I fuochi del cielo
- Автор: Джордан Роберт
- Серия: La Ruota del Tempo #5
- Язык: итальянский
- Переводчик: Valeria Ciocci
- Жанр: Фэнтези
Электронная книга - «I fuochi del cielo». Краткое содержание книги:
«Non voglio le sue scuse» mormorò Aviendha. «Non voglio... Non posso sopportare oltre questa situazione. Non posso più dormire nella sua tenda.» Di colpo afferrò Egwene per un braccio e se la ragazza non l’avesse conosciuta bene, avrebbe pensato che fosse sull’orlo delle lacrime. «Devi parlare a loro per me. Ad Amys, Bair e Melaine. Ti ascolteranno. Sei un’Aes Sedai. Devono lasciarmi tornare alle loro tende. Devono!»
«Chi deve fare cosa?» chiese Sorilea, distaccandosi dal gruppo per camminare al loro fianco. La Sapiente della fortezza di Shende aveva i capelli bianchi e sottili e un volto magro e rugoso. Gli occhi verde chiaro avrebbero potuto abbattere un cavallo a dieci passi di distanza. Era il modo in cui di solito guardava gli altri. Quando Sorilea era arrabbiata le altre Sapienti restavano tranquille e i capi clan inventavano delle scuse per andare via. Melaine e un’alta Sapiente, una donna dai capelli grigi dei Nakai Acqua Nera, stavano raggiungendo il gruppo, ma Sorilea rivolse lo sguardo verso di loro. «Se non fossi così impegnata a pensare a quel tuo nuovo marito, Melaine, sapresti che Amys ti vuole parlare. Anche a te, Aerin.» Melaine arrossì e tornò velocemente dalle altre, ma la donna anziana fu più rapida. Sorilea le guardò andare via, quindi rivolse tutta la sua attenzione su Aviendha. «Adesso possiamo parlare con calma. Così c’è qualcosa che non vuoi. Qualcosa che ti è stato ordinato di fare e credi che questa Aes Sedai bambina possa liberartene.»
«Sorilea, io...» Aviendha non aggiunse altro.
«Ai miei tempi le ragazze saltavano quando una Sapiente diceva salta e continuavano a saltare fino a quando non veniva detto loro di smettere. Visto che sono ancora viva sono ancora i miei tempi. Devo essere più chiara?»
Aviendha sospirò. «No, Sorilea.» rispose remissiva. Gli occhi della vecchia donna si posarono su Egwene. «E tu? Credi che andrai a implorare per lei?»
«No, Sorilea.» Egwene sentiva il bisogno di farle la riverenza.
«Bene» disse Sorilea, in apparenza contenta, come se fosse quanto si aspettava. Quasi certamente lo era. «Adesso posso parlarti di quello che voglio veramente sapere. Ho sentito dire che il Car’a’carn ti ha dato un dono di interesse di cui nessuno ha mai sentito parlare prima, rubini e pietre di luna.»
Aviendha saltò come se un topo le corresse su per la gamba. Be’, forse lei non lo avrebbe fatto, ma così avrebbe saltato Egwene in quella circostanza. Aviendha spiegò della spada di Laman e la custodia così velocemente che si impappinava di continuo.
Sorilea mise a posto lo scialle, borbottando di ragazze che toccavano le armi, anche se avvolte in una coperta, e di fare quattro chiacchiere con la ‘giovane Bair’. «Per cui non ha catturato il tuo occhio. Un peccato. Lo legherebbe a noi. Adesso considera troppe persone come sue.» Per un po’ guardò Aviendha dall’alto in basso. «Ti farò vedere da Feran. Suo nonno è il figlio di mia sorella. Hai altri doveri nei confronti del popolo che imparare a essere una Sapiente. Quei fianchi sono stati creati per partorire.»
Aviendha inciampò su una pietra sollevata della pavimentazione e si riprese un attimo prima di cadere. «Io... ci penserò quando avrò tempo.» Disse senza fiato. «Ho ancora molto da apprendere sull’essere una Sapiente e Feran è Seia Doon, gli Occhi Neri hanno giurato di non dormire sotto una tenda o un tetto fino a quando Couladin sarà morto.» Couladin era Seia Doon.
La Sapiente dal viso rugoso annuì come se tutto fosse stato sistemato. «Tu, giovane Aes Sedai. Si dice che conosci bene il Car’a’carn. Farà quello che ha minacciato? Impiccare anche un capo clan?»
«Penso... forse... lo farà.» più velocemente aggiunse, «Ma sono sicura che possa essere indotto a ragionare.» Non ne era affatto certa, o che vi fossero motivi — quello che aveva detto sembrava giusto — ma la giustizia non gli avrebbe fatto alcun bene se si fosse ritrovato con tutti gli altri contro di lui come anche gli Shaido.
