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Crocevia del crepuscolo

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Crocevia del crepuscolo
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La nipote di Nasin avvicinò la sua giumenta, ma non accanto ad Arymilla. Seguì a poca distanza, con i sicofanti di Arymilla che si accalcarono dietro di lei dal momento che non erano stati invitati a cavalcare assieme alla loro Somma Signora. Malgrado il vento gelido e incostante che strattonava i loro mantelli, diverse donne e due o tre degli uomini tentarono senza successo di impegnare la ragazza in una conversazione. Di rado lei diceva due parole assieme. Tuttavia, senza alcun Sommo Signore da adulare nei pressi, l’erede di un Sommo Signore sarebbe dovuta bastare, e forse uno dei tizi sperava in un buon matrimonio. Era probabile che uno o due fossero guardie, o almeno spie che cercavano di assicurarsi che lei non tentasse di comunicare con qualcuno nella sua casata. Questa marmaglia trovava tutto ciò eccitante, potendo toccare i limiti del potere. Elenia aveva i propri piani per Sylvase.

Arymilla era un’altra che non aveva obiezioni a ciarlare quando chiunque con un po’ di buon senso si sarebbe imbacuccata nel proprio cappuccio, e il suo chiacchiericcio mentre cavalcavano nella luce morente vagava da quello che la sorella di Lir avrebbe offerto per cena ai progetti per la sua incoronazione. Elenia ascoltò solo quanto bastava per mormorare di approvazione nei punti in cui sembrava appropriato. Se quella sciocca voleva offrire un’amnistia previo giuramento a tutti coloro che si erano opposti a lei, non sarebbe stata certo Elenia Sarand a dirle che era una sciocca. Era già abbastanza doloroso dover rivolgere... sorrisetti... a quella donna senza ascoltarla. Poi Arymilla disse una cosa che colpì il suo orecchio come un punteruolo.

«Tu e Naean non avrete problemi a condividere un letto, vero? Pare che siamo a corto di tende decenti qui.»

Seguitò a ciarlare, ma, per un momento, Elenia non riuscì a udire neanche una parola. Si sentiva come se le avessero riempito la pelle di neve. Voltando leggermente la testa, incontrò lo sguardo sconcertato di Naean. Non c’era modo in cui Arymilla potesse sapere del loro incontro fortuito, non ancora, e anche in tal caso, perché avrebbe offerto loro una possibilità di complottare assieme? Una trappola? Spie per ascoltare ciò che si fossero dette? La cameriera di Naean, o... O Janny? Il mondo parve rotearle attorno. Macchioline nere e argentate le fluttuarono davanti agli occhi. Pensò di essere sul punto di svenire. Tutt’a un tratto si rese conto che Arymilla le aveva chiesto qualcosa e stava attendendo una risposta con un cipiglio sempre più impaziente. Freneticamente, passò in rassegna la propria mente. Sì, trovato. «Una carrozza dorata, Arymilla?» Che idea ridicola. Tanto valeva usare il carro di un Calderaio! «Oh, deliziosa! Hai idee talmente meravigliose!»

Il sorrisetto compiaciuto di Arymilla permise a Elenia di rallentare un poco il proprio respiro agitato. Quella donna era una sciocca senza cervello. Forse c’era davvero penuria di tende appropriate. Molto più probabilmente pensava che fossero innocue, ora. Domate. Elenia tramutò i propri denti snudati in un sorrisetto. Ma mise da parte qualunque idea di fare in modo che il Tarabonese ‘intrattenesse’ quella donna, anche solo per un’ora. Con la firma di Jarid su quell’impegno, c’era un solo modo in cui lei potesse sgombrare la strada per il trono. Tutto era sotto controllo e pronto ad andare avanti. L’unica questione era chi dovesse morire per primo fra Arymilla e Nasin.

La notte si addensò su Caemlyn assieme a un freddo pungente inasprito da venti taglienti. Qua e là il bagliore di una luce che si riversava da una finestra ai piani superiori rivelava persone ancora sveglie, ma la maggior parte delle imposte erano serrate e una sottile falce di luna in basso nel cielo non faceva che enfatizzare l’oscurità. Perfino la neve che ammantava i tetti e si impilava davanti agli edifici dove era sfuggita al traffico giornaliero era di un grigio ombroso. L’uomo solitario imbacuccato dalla testa alle caviglie in uno scuro mantello, che incedeva attraverso la poltiglia ghiacciata rimasta sul selciato, rispondeva ai nomi di Daved Hanlon o Doilin Mellar con uguale facilità; un nome non era nulla più di una casacca, e un uomo cambiava la propria casacca quando era necessario. Ne aveva indossate un gran numero nel corso degli anni. Se avesse potuto fare come voleva, a quest’ora sarebbe stato comodamente seduto nel Palazzo Reale davanti a un fuoco scoppiettante, un boccale in una mano e una caraffa di acquavite al suo fianco, e una domestica disponibile su un ginocchio, ma doveva provvedere a voleri altrui. Perlomeno qui nella Città Nuova si poteva camminare meglio. Non bene, con questa fanghiglia gelata sotto i piedi che poteva tramutare un passo incauto in una caduta scomposta, tuttavia era meno probabile che gli stivali di un uomo lo tradissero qui che sulle colline più ripide della Città Interna. Inoltre stanotte l’oscurità era preferibile.

