La prima indagine di Montalbano
- Автор: Камиллери Андреа
- Год: 2009
- Язык: итальянский
- Год: Arnoldo Mondadori Editore S.p.A., Milano
- ISBN: 978-88-04-55020-4
- Жанр: Полицейские детективы
Электронная книга - «La prima indagine di Montalbano». Краткое содержание книги:
«Perché a me da solo?»
«Perché lei, non se la prenda, certe volte mi sembra abbia serie difficoltà a capire il nocciolo dei problemi che le espongo. Non credo lo faccia in malafede, però.»
Da tempo aveva sperimentato col questore che, fingendosi assolutamente incapace d’intendere e di volere, quello lo lasciava in pace, lo convocava solo quando non ne poteva fare a meno. Stavolta si trattava delle misure da pigliare in vista di nuovi sbarchi clandestini di extracomunitari. La parlata durò tri ore e passa, pirchì ogni tanto Montalbano si sentiva in dovere d’interrompere.
«Non ho capito bene. Se vuole usarmi la cortesia di ripetere…»
E quello gli usava la cortesia di ripigliare da capo.
Quando il questore, sconsolato, lo congedò, il commissario incontrò nel corridoio il dottor Lattes, il capo di Gabinetto, soprannominato “Lattes e mieles” per il suo modo di fare pericolosamente fàvuso. Lattes affirrò Montalbano per un braccio e se lo tirò sparte. Doppo si susì sulle punte dei piedi per sussurrargli all’orecchio:
«La sa la novità?»
«No» fece Montalbano usando macari lui un tono cospirativo.
«Ho saputo in alto loco che il nostro Questore, che tanto ha ben meritato, sarà presto trasferito. Lei parteciperebbe a un bel regalo d’addio, un pensiero affettuoso che io credo potrebbe consistere in…»
«… in tutto quello che vuole» fece il commissario lasciandolo in tridici e ripigliando a caminare.
Niscì dalla Questura cantando La donna è mobile, tanta era la contintizza per la notizia del prossimo trasferimento di Bonetti-Alderighi.
Festeggiò alla trattoria San Calogero con una gigantesca grigliata di pisci.
Poterono finalmenti tornare a riunirsi alle cinco di doppopranzo.
«Fino a questo momento quello ha scritto “Ecco d…”. Secondo me la frase intera sarà: “Ecco Dio”» disse subito Montalbano.
«Oh Madunnuzza santa!» esclamò Fazio.
«Perché ti squieti?»
«Dottore, a mia, quanno si cominciano a tirare in ballo motivazioni religiose, mi viene di scantarmi.»
«Cosa ti fa supporre che la frase sia quella?» spiò Augello.
«Prima di chiamarvi ho fatto un’indagine telefonica e ho avuto alcune informazioni dal Comune. Ci sono cinque persone e precisamente D’Antonio, De Filippo, Di Rosa, Di Somma e Di Stasio che sono proprietari d’asini. Due li tengono alla periferia del paisi. E invece il nostro omo se lo è andato a cercare allo sdirrupo, lo scecco da ammazzare. E perché? Perché il suo proprietario, De Dominici, ha un cognome che principia con due lettere d. Che equivalgono, volendo, a una D maiuscola.»
«Il ragionamento fila» ammise Augello.
«E se il mio ragionamento fila» disse il commissario, «la cosa s’appresenta làida e pricolosa assà. Con i fanatici religiosi è meglio non averci a che fare, come dice Fazio, quelli sono capaci della qualunque.»
«Se le cose stanno come dici» ripigliò Mimì, «meno ancora capisco che viene a significare quando scrive che si sta contraendo. Ho sempre letto e sentito dire che Dio si manifesta nella sua grandezza, nella sua potenza, nella sua magnificenza, mai nella sua piccolezza. Contrarsi, sino a prova contraria, significa rimpiccolirsi.»
«Per noi ha questo significato» disse il commissario, «ma va’ a sapere quale significato ha per lui.»
«E poi si potrebbe dare un’altra interpretazione» ripigliò Mimì doppo una pausa meditativa.
«Dilla.»
«Può darsi che voglia scrivere “Ecco”, virgola, “Dio”, dopo di che piglia la pistola, si spara e buonanotte ai suonatori.»
«Ma come fa a fare la virgola?» obiettò timidamente Fazio.
