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I fuochi del cielo

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I fuochi del cielo
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Non era sicura di cosa si trattasse. Le Fanciulle di guardia erano venute a parlare con Bair e Amys dopo aver finito il loro lavoro trattenendosi parecchio. La mattina dopo, mentre ancora veniva smontato il campo nella luce grigia che precedeva l’alba, avevano iniziato a fabbricare le bambole. Non aveva avuto occasione di chiedere, ma con una aveva fatto un commento, una Tomanelle dai capelli rossi della setta Serai di nome Maira, e la donna aveva detto che era per ricordarsi che non erano più delle bambine. Il tono di voce rendeva chiaro che non voleva parlarne ancora. Una delle Fanciulle con la bambola non aveva più di sedici anni, eppure Maira aveva almeno la stessa età di Adelin. Non aveva molto senso e questo era frustrante. Ogni volta che pensava di aver capito gli Aiel, accadeva qualcosa che dimostrava il contrario.

Malgrado lo volesse, non riusciva a distogliere gli occhi dall’imboccatura del passo. La fila di pali era ancora lì, appena visibili, che si snodavano dai pendii ripidi della montagna tranne nel punto in cui gli Aiel li avevano rimossi. Couladin aveva lasciato un altro messaggio, uomini e donne impalati lungo il loro percorso, morti da sette giorni. Le mura alte di Selean erano affiancate alle colline a destra del passo e sopra di esse non si vedeva nulla. Moiraine aveva spiegato che adesso alla città non restava che un’ombra della gloria passata, eppure era stata comunque una città considerevole, molto più di Taien. Non c’era nessun sopravvissuto — tranne i prigionieri che gli Shaido avevano portato con loro — anche se qui forse qualcuno era riuscito a mettersi in salvo. Su quelle colline c’erano delle tenute, quasi tutte quelle a est di Cairhien erano state abbandonate dopo la Guerra Aiel, ma una città aveva bisogno di fattorie per il cibo. Adesso la fuliggine anneriva i camini che spuntavano fra la pietra oscura delle cascine. Qui alcune travi carbonizzate erano cadute sopra un fienile di roccia, altri fienili e fattorie erano crollati per il calore. Sulla collina dove aveva appoggiato la sella di Nebbia avevano brucato le pecore, vicino al recinto ai piedi delle alture le mosche ancora ronzavano sopra i resti del macello. E nei pascoli non rimaneva nemmeno un animale o una gallina che razzolasse nel cortile. I campi erano stati bruciati.

Couladin e gli Shaido erano Aiel. Ma lo erano anche Aviendha, Bair, Amys, Melaine e Rhuarc, che le diceva quanto somigliava a una delle sue figlie. Anche loro erano rimasti disgustati davanti ai corpi impalati, eppure sembravano del parere che gli assassini dell’albero meritassero poco meno. Forse il solo modo di conoscere gli Aiel era essere nata Aiel.

Lanciando un’ultima occhiata alla città distrutta cavalcò lentamente lungo il basso recinto di pietra e uscì da un cancello, chinandosi per riallacciare la cinghia di pelle conciata con un gesto abitudinario. L’ironia era che Moiraine aveva detto che forse Selean avrebbe seguito Couladin. Nelle correnti alternanti del Daes Dae’mar, la scelta fra gli invasori aiel e un uomo che aveva mandato dei Tarenesi a Cairhien, quale che fosse il motivo, poteva essere una qualsiasi, se solo Couladin gli avesse offerto la possibilità di scegliere.

Egwene cavalcò lungo l’ampia strada fino a quando non raggiunse Rand, quel giorno con la giubba rossa, e si unì ad Aviendha, Amys e altre trenta Sapienti che conosceva a malapena oltre alle due camminatrici dei sogni, che seguivano tutte a breve distanza. Mat con il suo cappello e la lancia dal manico nero e Jasin Natael con l’arpa nella custodia di cuoio dietro le spalle e la bandiera rossa che sventolava nella brezza stavano cavalcando; ma alcuni Aiel superarono in corsa il gruppo da entrambi i lati, perché Rand guidava il cavallo baio mentre parlava con i capi clan. Con o senza gonne le Sapienti non avrebbero avuto problemi a mantenere il passo della colonna di Aiel se non fossero rimaste attaccate a Rand come la resina di pino. Guardarono a malapena Egwene, con gli occhi e le orecchie concentrati su Rand e i sei capi.

