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L'Occhio del Mondo

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L'Occhio del Mondo
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«I lupi non guardano sugli alberi» brontolò Elyas. «E no, non cercavo corvi. Te l’ho detto, non so cosa...» Lontano, verso ponente, una nuvola nera si levò da un altro boschetto e si diresse a meridione. La distanza non permetteva di distinguere i singoli uccelli. «Non è una grande caccia, grazie alla Luce. Loro non sanno. Anche dopo...» Si girò a fissare la strada percorsa.

Perrin deglutì. Anche dopo il sogno, intendeva dire Elyas. «Non è una grande caccia? Dalle mie parti non si vedono tanti corvi neppure in un anno.»

Elyas scosse la testa. «Nelle Marche di Confine ho visto stormi di mille corvi. Non di frequente... da quelle parti c’è un premio per ogni corvo ucciso... ma è accaduto.» Guardava ancora verso settentrione. «Stai zitto, ora.»

Perrin percepì allora lo sforzo di mettersi in contatto con i lupi lontani. Elyas voleva che Dapple e i suoi due compagni smettessero di esplorare la zona più avanti e tornassero subito a controllare la strada già percorsa. Il suo viso era reso più magro dalla tensione. I lupi erano così distanti che Perrin non riusciva nemmeno a percepirli. Presto. Tenete d’occhio il cielo. Presto.

Perrin colse la debole risposta: Arriviamo. Un’immagine gli balenò nella mente e svanì in un attimo: lupi in corsa, muso al vento, come se avessero un incendio alle spalle.

Elyas si lasciò cadere sul terreno e trasse un profondo respiro. Con la fronte corrugata, scrutò al di là della cresta, poi di nuovo a settentrione, e brontolò tra sé.

«Credi che ci siano altri corvi, dietro di noi?» domandò Perrin.

«Può darsi» rispose Elyas, vago. «Fanno in questo modo, a volte. Conosco un posto, se ci arriviamo col buio. Ma dobbiamo continuare a muoverci fino a notte, anche se non ci arriviamo; non procediamo velocemente come vorrei. Non possiamo avvicinarci troppo ai corvi che ci precedono. E se li abbiamo anche alle spalle...»

«Perché, col buio?» domandò Perrin. «E quale posto? Un posto al sicuro dai corvi?»

«Al sicuro dai corvi» confermò Elyas. «Ma troppa gente sa... Di notte i corvi dormono. Non dobbiamo temere che ci trovino, nel buio. Fossero i corvi la nostra sola preoccupazione!» Diede ancora un’occhiata al di là della cresta, si alzò e segnalò a Egwene di portare su Bela. «Ma il buio è ancora lontano. Dobbiamo muoverci.» Iniziò a scendere di corsa il pendio, rischiando di ruzzolare a ogni passo. «Muovetevi, maledizione!»

Perrin lo seguì, correndo e scivolando.

Egwene giunse in cima all’altura e spinse al trotto Bela. Un sorriso di sollievo le sbocciò sul viso, quando li vide. «Cosa succede?» gridò, incitando la giumenta a raggiungerli. «Quando siete scomparsi a quel modo ho pensato... Cos’è accaduto?»

Perrin risparmiò il fiato finché lei non li raggiunse. Allora le disse dei corvi e del luogo sicuro di Elyas, ma fu una spiegazione confusa. «Corvi!» esclamò Egwene, con voce strozzata, e continuò a fare domande alle quali Perrin non seppe rispondere. Ma non smise di correre fino alla cresta seguente.

Normalmente — se qualcosa in quel viaggio si poteva definire normale — avrebbero aggirato quella cresta, anziché superarla; ma Elyas pretese comunque cautela.

«Vuoi finire proprio in mezzo a loro, ragazzo?» disse, acido.

Perrin si domandò se i corvi tornassero indietro all’improvviso. Sarebbe stato un colpo, arrivare sulla cresta nello stesso momento di uno stormo!

Giunto in cima, sporse la testa quanto bastava a guardare e tirò un sospiro di sollievo: c’era solo un boschetto, verso ponente. E nessun corvo in vista. All’improvviso una volpe sbucò di gran carriera dagli alberi. E i corvi si lanciarono all’inseguimento. Il battito d’ali quasi soffocò il guaito disperato della volpe. In turbine nero calò sull’animale e roteò intorno. La volpe cercò di azzannare i corvi, ma quelli saettavano avanti e indietro,col becco lustro di bagnato, e non si lasciavano nemmeno sfiorare. La volpe deviò di nuovo verso gli alberi, cercando scampo nella tana. Ora correva goffamente, a testa bassa, con il pelo scuro e insanguinato; i corvi l’attorniarono, in numero sempre maggiore, finché non la nascosero del tutto. Con la repentinità con cui erano scesi, si levarono in volo, rotearono e svanirono al di là dell’altura seguente, verso meridione. Un mucchietto informe di pelliccia a brandelli segnava il punto dove c’era stata la volpe.

