si poteva mai dire con le Aes Sedai. Birgitte Trahelion era una stupida puttana che pareva credere per davvero di essere un personaggio uscito da una storia, forse perfino la vera Birgitte, se mai era esistita, ma era plausibile che lo ritenesse una minaccia alla sua posizione. Poteva pure essere una sgualdrina, ancheggiando per i corridoi in quei pantaloni come faceva lei, ma aveva uno sguardo freddo. Lei sì che avrebbe potuto ordinare a qualcuno di tagliare una gola senza batter ciglio. L’ultima possibilità era quella che lo impensieriva di più, però. I suoi padroni non erano certo le persone più fiduciose, e non sempre le più affidabili. E lady Shiaine Avarhin, che attualmente gli impartiva i suoi ordini, era colei che l’aveva mandato a chiamare e fatto uscire nella notte. Proprio dove un tizio era casualmente in attesa di seguirlo, pugnale in mano. Lui non credeva nelle coincidenze, qualunque cosa la gente dicesse su questo al’Thor. Pensieri di ritornare a palazzo vennero e se ne andarono in un lampo. Aveva del denaro da parte: poteva superare i cancelli corrompendo le sentinelle con la stessa facilità di chiunque altro, o semplicemente ordinare che venissero aperti per il tempo sufficiente a farlo uscire. Ma avrebbe significato passare il resto della propria vita a guardarsi le spalle, e chiunque fosse arrivato a poca distanza da lui sarebbe potuto essere colui che era stato inviato a ucciderlo. Non era molto diverso dal modo in cui viveva ora. Tranne per la certezza che presto o tardi qualcuno avrebbe avvelenato la sua zuppa o gli avrebbe conficcato un coltello tra le cestole. D’altronde, quella baldracca di Birgitte era il colpevole più plausibile. Oppure una Aes Sedai. O forse aveva offeso quelle donne della Famiglia in qualche modo. Nondimeno, essere cauri ripagava sempre. Le sue dita si flessero attorno all’elsa del pugnale. La sua vita era buona al momento, con parecchie comodità e un bel po’ di donne impressionate o compiacenti per paura del capitano delle guardie, ma la vita in fuga era sempre preferibile alla morte qui e ora.