«...e a chiunque passi dopo Timolan» stava dicendo Rand con voce ferma, «deve essere detta la stessa cosa.» I Cani di Pietra lasciati di guardia a Taien avevano riferito il messaggio che i Miagoma erano entrati nel valico il giorno prima. «Sono venuto per evitare che Couladin devasti questa terra, non per saccheggiarla.»

«Un messaggio duro» disse Bael, «anche per noi, se intendi dire che non possiamo prendere il quinto.» Han e gli altri, anche Rhuarc, annuirono.

«Il quinto ve lo concedo.» Rand non alzò la voce, eppure le sue parole divennero improvvisamente affilate come coltelli. «Ma non deve consistere in cibo. Vivremo di quanto possiamo cacciare o di ciò che cresce selvatico, comperandolo, se esiste ancora qualcuno che vende cibo, fino a quando non riuscirò ad aumentare quel che i Tarenesi stanno portando da Tear. Se qualsiasi uomo prende più del quinto, o un pezzo di pane senza pagare, se si azzarda a bruciare un capanno solo perché appartiene agli assassini dell’albero o uccide un uomo che non sta cercando di fargli del male, lo impiccherò, chiunque sia.»

«È difficile riferire una cosa simile ai clan» osservò Dhearic, quasi altrettanto duro. «Sono venuto per seguire Colui che viene con l’Alba, non per blandire degli spergiuri.» Bael e Jheran aprirono la bocca come per concordare, ma si guardarono a vicenda e la richiusero di colpo.

«Ricordati quanto dico, Dhearic» continuò Rand. «Sono venuto per salvare questa terra, non per rovinarla di più. Questo vale per ogni clan, inclusi i Miagoma e gli altri che seguiranno. Ogni clan. Ricordatelo bene.» Stavolta nessuno rispose e Rand montò di nuovo in sella, lasciando che lo stallone camminasse di fianco ai capi.

Egwene sospirò. Questi uomini erano tutti abbastanza vecchi da poter essere il padre di Rand, capi della loro gente come fossero dei re anche se sostenevano il contrario, in battaglia erano condottieri anche più valorosi. Sembrava solo ieri che Rand era un semplice ragazzo, un giovane che chiedeva, sperava invece di comandare e aspettarsi di essere obbedito. Stava cambiando più velocemente di quanto Egwene riuscisse a seguire. Sarebbe stato un bene se avesse potuto evitare che questi uomini facessero alle altre città quello che Couladin aveva fatto a Taien e Selean. Continuava a ripeterselo. Desiderava solo che ci riuscisse senza mostrare sempre più arroganza di giorno in giorno. Quanto sarebbe passato prima che pretendesse che anche lei eseguisse gli ordini come faceva Moiraine? O tutte le Aes Sedai? Sperava che si trattasse solo di arroganza.

Egwene aveva voglia di parlare, per cui liberò un piede dalla staffa e porse una mano ad Aviendha, ma la donna aiel scosse il capo. Davvero non le piaceva cavalcare, e forse tutte queste Sapienti che camminavano in gruppo la rendevano riluttante. Alcune di loro non sarebbero salite su un cavallo nemmeno se avessero avuto entrambe le gambe spezzate. Sospirando Egwene smontò guidando Nebbia per le redini, e si sistemò goffamente la gonna. I soffici stivali aiel alti fino al ginocchio sembravano ed erano confortevoli, ma non per muoversi a lungo su quel terreno duro e irregolare.

«Comanda davvero» disse.

Aviendha allontanò appena lo sguardo dalla schiena di Rand. «Non lo conosco. Non posso conoscerlo. Guarda l’oggetto che porta.»

Chiaramente alludeva alla spada. Rand non la aveva con sé: era appesa al pomello della sella riposta in una semplice custodia di pelle di cinghiale marrone, e la lunga impugnatura, ricoperta con lo stesso materiale, gli arrivava fino alla vita. Si era fatto fabbricare l’elsa e la custodia da un uomo di Taien durante il viaggio attraverso il passo. Egwene si chiese perché, quando poteva incanalare una spada di fuoco e fare altre cose in confronto alle quali le spade erano dei giocattoli. «Gliel’hai data tu, Aviendha.»

L’amica la guardò torva. «Vuole convincermi ad accettare anche l’impugnatura. La usa, è sua. Lo fa davanti a me, come se volesse prendermi in giro con quella spada fra le mani.»

«Non sei in collera per la spada.» Egwene non credeva che Aviendha lo fosse; non aveva raccontato nulla su quella notte nella tenda di Rand. «Sei ancora arrabbiata per come ti ha parlato e ti capisco. So che è dispiaciuto. A volte apre bocca senza riflettere, ma se solo lasciassi che ti chiedesse scusa...»

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