L'Occhio del Mondo
- Автор: Джордан Роберт
- Серия: La Ruota del Tempo #1
- Язык: итальянский
- Переводчик: Gaetano Luigi Staffilano
- Жанр: Фэнтези
Электронная книга - «L'Occhio del Mondo». Краткое содержание книги:
Per un momento l’Aes Sedai fissò il piano del tavolo, poi alzò gli occhi e guardò Nynaeve; e allora Nynaeve si ritrasse da un lampo d’ira che li rendeva quasi ardenti. Irrigidì la schiena, sentendosi montare in collera, ma non fece in tempo a parlare.
«Mi auguro di trovare anche Egwene, viva e in buona salute» disse in tono gelido l’Aes Sedai. «Non rinuncio facilmente a ragazze dotate del suo talento. Ma sarà come la Ruota tesse.»
Nynaeve si sentì un peso gelido sullo stomaco. “Sono anch’io una di quelle ragazze a cui non rinunci?" disse tra sé. “Staremo a vedere, Aes Sedai. La Luce t’incenerisca, lo vedremo!"
Il pasto terminò in silenzio e in silenzio tre persone varcarono a cavallo le porte e imboccarono la Strada per Caemlyn. Moiraine scrutò l’orizzonte di nordest. Alle loro spalle, la città di Whitebridge parve farsi piccola piccola per la paura.
29
Occhi spietati
Elyas pretese velocità, nella pianura d’erba secca, quasi a compensare il tempo perduto con i Girovaghi, e si diresse tra levante e meridione a tale andatura che perfino Bela era contenta di fermarsi, quando il crepuscolo s’infittiva. Però, nonostante la fretta, prese precauzioni trascurate in precedenza. Di notte accendeva il fuoco solo se per terra c’era già legna secca e non voleva che staccassero dagli alberi nemmeno un ramoscello. Il fuoco era sempre piccolo e schermato in un pozzetto ottenuto sollevando con cura una zolla. Preparata la cena, Elyas sotterrava le braci e rimetteva a posto la zolla. Prima di riprendere il cammino nel grigiore della falsa alba, esaminava palmo a palmo il luogo dove si erano accampati e si accertava che non fosse rimasta la minima traccia della loro presenza. Arrivava perfino a rimettere a posto qualche pietra e a raddrizzare steli d’erba. Non impiegava molto, mai più di qualche minuto, ma non partivano se non era soddisfatto.
Perrin non credeva che quelle precauzioni risultassero utili contro dei sogni; ma poi pensò a che cosa servivano e rimpianse che non si trattasse solo dei sogni. La prima volta Egwene domandò ansiosamente se i Trolloc erano tornati, ma Elyas scosse la testa e li incitò a procedere. Perrin non disse niente. Sapeva che nelle vicinanze non c’erano Trolloc: i lupi fiutavano solo erba e alberi e piccoli animali. Elyas non era spinto dalla paura per i Trolloc, ma da qualcosa di cui nemmeno lui era sicuro. I lupi non sapevano che cosa fosse, ma percepirono l’insistente cautela di Elyas e cominciarono a esplorare il terreno come se il pericolo li seguisse da vicino o li aspettasse in un’imboscata al di là della prossima altura.
Il territorio si mutò in lunghe ondulazioni troppo basse per meritare il nome di colline. Un tappeto di erba resistente, ancora secca per l’inverno e punteggiata d’erbacce rigogliose, si estendeva davanti a loro, increspato dal vento di levante che non trovava ostacoli nel raggio di cento miglia. I boschetti divennero più distanziati. Il sole si alzava con riluttanza, privo di calore.
Elyas seguiva il più possibile il contorno del terreno ed evitava di salire sulla cima delle alture. Parlava di rado, ma quando apriva bocca...
«Sapete quanto tempo sprechiamo a girare intorno a ogni maledetta altura? Sangue e ceneri! Arriverà l’estate, prima che mi sia liberato di voi. No, non possiamo andare dritti! Quante volte devo dirvelo? Avete idea di come risalta una persona in piedi su una cresta, in un territorio piatto come questo? Maledizione, facciamo due passi avanti e uno indietro. Sembriamo serpenti. Andrei più veloce con i piedi legati! Allora, ve ne state a fissarmi o camminate?»
Perrin e Egwene si scambiarono un’occhiata. Egwene mostrò la lingua alla schiena di Elyas. Nessuno dei due fece commenti. L’unica volta che Egwene protestò che non doveva prendersela con loro, visto che era lui a voler girare intorno alle alture, si beccò una lezione sul modo in cui il suono si propaga, in un ringhio che certo si era udito a un miglio di distanza.
