La lama dei sogni
- Автор: Джордан Роберт
- Серия: La Ruota del Tempo #11
- Язык: итальянский
- Переводчик: Gabriele Giorgi
- Жанр: Фэнтези
Электронная книга - «La lama dei sogni». Краткое содержание книги:
Naturalmente lei avrebbe potuto bere del té di cuordifoglia prima di giacere con lui... Scacciò via con decisione quel pensiero. Quella era tutta colpa di Rand e basta.
Aviendha scelse il blu, cosa che faceva spesso, con file di piccole perle che contornavano il corpetto. L’abito non aveva un taglio così basso come la moda di Ebou Dar, tuttavia mostrava comunque un po’ di scollatura; pochi vestiti cuciti a Ebou Dar non lo facevano. Mentre Sephanie terminava di allacciarle i bottoni, Aviendha giocherellava con qualcosa che aveva preso dal borsellino alla cintura, un piccolo pugnale con una ruvida elsa di corno di cervo avvolta in filo d’oro. Era anche un ter’angreal, anche se Elayne non era riuscita a capire cosa faceva prima che la sua gravidanza mettesse fine a studi del genere. Non aveva saputo che sua sorella aveva quell’oggetto. Gli occhi di Aviendha erano quasi sognanti mentre lo fissava.
«Perché ti affascina così tanto?» chiese Elayne. Quella non era la prima volta che aveva visto l’altra donna così rapita con quel coltello.
Aviendha sussultò e sbatté le palpebre verso il pugnale tra le sue mani. La lama di ferro — sembrava di ferro, perlomeno, anche al tatto — non era mai stata affilata, per quanto ne sapeva Elayne, ed era poco più lunga del suo palmo, anche se larga in proporzione. Perfino la punta era troppo smussata per pugnalare. «Pensavo di dartelo, ma tu non hai mai detto nulla al riguardo, perciò credevo di poter essere in errore, e poi avremmo creduto che tu saresti stata al sicuro, da alcuni pericoli perlomeno, quando invece non lo eri. Così ho deciso di tenerlo. In tal modo, se ho ragione, almeno potrei proteggerti, e se mi sbaglio non nuocerà a nessuno.»
Elayne scosse la testa avvolta dall’asciugamano in preda alla confusione. «Ragione su cosa? Di che stai parlando?»
«Di questo» disse Aviendha, tenendo in alto il pugnale. «Penso che, con questo in tuo possesso, l’Ombra non possa vederti. Non i Senza Occhi o i Deviati dall’Ombra, forse nemmeno il Seccafoglie. Ma devo essere in errore se tu non l’hai visto.»
Sephanie annaspò e le sue mani si immobilizzarono finché Essande non mormorò un monito sommesso. Essande aveva vissuto troppo per essere scossa dalla semplice menzione dell’Ombra. O di parecchie altre cose, se era per quello.
Elayne la fissò. Aveva cercato di insegnare ad Aviendha a creare dei ter’angreal, ma sua sorella non possedeva alcun talento per quello. Tuttavia forse aveva capacità diverse, torse perfino una che poteva essere definita un talento. «Vieni con me» disse, e prendendo il braccio di Aviendha quasi la strattonò fuori dallo spogliatoio. Essande le seguì con uno scroscio di proteste, con Sephanie che cercava di continuare ad abbottonare il vestito di Aviendha al volo.
Nel salotto più grande dell’appartamento due bei fuochi ardevano in entrambi i caminetti, e se l’aria non era calda quanto nello spogliatoio, era comunque confortevole. Il tavolo, col bordo a motivi ondulati e circondato da sedie dal basso schienale, era situato nel mezzo del pavimento a piastrelle bianche; era lì che lei e Aviendha consumavano buona parte dei loro pasti. Diversi libri rilegati in cuoio dalla biblioteca del palazzo formavano una pila a un’estremità del tavolo: storie dell’Andor e libri di racconti. Le lampade su sostegni provviste di specchi emanavano una buona luce, ed era lì che la sera loro spesso leggevano.
Cosa più importante, un tavolino laterale addossato a una parete a pannelli scuri era ricoperto di ter’angreal dalla scorta che la Famiglia aveva tenuto nascosta a Ebou Dar, coppe e tazze, statuette e piccole effigi, gioielli e ogni genere di cose. Parecchi apparivano ordinari, se si tralasciava una certa stranezza nella foggia, tuttavia anche quelli dall’aspetto più fragile non potevano essere rotti, e alcuni erano molto più leggeri o pesanti di quanto sembrassero. Lei non poteva più studiarli senza rischi in alcun modo significativo — aveva l’assicurazione di Min che i suoi bambini non potevano subire danni, ma con un controllo così precario sul Potere, far del male a sé stessa era più che mai possibile — tuttavia cambiava ogni giorno quello che c’era sul tavolo, prendendo dei pezzi a caso dalle bisacce tenute nel ripostiglio degli appartamenti, solo in modo da poterli guardare e ipotizzare su quello che aveva appreso prima di essere incinta. Non che avesse appreso molto — be’, niente, a dire la verità —, ma poteva pensarci su. Non c’era pericolo che venissero rubati. Reene aveva cacciato molti, se non tutti, i servitori disonesti, e al resto provvedeva la costante guardia all’ingresso.
