La prima indagine di Montalbano
- Автор: Камиллери Андреа
- Год: 2009
- Язык: итальянский
- Год: Arnoldo Mondadori Editore S.p.A., Milano
- ISBN: 978-88-04-55020-4
- Жанр: Полицейские детективы
Электронная книга - «La prima indagine di Montalbano». Краткое содержание книги:
«Non mi pareva giusto.»
Appena De Dominici vide comparire Losurdo, con un ammuttuni si liberò di Fazio e, ammanettato com’era, si lanciò a testa vascia, una specie d’ariete, contro il suo nemico. Uno sgambetto di Galluzzo l’atterrò.
Intanto Losurdo gridava:
«Non lo saccio che gli pigliò a questo pazzo! S’appostò e accominzò a spararmi. Io nenti gli feci! Lo giuro sulla testa di me’ matri!»
«Ma quest’omo è amminchiato con le teste delle madri!» commentò Galluzzo.
De Dominici si era intanto messo agginocchiuni, ma la raggia che aviva era tanta che non ce la faceva a parlare, le parole gli si affollavano nella vucca, gliela attuppavano e si trasformavano in bava. La faccia gli era addivintata di colore viola.
«U sceccu! U sceccu!» arriniscì finalmente a dire con voci lamentiosa, a un passo dal pianto.
«Ma quali sceccu?» gridò Losurdo.
«U me’, grannissimo cornuto!»
E poi, rivolto a Fazio e a Galluzzo, spiegò:
«Stamatina lo trovai a u me’ sceccu! Mortu spara- tu! Un colpo in testa! E fu iddru, stu garrusu e figliu di buttana, ad ammazzarimìllu!»
Alle parole “un colpo in testa”, Fazio s’appara- lizzò, appizzando le orecchie.
«Fammi capire» spiò lentamente a De Dominici, «ci stai dicendo che stamatina hai trovato il tuo asino ammazzato con un colpo in testa?»
«Sissi.»
Sparì, letteralmente, alla vista di Galluzzo, De Dominici e Losurdo che impietrirono, come se era passato quell’angelo che dice “ammè” e ognuno resta accussì com’è.
«Pirchì scappò?» spiarono contemporaneamente De Dominici e Losurdo.
Fazio arrivò alla casuzza di De Dominici sudato e senza sciato. Lo sceccu stava ancora attaccato con una corda a un àrbolo nelle vicinanze, ma era stinnicchiato ’n terra, ammazzato. Un filo di sangue gli nisciva da un’orecchia. Trovò subito il bossolo, praticamente tra le zampe della vestia, e, a occhio, gli parse uguale ai precedenti. Ma del biglietto non c’era traccia. Mentri stava a circarlo nei paraggi, capace che il vinticeddro di primo matino se l’era portato appresso, a una finestra della casuzza s’affacciò la signora De Dominici.
«L’ammazzò?» spiò con voce potente.
«Sì» arrispunnì Fazio.
E si scatinò l’iradiddì, il quarantotto, il virivirì.
«Aaaaaaahhhhhh!» ululò la signora De Dominici scomparendo dal vano della finestra. Macari a distanza, Fazio percepì il botto del corpo che cadiva ’n terra. Si mise a curriri, trasì nella casuzza, acchianò una scala di ligno, trasì nell’unica cammara sopraelevata che era quella di letto. La signora De Dominici stava sutta la finestra, sbinuta. Che fare? Fazio le si agginocchiò allato, le diede due schiaffetti leggeri:
«Signora! Signora!»
Nenti, nisciuna reazione. Allura scinnì la scala, andò al focolare, pigliò un bicchiere, lo inchì da un bummolo, risalì, assuppò d’acqua il fazzoletto, lo passò e lo ripassò sulla faccia della fìmmina continuando a chiamarla:
«Signora! Signora!»
Finalmenti, come piacì a Dio, quella raprì l’occhi e lo taliò.
«L’arristastivu?»
«A chi?»
«A me’ marito.»
«E perché?»
«Ma comu? Non ammazzò ad Armando?»
«No, signora.»
«Allura pirchì mi disse sì?»
«Ma io pinsavo che lei m’addumannava dello sceccu!»
«Quali sceccu?»
Mentri s’avventurava in una complessa spiegazione dell’equivoco, Fazio, dalla finestra, vitti arrivare a Galluzzo con De Dominici e Losurdo. Per evitare che I due si pigliassero a botte, Galluzzo li aviva ammanettati e li faciva caminare a cinco passi di distanza l’uno dall’altro. Lasciò perdiri la signora, che del resto pariva essersi ripresa benissimo, e raggiunse il trio.