Sorilea la guardò sorpresa, quindi rivolse lo sguardo sui capi che attorniavano il cavallo di Rand; avrebbe potuto abbatterli tutti. «Mi fraintendi. Deve mostrare a quel branco di lupi rognosi che è lui il capo branco. Un capo deve essere più duro degli altri uomini, giovane Aes Sedai, e il Car’a’carn più duro di altri capi. Ogni giorno uomini e anche Fanciulle vengono colti dalla tetraggine, ma sono solo la morbida corteccia esterna dell’albero. Ciò che rimane è il solido nucleo e deve esserlo per guidarli.» Egwene notò che non aveva incluso lei e le altre Sapienti fra quelle che avrebbe guidato. Parlando da sola dei ‘lupi rognosi’ Sorilea si allontanò e presto tutte le Sapienti la circondarono per ascoltare. Quanto stesse dicendo non le giunse all’orecchio.
«Chi è questo Feran?» chiese Egwene. «Non ti ho mai sentita parlare di lui. Che aspetto ha?»
Guardando cupa Sorilea, quasi del tutto nascosta dalle donne intorno a lei, Aviendha rispose con fare assente: «Assomiglia molto a Rhuarc, solo più giovane, più alto e più bello, con i capelli molto più rossi. Per oltre un anno ha cercato di attirare l’attenzione di Enaila, ma credo che gli insegnerà a cantare prima di rinunciare alla lancia.»
«Non capisco. Intendi dividerlo con Enaila?» Le sembrava ancora strano parlarne con tanta disinvoltura.
Aviendha inciampò di nuovo e la fissò. «Dividerlo? Non voglio averlo. È bello, ma la sua risata somiglia al raglio di un mulo e ha le orecchie a punta.»
«Ma da quanto avevi riferito a Sorilea credevo che ti... piacesse. Perché non le hai detto la stessa cosa che hai detto a me?»
La bassa risata dell’altra donna sembrava addolorata. «Egwene, se avesse pensato che fossi recalcitrante, avrebbe preparato la corona di fiori nuziale con le sue mani e ci avrebbe trascinati entrambi per il collo per farci sposare. Hai mai visto qualcuno rispondere di no a Sorilea? Tu potresti?»
Egwene aprì la bocca per ribattere che lei certamente poteva e la richiuse in fretta. Far abbassare la cresta a Nynaeve era un conto, cercare di ottenere lo stesso risultato con Sorilea un altro. Sarebbe stato come trovarsi davanti a una valanga e chiederle di fermarsi.
Per cambiare argomento disse: «Parlerò con Amys e le altre per te.» Non che credesse che sarebbe servito a molto, adesso. Il momento giusto era prima che incominciasse tutto questo. Almeno finalmente Aviendha vedeva quanto la situazione fosse sbagliata. Forse... «Se andiamo da loro insieme sono sicura che ascolteranno.»
«No Egwene, devo obbedire alle Sapienti. Lo richiede il ji’e’toh.» Come se non le avesse chiesto di intercedere un momento prima. Come se non avesse quasi pregato le Sapienti di non costringerla a dormire nella tenda di Rand. «Ma perché il mio dovere nei confronti degli altri non è mai quello che desidero? Perché deve sempre essere qualcosa per cui preferirei morire piuttosto che farla?»
«Aviendha, nessuno ti obbligherà a sposarti o avere dei figli. Nemmeno Sorilea.» Egwene avrebbe voluto pronunciare quelle ultime parole con meno esitazione.
«Tu non capisci» mormorò l’altra donna, «e io non posso spiegartelo.» Si strinse lo scialle attorno alle spalle e rifiutò di continuare. Era disposta a discutere delle lezioni, o se Couladin avrebbe fatto marcia indietro per combatterli, o come il matrimonio aveva cambiato Melaine, adesso tutta presa a essere spinosa; di tutto, insomma, tranne che di quella misteriosa ragione.
24
Un messaggio inviato
Il paesaggio cambiò non appena il sole fu tramontato. Le colline erano più basse e i boschi più fitti. A volte le pietre cadute da quelle che un tempo erano recinzioni dei campi erano diventate dei cumuli dai quali spuntavano spigoli acuminati e correvano lunghe file di querce, ericacee e noci americane, pini e alta alberi che Egwene non conosceva. Le poche fattorie incontrate non avevano il tetto e alberi alti dieci o quindici passi vi crescevano dentro, piccoli boschetti racchiusi fra le mura, con tanto di uccelli cinguettanti e scoiattoli coda nera. I ruscelli occasionali scatenavano commenti fra gli Aiel come anche le piccole foreste o i prati. Avevano sentito storie sulle terre bagnate, ne avevano letto nei libri comprati da mercanti e ambulanti come Hadnan Kadere, ma pochi li avevano visti dopo la caccia a Laman. Però si adattavano velocemente, il grigio-marrone delle tende si mimetizzava con le foglie sotto agli alberi e con l’erba morente. I campi si estendevano per chilometri, migliaia di fuochi da campo nel crepuscolo dorato.