«Fatti suoi» tagliò Augello.
«Mimì, tra tutte le stronzate che hai detto, l’altra volta una ne dicesti giusta. E cioè che ammazza in crescenza. Questo mi preoccupa. Un pesce, un pollo,
un cane, una capra, un asino. E ora a quale armalo tocca?»
«Beh» fece Mimì, «a un certo punto dovrà fermarsi per forza, dalle nostri parti non ci sono elefanti.»
Rise solo lui della battuta.
«Forse sarebbe meglio avvertire il Questore» disse Fazio.
«Forse sarebbe meglio avvertire la protezione animali» fece Mimì che, quando gli veniva lo sbromo, la gana di babbiare, non arrinisciva più a tenersi.
La matinata di lunedì 27 ottobriro s’appresentò veramente fitusa, vento, lampi e trona.
Montalbano, che aveva dormito malamente a causa di un eccesso di calamari e di purpitelli, una parte fritti e una parte a oglio e limone, decise di arristarsene corcato tanticchia più del solito. Gli era venuta una tale botta d’umore malo che se avesse incontrato qualichiduno che gli rivolgeva la parola, sarebbe stato capacissimo d’aggramparlo. Tanto, se c’erano novità, figurati se dal commissariato non si apprecipitavano a scassargli i cabasisi.
S’appinnicò senza rendersene conto e s’arrisbigliò verso le nove. Possibile? Vuoi vedere che aveva il telefono staccato? Andò a taliare, tutto regolare. Vuoi vedere che dal commissariato l’avevano chiamato e non aveva sintuto gli squilli?
«Pronto, Catarella, Montalbano sono.»
«Subito alla voci lo riconobbi, dottori.»
«Ci sono state telefonate?»
«Per lei di pirsona pirsonalmente, nonsi.»
«E per gli altri?»
«Quali sarebbiro gli altri, dottori, scusasse la dimanda?»
«Augello, Fazio, Galluzzo, Gallo…»
«Nonsi, dottori, per lori no.»
«E per chi allora?»
«Per mia ci ne fu una, dottori, ma prima ero bisognevole di sapìri se macari io sono gli altri opuro no.»
Appena arrivò in ufficio, Augello e Fazio trasirono nella cammara: erano perplessi, non c’era stata nessuna segnalazione di ammazzatine né di òmini né d’armali.
«Com’è possibile che ha saltato un lunedì?» fu la domanda di Fazio.
«Può darsi che sia stato impossibilitato a nesciri da casa, il tempo è stato tinto, macari non stava bene, gli è venuta la ’nfruenza, le ragioni possono essere tante» disse Mimì.
«O può essere che ha fatto quello che doveva fare, ma non se ne sono ancora addunati e quindi nessuno ci ha avvertito» fece Montalbano.
La matinata di quel lunedì Montalbano, Augello e Fazio la passarono praticamente a curriri dintra al centralino appena sintivano il primo squillo di telefonata, facendo ogni volta venire i sudori friddi a Catarella che non si accapacitava di tutto quell’interesse. Di ora in ora il nirbusismo dei tri crisciva tanto che, a scanso di qualiche feroce azzuffatina, il commissario decise di andare a casa a mangiare. A casa e non in trattoria perché il sabato passato aveva trovato un biglietto della cammarera Adelina:
Totori, alluniddì ci apripparo la pasta ncasciatta.
La pasta ’ncasciata! Un piatto che uno gemeva di godimento a ogni forchettata, ma che Adelina gli faceva trovare raramente dato che ci voleva il tempo so’ a pripararlo.
Visto che il vento si era abbacato, mangiò nella verandina in mezzo a lampi e trona. Ma, davanti a quella grazia di Dio che gustava non solo con il palato, ma con tutto il corpo, del malo tempo altamente se ne stracatafotteva. Poiché il signor ministro, bontà sua, permetteva al cosiddetto libero cittadino di fumare dintra alla so’ casa, raprì il televisore sintonizzandolo su Retelibera che a quell’ora trasmetteva il notiziario, si stinnicchiò in poltrona e si addrumò una sigaretta.
Aviva gli occhi a pampineddra, pinsò che forse una mezzorata di sonno gli avrebbe fatto bene. Si allungò in avanti per astutare il televisore, stese il braccio e si paralizzò col culo a mezz’aria.