Quando si era avviato, per le strade c’era stata poca gente, e il numero era diminuito quanto più si era fatto buio. Le persone sagge se ne stavano in casa al calar della notte. Ogni tanto delle sagome indistinte si aggiravano fra le ombre più profonde, ma dopo aver scrutato brevemente Hanlon, sgattaiolavano in recessi davanti a lui o indietreggiavano in vicoli cercando di smorzare le proprie imprecazioni mentre arrancavano attraverso neve che probabilmente non era stata toccata dal sole. Non era un uomo massiccio, e poco più alto della media, per di più con la spada e la corazza nascoste dal suo mantello, ma i malviventi cercavano debolezza o esitazione, mentre lui si muoveva con evidente sicurezza di sé, ovviamente non temendo persone che potessero tendergli un agguato. Un atteggiamento a cui contribuiva il lungo pugnale nascosto nella mano sinistra avvolta nel guanto d’arme.

Mentre camminava si guardava attorno per individuare pattuglie di guardie, ma non si aspettava di vederne nessuna. I bruti e i predatori avrebbero cercato altri terreni di caccia, se le guardie fossero state in giro. Ovviamente a lui sarebbe bastata una parola per allontanare guardie ficcanaso, tuttavia non voleva osservatori di sorta e nessuna domanda sul perché si trovasse così lontano dal palazzo e a piedi. I suoi passi esitarono quando due donne pesantemente ammantate comparvero a un incrocio un po’ più avanti, ma si mossero senza nemmeno un’occhiata nella sua direzione e lui riprese a respirare normalmente. Pochissime donne si sarebbero avventurate per le strade a quest’ora senza essere accompagnate da un uomo con una spada o un randello, e perfino senza aver visto le loro facce avrebbe scommesso una manciata d’oro contro un frutto di maclura che quelle due fossero Aes Sedai. Oppure quelle strane donne che occupavano la maggior parte dei letti a palazzo.

Il pensiero di quella strana cricca lo fece accigliare e gli provocò un prurito fra le scapole come se gli avessero strofinato addosso delle ortiche. Qualunque cosa stesse accadendo nel palazzo, era sufficiente a fargli venire i brividi. Le donne del Popolo del Mare erano già abbastanza sconcertanti, e non solo perché camminavano per i corridoi con quel loro seducente ancheggiare e poi erano capaci di puntare un coltello alla gola di un uomo. Non gli era nemmeno passato per la testa di dare a una di loro una pacca sul sedere dopo che si era reso conto che scambiavano occhiate con le Aes Sedai come degli strani gatti rinchiusi in una scatola. E chiaramente, per quanto impossibile, le donne del Popolo del Mare erano i gatti più grossi. Le altre erano peggio, in un certo senso. Qualunque cosa si dicesse in giro, conosceva l’aspetto delle Aes Sedai e non includeva rughe. Tuttavia alcune di loro erano in grado di incanalare, e lui aveva l’inquietante impressione che ne fossero capaci tutte. Il che non aveva alcun senso. Forse il Popolo del Mare aveva qualche genere di dispensa particolare, ma per quanto riguardava queste donne della Famiglia, come le chiamava Falion, tutti sapevano che se tre donne in grado di incanalare e che non erano Aes Sedai sedevano alla stessa tavola, le Aes Sedai sarebbero arrivate prima che potessero terminare una caraffa di vino e avrebbero detto loro di andarsene e di non parlarsi mai più. E si sarebbero assicurate che fosse così, per di più. Era un dato di fatto. Ma queste donne alloggiavano a palazzo , oltre un centinaio, tenevano i loro incontri privati e si aggiravano fra le Aes Sedai senza nemmeno un’occhiata storta da parte loro. Fino a oggi, perlomeno, e qualunque cosa le avesse fatte stringere assieme come galline spaventate, aveva reso altrettanto ansiose anche le Aes Sedai. C’erano troppe stranezze per i suoi gusti. Quando le Aes Sedai si comportavano in modo bizzarro, per un uomo era il momento di stare attento alla propria pelle.

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