Perrin deglutì con forza. “Luce santa!" pensò. “Potrebbero fare a noi la stessa cosa. Cento corvi. Potrebbero..."

«Muovetevi» brontolò Elyas, alzandosi di scatto. Segnalò a Egwene di avvicinarsi e, senza aspettare, si lanciò di corsa verso gli alberi. «Muovetevi, maledizione!» gridò, girando solo la testa. «Muovetevi!»

Egwene lanciò al galoppo Bela e li raggiunse prima che arrivassero in fondo al pendio. Non c’era tempo per le spiegazioni, ma lei notò ugualmente i resti della volpe. Divenne bianca come un cencio.

Elyas arrivò ai primi alberi e si girò a incitarli, con grandi cenni. Perrin cercò di accelerare e inciampò. Mulinando le braccia, riuscì a non finire lungo e disteso.

Un corvo solitario si levò dal boschetto. Piegò verso di loro, gracchiò e si lanciò verso meridione. Pur sapendo che ormai era troppo tardi, Perrin tolse dalla cintura la fionda. Cercava ancora di prendere di tasca una pietra, quando il corvo si bloccò a mezz’aria e cadde come un sasso. Vide allora la fionda in mano a Egwene. La ragazza gli sorrise, con aria incerta.

«Non state lì a contarvi le dita dei piedi!» gridò Elyas.

Con un sobbalzo, Perrin si affrettò a rifugiarsi sotto gli alberi e si gettò di lato per non farsi travolgere da Bela.

Lontano, verso ponente, quasi fuori vista, si levò in aria una sorta di nebbia nera. Perrin percepì i lupi passare da quella parte, diretti a settentrione e notare i corvi, a destra e a sinistra, senza rallentare. La nebbia nera turbinò come se inseguisse i lupi, poi di colpo virò e si diresse a meridione.

«Credi che ci abbiano scorti?» domandò Egwene. «Eravamo già fra gli alberi, vero? Non possono scorgerci da quella distanza. Vero? Erano troppo lontano.»

«Noi li abbiamo visti» rispose Elyas, secco. Perrin cambiò posizione, a disagio; Egwene trasse un respiro di paura. «Se ci avessero visti» ringhiò Elyas «si sarebbero lanciati su di noi come su quella povera volpe. Fate funzionare il cervello, se volete restare vivi. La paura vi ucciderà, se non la dominate.» Per un istante li fissò negli occhi. Poi annuì. «Ora se ne sono andati, e anche noi dovremmo essere in cammino. Tenete la fionda a portata di mano. Forse ci verrà utile di nuovo.»

Usciti dal boschetto, Elyas deviò verso ponente rispetto alla linea di marcia seguita fino a quel momento. Perrin si sentì mancare il fiato: pareva quasi che seguissero l’ultimo stormo di corvi. Elyas continuò, instancabile, e non restava che seguirlo. In fin dei conti, conosceva un posto sicuro. Da qualche parte. Così aveva detto.

Corsero fino all’altura seguente, attesero che i corvi volassero via, ripresero a correre e continuarono in questo modo. L’andatura costante dei giorni precedenti era stata faticosa, ma ora cominciarono a risentire dei cambi di velocità. Perrin aveva il fiatone e respirava a grandi boccate, nei pochi minuti di riposo, disteso sulla cima di un’altura, lasciando che fosse Elyas a esaminare la zona. Bela teneva bassa la testa e a ogni passo dilatava le froge. La paura li incitava a proseguire e Perrin non sapeva se riusciva o no a dominarla. Sperava solo che i lupi dicessero che cosa c’era alle loro spalle, se qualcosa c’era.

Davanti a loro c’erano più corvi di quanti Perrin avesse mai visto. Si levavano in volo, a destra e a sinistra, e puntavano a meridione. Decine di volte i tre raggiunsero il nascondiglio di un boschetto o la scarsa protezione di un pendio solo un attimo prima che i corvi sciamassero nel cielo. Una volta, con il sole che iniziava la parabola discendente, rimasero all’aperto, immobili come statue, a mezzo miglio dal riparo più vicino, mentre un centinaio di spie pennute del Tenebroso saettava a un solo miglio da loro, verso levante. Nonostante il vento, Perrin si sentì colare sul viso il sudore, finché l’ultima sagoma nera non si ridusse a un puntino e svanì.

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