Anche quando parlava, Elyas scrutava in continuazione tutt’intorno, a volte con lo sguardo fisso come se ci fosse qualcosa da vedere, oltre all’erba secca. Perrin invece non vedeva niente; e i lupi, neppure. Sulla fronte di Elyas comparvero altre rughe, ma lui non spiegò perché dovevano affrettarsi né da che cosa temeva che fossero inseguiti.
A volte sulla loro strada c’era una cresta più lunga delle altre, che si estendeva per miglia a levante e a ponente. Perfino Elyas ammetteva che farne il giro li avrebbe portati troppo fuori strada. Allora li lasciava alla base del pendio, strisciava carponi sulla cresta e scrutava con cautela dall’altra parte, come se solo dieci minuti prima i lupi non avessero controllato la presenza di pericoli. L’attesa alla base del pendio pareva durare delle ore e rendeva nervosi. Egwene si mordicchiava il labbro e senza accorgersene faceva scorrere tra le dita le perline della collana avuta da Aram. Perrin aspettava con tenacia. Si sentiva un peso sullo stomaco, ma riusciva a mostrarsi calmo e a nascondere il turbamento interiore.
"I lupi ci avvertiranno, se c’è pericolo” pensava. “Sarebbe bello, se sparissero, ma in questo momento ci aiutano. Che cosa cerca, Elyas?"
Dopo un lungo esame, sporgendo appena la testa, Elyas faceva sempre segno di farsi avanti. Ogni volta la strada era libera... finché non trovavano di nuovo un’altura impossibile da aggirare. La terza volta, Perrin si sentì in bocca il sapore di bile: era sicuro che avrebbe vomitato, se avesse dovuto aspettare anche solo cinque minuti. «Ve... vengo anch’io» dichiarò.
«Tienti basso» si limitò a rispondere Elyas.
A quel punto anche Egwene smontò da cavallo.
Elyas si tirò sugli occhi il berretto di pelliccia e da sotto il bordo fissò la ragazza. «Ti aspetti di far procedere carponi la giumenta?» disse seccamente.
Egwene aprì bocca per protestare, ma non emise suono. Alla fine si strinse nelle spalle; Elyas si girò senza altri commenti e cominciò a risalire il pendio. Perrin lo seguì.
A breve distanza dalla cresta Elyas gli segnalò di abbassarsi e subito si mise carponi e strisciò per l’ultimo tratto. Anche Perrin si appiattì sul terreno.
Sulla cima, Elyas si tolse il berretto, prima di sporgere la testa. Scrutando attraverso un ciuffo di erbacce spinose, Perrin vide solo la stessa pianura ondulata che avevano alle spalle. Il pendio era spoglio, ma in una depressione larga un centinaio di passi cresceva un folto d’alberi, forse mezzo miglio a meridione della cresta. I lupi l’avevano già esplorato, senza fiutare tracce di Myrddraal o di Trolloc.
A levante e a ponente, fin dove arrivava lo sguardo, il territorio era sempre uguale: praterie ondulate e boschetti assai distanziati. Niente si muoveva. I lupi erano un miglio più avanti, fuori vista; a quella distanza, Perrin li percepiva a malapena. Non avevano visto niente, esplorando quel tratto. “Cosa cerca, Elyas?" si domandò di nuovo Perrin. “Laggiù non c’è niente."
«Perdiamo solo tempo» disse, cominciando ad alzarsi. In quel momento uno stormo di corvi si levò all’improvviso dal folto d’alberi: cinquanta, cento uccelli neri che descrivevano una spirale nel cielo. Perrin impietrì, piegato in due, mentre i corvi roteavano in alto sugli alberi. “Gli occhi del Tenebroso” pensò. “Mi avranno visto?" Gocce di sudore freddo gli colarono sul viso.
Come se un solo pensiero fosse scaturito a un tratto in cento minuscoli cervelli, ogni corvo virò di colpo dalla stessa parte. Meridione. Lo stormo scomparve al di là dell’altura. A levante, da un altro boschetto si levarono in volo altri corvi; lo stormo nero roteò due volte e puntò a meridione.
Tutto tremante, Perrin si distese al suolo. Cercò di parlare, ma aveva la bocca troppo secca. Dopo un minuto riuscì a trovare un po’ di saliva. «Di questo avevi paura?» disse a Elyas. «Perché non ne hai parlato? Come mai i lupi non li hanno visti?»