Con la bocca tesa per la disapprovazione — decenza voleva che ci si vestisse nello spogliatoio, non dove chiunque poteva entrare di punto in bianco — Essande riprese il suo lavoro con i bottoni di Elayne. Sephanie, probabilmente agitata per il disappunto della donna anziana quanto per tutto il resto, respirò in modo affannoso nell’occuparsi di quelli di Aviendha.
«Scegli qualcosa e dimmi cosa pensi che faccia» disse Elayne. Guardare e ipotizzare non aveva portato a nulla, non che lei si fosse aspettata qualcosa di diverso. Eppure in qualche modo Aviendha era in grado di dire cosa faceva un ter’angreal soltanto tenendolo in mano... La gelosia montò dentro di lei, calda e amara, ma la represse, poi per essere sicura ci saltò sopra un po’ di volte finché non scomparve. Lei non sarebbe stata gelosa di Aviendha!
«Non sono sicura di riuscirci, Elayne. Penso solo che questo coltello crei qualche tipo di protezione. E devo sbagliarmi o tu lo sapresti. Su queste cose tu ne sai più di chiunque altra.»
Le guance di Elayne arrossirono dall’imbarazzo. «Non so nemmeno la metà di quello che pensi tu. Prova, Aviendha. Non ho mai sentito di nessuno in grado di... di ‘interpretare’ i ter’angreal, ma se tu ci riuscissi, anche solo un poco, non capisci quanto sarebbe meraviglioso?»
Aviendha annuì, ma il suo volto era ancora dubbioso. Con esitazione toccò un’esile verga nera nel mezzo del tavolino, lunga un passo e così flessibile che poteva essere piegata in un cerchio per poi tornare alla forma originaria. La toccò e ritrasse la mano all’istante, strofinandosi inconsciamente le dita sulla gonna. «Questo causa dolore.»
«Ce l’ha detto Nynaeve» ribatte Elayne in tono impaziente e Aviendha le scoccò un’occhiata piatta.
«Nynaeve al’Meara non ha detto che si può cambiare quanto dolore viene inflitto a ogni colpo.» L’incertezza riprese il sopravvento su di lei, però, e la sua voce divenne esitante. «Almeno credo che si possa fare. Penso che un colpo possa dare la sensazione di uno o di cento. Ma sto solo tirando a indovinare, Elayne. E solo quello che penso.»
«Continua» la spronò Elayne per incoraggiarla. «Forse troveremo qualcosa che ce lo dirà per certo. E questo?» Prese un copricapo di metallo dalla forma singolare. Coperto di strani motivi geometrici di quello che sembrava l’intaglio più minuto mai realizzato, era troppo sottile per essere usato come elmo, anche se pesava il doppio di quanto sembrava. Il metallo appariva anche scivoloso, non semplicemente liscio, come se fosse stato olialo.
Aviendha posò il pugnale con riluttanza e rigirò il copricapo una volta tra le proprie mani prima di rimetterlo sul tavolo e riprendere il suo coltello. «Penso che questo ti consenta di dirigere un... un congegno di qualche tipo. Una macchina.» Scosse la testa avvolta nell’asciugamano. «Ma non so come o che tipo di macchina. Vedi? Sto solo tirando a indovinare di nuovo.»
Elayne non permise che smettesse, però. Aviendha toccò o tenne in mano per un momento un ter’angreal dopo l’altro, e ogni volta aveva una risposta. Data con esitazione e avvertimenti che si trattava soltanto di una supposizione, ma sempre una risposta. Pensava che una scatolina con dei cardini, all’apparenza d’avorio e ricoperta di strisce increspate rosse e verdi, contenesse musica, centinaia di melodie, forse migliaia. Con un ter’angreal quello era possibile. Dopotutto un carillon poteva avere cilindri che contenevano fino a cento melodie, e alcuni potevano suonare un pezzo piuttosto lungo dopo l’altro su un solo cilindro senza cambiarlo. Una ciotola piuttosto piatta del diametro di quasi un passo serviva per guardare cose distanti, pensava, e un alto vaso lavorato con viticci verdi e blu — viticci blu! — avrebbe raccolto acqua dall’aria. Quello le pareva inutile, ma Aviendha quasi lo accarezzò, e dopo averci riflettuto Elayne comprese che sarebbe stato davvero utile nel Deserto. Se funzionava come credeva Aviendha. E se qualcuno fosse riuscito a scoprire come farlo funzionare. Una statuetta in bianco e nero di un uccello con lunghe ali distese in volo serviva per parlare a persone molto distanti, disse. Così l’effigie azzurra di una donna, tanto piccola da entrare nel palmo della sua mano, con una giacca e una gonna dal taglio singolare. E cinque orecchini, sei anelli e tre braccialetti.