Coll’aiuto dei due viddrani e di Galluzzo arriniscì a spostare la carcassa dell’asino. Sutta c’era un pizzi- no di carta a quadretti.
MI CONTRAGGO ANCORA
quattro
Fazio s’arramazzò in commissariato per riferire della nuova impresa dell’ammazzatore d’armali, ma non ebbero tempo di considerare bene la facenna e di ragionarci sopra tanticchia.
«Ah dottori dottori!» fece Catarella irrompendo nella cammara. «Chi fici? Si lo sdimenticò?»
«Che cosa?»
«La rininione col signori e questori! Ora ora tilifonarono da Montelusa ca l’aspittano!»
«Minchia!» fece Montalbano niscenno fora di cursa.
Subito doppo rimise la testa dintra:
«Parlatene intanto voi.»
«Grazie della gentile concessione» disse Mimì.
Fazio s’assittò.
«Se vogliamo parlarne…»
Lo disse di malavoglia, era cosa cògnita a tutti che non aviva granni simpatia per Augello.
«Bene» principiò Mimì, «il nostro anonimo nemico degli animali…»
Non arriniscì a finire la frase che nuovamenti comparse Catarella.
«C’è uno al tilefono che voli parlari col dottori. Datosi che il dottori è asente, lo passo a lei di pirsona?»
«Pirsonalmenti» disse Mimì.
«Parlo col commissario Montalbano?» spiò una voce sconosciuta e chiaramente annoiata.
«No, sono Augello, il suo vice. Mi dica.»
«Sono un vicino di casa del ragioniere Portera.»
«Embè?»
«Il ragionier Portera, in questo preciso momento, sta di bel nuovo nuovamente sparando a so’ moglie- re. Ora io mi domando e dico: quando la farete finire questa grannissima camurrìa?»
«Arrivo subito.»
La signora Romilda Fasulo in Portera era sissanti- na, nana, le gambe torte a cavaturacciolo, un occhio a Cristo e l’altro a san Giovanni, eppure so’ marito era convinto che fosse una gran billizza e che avesse una quantità di spasimanti ai quali, di tanto in tanto, concedeva i suoi favori.
E quindi, in media una volta ogni quinnici jorna, al termine di una rituale sciarriatina che veniva sintuta macari nelle strate vicine, il ragioniere scocciava il revorbaro che teneva sempre in sacchetta e sparava tri o quattro colpi verso la consorte mancandola regolarmente. La signora Romilda manco si scansava, continuava a fare i fatti so’ mentri i colpi rimbombavano limitandosi pacatamente a dire:
«Qualichi volta m’ammazzi supra u seriu, Giugiù.»
Montalbano una volta aveva provato a farlo ragionare, ma non c’era stato verso.
«Commissario, me’ mogliere è la reincarnazione pricisa ’ntifica di quella grannissima buttana di Messalina!»
«Ma signor Portera, ci rifletta. Se macari la sua signora è la reincarnazione di Messalina, mi spiega quando trova l’occasione, il tempo di metterle le corna? Mi risulta che non esce mai sola da casa, che lei non la molla di un passo, l’accompagna sempre, alla Messa, alla spesa… E inoltri lei stesso esce solo per cinque minuti, va ad accattare i giornali e torna. Allora, me lo dice quando e come s’incontra con i suoi amanti?»
«Eh, commissario mio, quanno che una fìmmina si mette in testa di fari una cosa, cridissi a mia, la fa.»
Stavolta invece Augello, che era nirbuso per lo sceccu ammazzato, non ebbe riguardi. Disarmò il ragioniere (al quale del resto non passava manco per l’anticamera del cervello d’opporre resistenza), sequestrò l’arma e pigliò la decisione di ammanettare lo sparatore alla testata del letto:
«Passo stasira a liberarla.»
«E se mi scappa? Il diuretico pigliai!»
«Preghi sua moglie d’aiutarla. E se la signora non l’aiuta, come io le consiglierei di fare, vuol dire che si piscia addosso.»
Bonetti-Alderighi, il questore, era di umore malo e non faciva nenti per ammucciarlo.
«Le premetto, Montalbano, che ieri ho tenuto una riunione sullo stesso argomento con i suoi colleghi degli altri commissariati. Ho preferito convocare lei da solo e dedicarle la mattinata.»