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La lama dei sogni

Электронная книга - «La lama dei sogni». Краткое содержание книги:

Elayne si ritrova invischiata nella lotta per la successione al trono di Andor, ma le Sorelle dell’Ajah Nera che si nascondono a Caemlyn sono pronte a far scattare su di lei una trappola mortale, mentre Egwene, caduta nelle mani delle Aes Sedai e ridotta al rango di novizia, non può far altro che sopportare con tenacia le punizioni inflitte per tentare di sgretolare dall’interno il controllo che Elaida esercita sulla Torre Bianca e gli intrighi delle Sorelle. Intanto Rand al’Thor, il Drago Rinato, impegnato nei preparativi per una tregua con i Seanchan, deve vedersela con i Reietti che cercano in ogni modo di ostacolarlo. Mat e Tuon, al seguito della carovana di Valan Luca, sono diretti al confine del territorio controllato dai Seanchan; la giovane Figlia delle Nove Lune è sul punto di completare la formula di nozze, ma sta per essere raggiunta da un’inattesa e sconvolgente notizia da Ebou Dar. Allo stesso tempo Perrin, dopo l’inaspettata alleanza con i Seanchan, si reca a Malden per sconfiggere gli Shaido e liberare l’amata Faile, intenta a pianificare la fuga dalla prigionia. Questi e altri coinvolgenti avvenimenti si intrecciano a nuovi e imprevedibili eventi corali che annunciano come Tarmon Gai’don, l’Ultima Battaglia, sia ormai alle porte...
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«Le ho detto che avrebbe assaggiato la cinghia se avessimo ritardato la partenza» stava dicendo Nadere piuttosto accalorata quando Elayne entrò nella stanza. «Non è affatto giusto se non è lei la causa, ma ho detto quello che ho detto.»

«Farai quello che devi» replicò Dorindha con calma, ma con una fermezza negli occhi da lasciar intendere che queste non erano le prime parole che scambiavano. «Forse non ritarderemo nulla. E forse Aviendha sarà lieta di pagare il prezzo per dire addio a sua sorella.»

Elayne non si curò di cercare di discutere per Aviendha. Non sarebbe servito a nulla. Aviendha stessa mostrava una serenità da Aes Sedai, come se essere picchiata per colpa di un’altra persona fosse una questione priva di importanza.

«Questi sono per te» disse Elayne, premendo l’anello e la spilla nella mano di sua sorella. «Non come doni, temo. La Torre Bianca li rivorrà indietro. Ma per usarli in caso di bisogno.»

Aviendha guardò gli oggetti e rimase senza fiato. «Perfino prestarli è un dono enorme. Tu mi imbarazzi, sorella. Non ho nessun dono d’addio da darti in cambio.»

«Mi dai la tua amicizia. Mi hai dato una sorella.» Elayne percepì una lacrima scorrerle lungo la guancia. Rise, ma in modo debole e tremante. «Come puoi dire di non aver nulla da dare? Mi hai dato tutto.»

Alcune lacrime luccicarono anche negli occhi di Aviendha. Malgrado le altre stessero guardando, mise le braccia attorno a Elayne e la strinse forte. «Mi mancherai, sorella» sussurrò. «Il mio cuore è freddo quanto la notte.»

«Anche il mio, sorella» mormorò Elayne, ricambiando l’abbraccio con uguale forza. «Anche tu mi mancherai. Ma ti verrà concesso di farmi visita qualche volta. Questo addio non è per sempre.»

«No, non è per sempre. Ma mi mancherai comunque.»

A quel punto avrebbero potuto cominciare a piangere, ma Dorindha appoggiò le mani sulle loro spalle. «E ora, Aviendha. Dobbiamo andare so vuoi avere qualche speranza di evitare la cinghia.» Aviendha si raddrizzò con un sospiro, sfregandosi gli occhi. «Che tu possa trovare sempre acqua e ombra, sorella.»

«Che tu possa trovare sempre acqua e ombra, sorella,» ripete Elayne. Secondo le usanze aiel quel saluto aveva un senso definitivo, così aggiunse: «Fin quando non rivedrò il tuo volto.»

E in un attimo se ne furono andate. E in un attimo lei si sentì molto sola. La presenza di Aviendha era diventata una certezza, una sorella con cui parlare, con cui ridere, con cui condividere le sue speranze e paure, ma quel contorto era svanito.

Essande era sgusciata via dalla stanza mentre lei e Aviendha si stavano abbracciando e ora tornò per mettere sulla testa di Elayne la coroncina da erede al trono, un semplice cerchietto d’oro che le sosteneva un’unica rosa dorata sulla fronte. «In modo che questi mercenari non si dimentichino con chi stanno parlando, mia signora.»

Elayne non si rese conto che le sue spalle si erano abbassate finché non le raddrizzò. Sua sorella se n’era andata, tuttavia lei aveva una città da difendere e un trono da ottenere. Il dovere l’avrebbe sostenuta.

16

Il nuovo seguace

La sala da ricevimento azzurra, denominata così per il suo soffitto ad arco, dipinto per rappresentare il cielo con nuvole bianche, e per le sue piastrelle azzurre, era il salotto da ricevimento più piccolo del palazzo, meno di dieci piedi quadrati. Le finestre ad arco della parete opposta, prospicienti un cortile e con battenti provvisti di vetri contro le intemperie primaverili, lasciavano entrare una buona luce anche se fuori stava piovendo, ma nonostante due ampi caminetti con mensole di marmo intagliato, una cornice di leoni di stucco e un paio di arazzi che recavano il Leone Bianco ai lati delle porte, una delegazione di mercanti di Caemlyn sarebbe stata insultata di essere ricevuta nella sala azzurra, e una delegazione di banchieri sarebbe andata su tulle le furie. Probabilmente era quello il motivo per cui comare Harfor aveva ricevuto lì i mercenari, anche se loro non avrebbero capito l’insulto. Lei stessa era presente, per ‘supervisionare’ le due giovani cameriere in livrea che stavano mantenendo piene le coppe di vino con le alte caraffe in argento poste su un vassoio in cima a una credenza decorata in modo semplice, ma aveva la cartella di cuoio che usava durante i suoi incontri premuta contro il petto, come se prevedesse che le faccende con i mercenari sarebbero state risolte in fretta. Halwin Norry, con i ciuffi di capelli bianchi dietro le orecchie che come sempre sembravano delle penne, era in piedi in un angolo, anche lui con la propria cartella di cuoio stretta contro il magro torace. I loro incontri erano un appuntamento quotidiano, e di recente c’era poco in essi che riusciva a rallegrarla. Più che altro il contrario.

Preavvisati dal paio di donne della Guardia che avevano controllato la stanza prima che lei entrasse, tutti erano in piedi quando Elayne fece il suo ingresso con altre due dietro di sé. Deni Colford, al comando delle donne della Guardia che avevano rimpiazzato Devore e le altre, aveva semplicemente ignorato il suo ordine che tutte loro rimanessero fuori. Aveva ignorato lei! Elayne suppose che facessero la loro bella figura, incedendo con aria orgogliosa come facevano, eppure non riusciva a smettere di digrignare i denti.

Careane e Sareitha, formali nei loro scialli frangiati, piegarono lievemente le loro teste in segno di rispetto, ma Mellar si tolse il cappello piumato con un inchino plateale, una mano appoggiata sulla fusciacca orlata di merletto sopra la sua corazza brunita. I sei galloni dorati saldati su quel pettorale, tre su ogni spalla, la irritavano, tuttavia li aveva lasciati passare, il suo volto affilato come un’accetta le offrì un sorriso che era fin troppo caldo, ma d’altra parte, per quanto Elayne fosse fredda nei suoi confronti, quell’uomo pensava di avere qualche opportunità con lei poiché non aveva negato la voce che i bambini che aveva in grembo fossero suoi. Le ragioni di Elayne per non contrastare quella lurida diceria erano cambiate — non aveva più bisogno di proteggere i suoi bambini, i bambini di Rand — tuttavia la lasciava circolare. Con un po’ di tempo, quell’uomo avrebbe intrecciato una corda per il suo stesso collo. E se non l’avesse fatto lui, ci avrebbe pensato Elayne.

I mercenari, tutti di mezza età, imitarono Mellar solo con un istante di ritardo, anche se le loro riverenze non furono così elaborate. Evard Cordwyn, un Andorano dalla mascella squadrata, portava un grosso rubino all’orecchio sinistro, e Aldred Gomaisen, basso e magro, con la sommità del capo rasata, aveva strisce orizzontali rosse, verdi e blu che gli coprivano metà del torace, all’apparenza molte più di quante avrebbe potuto possederne per diritto nella sua natia Cairhien. Hafeen Bakuvun, i cui capelli si andavano ingrigendo, portava un grosso cerchio d’oro all’orecchio sinistro e un anello su ogni dito. Il Domanese era molto corpulento, ma il modo in cui si muoveva lasciava intendere che c’erano muscoli solidi sotto quel grasso.

«Non hai dei doveri di cui occuparti, capitano Mellar?» disse Elayne con freddezza, prendendo una delle poche sedie della stanza. Ce n’erano solo cinque, con i braccioli e gli schienali intagliati in modo semplice con viticci e foglie e senza nemmeno un accenno di doratura. Disposte in un’ampia fila davanti alle finestre, le sedie mettevano la luce alle spalle di chiunque vi si accomodasse. In una giornata di sole, quelli a cui veniva data udienza dovevano socchiudere gli occhi per il bagliore. Purtroppo quel vantaggio non era disponibile quel giorno. Le due donne della Guardia presero posizione dietro di lei da ambo i lati, ciascuna con una mano appoggiata sull’elsa della propria spada, osservando i mercenari con espressioni feroci che fecero sorridere Bakuvun e indussero Gomaisen a sfregarsi il mento per tentare di celare un ghigno malizioso. Le donne non segno di fastidio: conoscevano lo scopo delle loro uniformi.

Elayne sapeva che avrebbero spazzato via qualunque sorriso molto rapidamente se fosse stato necessario che sfoderassero le loro lame.

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