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I fuochi del cielo

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I fuochi del cielo
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Guardandosi attorno Mat si accorse che l’attacco era finito. Gli Amici delle Tenebre o i Trolloc che non erano morti erano fuggiti. Quantomeno lui non ne vide nessuno in piedi tranne gli Aiel. Anche alcuni di loro erano a terra. Raccolse un fazzoletto dal collo di un Amico delle Tenebre per rimuovere il sangue scuro del Myrddraal dalla lama. Avrebbe corroso il metallo, se ce l’avesse lasciato sopra troppo a lungo.

Quest’assalto notturno non ha senso. A giudicare dai corpi che vedeva illuminati dalla luce della luna, sia Trolloc che umani non erano riusciti a superare la prima fila di tende e se non fossero stati molti di più non avrebbero potuto sperare di andare oltre.

«Cos’è che hai gridato? ‘Carai’ qualcosa. Era la lingua antica?»

Mat si voltò a guardare Melindhra. La donna si era tolta il velo, indossava solo lo shoufa. C’erano altre Fanciulle in giro e uomini altrettanto nudi e per nulla imbarazzati, anche se la maggior parte sembrava in procinto di fare ritorno alle tende senza soffermarsi a lungo. Non avevano ritegno, ecco cos’era. Nessun ritegno. Non pareva nemmeno che Melindhra sentisse freddo, anche se il respiro le si condensava in nuvolette. Mat era sudato come lei, e adesso che non aveva la mente occupata dal combattimento per restare in vita rabbrividiva a causa del freddo.

«Qualcosa che ho sentito una volta» le rispose. «Mi piace il suono che ha.» Carai an Caldazar! Per l’onore dell’Aquila Rossa. Il grido di battaglia del Manetheren. La maggior parte dei suoi ricordi provenivano dal Manetheren. Alcuni li aveva fin da prima di varcare la soglia ritorta. Moiraine aveva spiegato che era il sangue antico che tornava. Andava bene finché fosse sgorgato dalle sue vene.

La donna gli passò un braccio attorno alle spalle mentre si incamminavano verso la loro tenda. «Ti ho visto combattere contro Colui che Percorre la Notte, Mat Cauthon.» Era uno dei nomi Aiel per indicare un Myrddraal. «Sei alto quanto un uomo ha bisogno di esserlo.»

Sorridendo le cinse la vita con un braccio, ma non riusciva a non pensare all’assalto. Voleva — i pensieri erano troppo furiosi nelle memorie prese in prestito — ma non poteva. Perché avevano tentato un assalto così privo di speranze? Nessuno tranne uno sciocco avrebbe attaccato una forza superiore senza una ragione. Era l’idea che non riusciva a togliersi di testa. Nessuno dava battaglia senza motivo.

I richiami degli uccelli fecero svegliare immediatamente Rand, il quale afferrò saidin mentre si toglieva di dosso le coperte e correva fuori, senza giubba e con solo i calzini ai piedi. La notte era fredda e illuminata dalla luna, il suono flebile del combattimento risaliva dalle colline sotto al passo. Attorno a lui gli Aiel si agitavano come formiche, affrettandosi nella notte verso punti da dove poteva essere sferrato un attacco al passo. Gli allarmi avrebbero suonato nuovamente. La progenie dell’Ombra nel valico avrebbe fatto scattare il richiamo invernale del fringuello, fino a quando non avrebbe rimosso le protezioni al mattino, ma non aveva senso correre rischi inutili.

Presto il passo fu di nuovo tranquillo, i gai’shain erano nelle loro tende e anche allora non potevano toccare le armi, gli altri Aiel erano pronti ai posti che forse avrebbero dovuto difendere. Pure Adelin e le altre Fanciulle erano andate via, come se avessero saputo che Rand le avrebbe trattenute se aspettavano. Riusciva a sentire alcune voci provenire dai carri vicino alle mura della città, ma né i conducenti né Kadere si facevano vedere. Non si aspettava che lo avrebbero fatto. I deboli rumori della battaglia, gli uomini che urlavano morendo, provenivano da due direzioni. Entrambi dal basso, ben lontano da lui. In molti circondavano le tende delle Sapienti, sembrava fissassero il cambiamento. Un attacco laggiù non aveva senso. Non erano i Miagoma, a meno che Timolan avesse preso della progenie dell’Ombra nel suo clan, evento probabile come i Manti Bianchi che reclutassero Trolloc. Si voltò verso la sua tenda e, anche con il vuoto intorno, sobbalzò.

Aviendha era uscita e si era avvolta addosso una coperta. Proprio dietro di lei si trovava un uomo alto vestito di scuro, e Rand vide le ombre della luna scorrere su un viso scarno e troppo pallido, con occhi eccessivamente larghi. Sentì un canto sommesso, e il mantello dell’essere si aprì trasformandosi in ampie ali membranose, come quelle dei pipistrelli. Muovendosi come in un sogno, Aviendha fluì verso l’abbraccio che l’attendeva.

Rand incanalò e un filo sottile di fuoco malefico la oltrepassò, una freccia di luce solida che rimosse la testa del Draghkar.

L’effetto di quel sottile torrente era lento, ma sicuro come lo era stato con i Segugi Neri. I colori della creatura si invertirono, il nero divenne bianco, il bianco nero, mutò in pulviscolo e si fuse con l’aria.

Aviendha si riscosse quando il canto sommesso si interruppe, fissando le ultime particelle che svanivano, quindi si rivolse a Rand, stringendo le coperte. Sollevò la mano e un flusso di fuoco spesso come la testa di Rand si diresse verso di lui.

Stupito anche nel vuoto, senza mai pensare al Potere, Rand si gettò da un lato attraverso le fiamme ruggenti, le quali si estinsero all’istante.

«Cosa stai facendo?» gridò Rand, così in collera e scioccato che il vuoto si ruppe e saidin scomparve. Si alzò in piedi e avanzò verso di lei. «Questo supera ogni forma di ingratitudine di cui abbia mai sentito parlare!» L’avrebbe scossa fino a farle battere i denti. «Ti ho appena salvato la vita, qualora non te ne fossi accorta, e se ho offeso qualche costume aiel, non mi importa un...»

«La prossima volta,» rispose altrettanto dura la donna «lascerò che il Car’a’carn si risolva i problemi da solo!» Afferrando goffamente le coperte rientrò nella tenda.

Solo allora Rand si voltò indietro. Vide un altro Draghkar contorcersi nelle fiamme. Era stato così adirato con lei che non aveva sentito lo scoppiettio del corpo che ardeva, né aveva avvertito l’odore di grasso bruciato. Non ne aveva nemmeno percepito il male. Un Draghkar uccideva succhiando prima l’anima, poi la vita. Doveva essere vicino, toccarti, ma questo si trovava a non più di due passi da dove era stato lui. Rand non era sicuro di quanto fosse efficace il canto di un Draghkar contro qualcuno immerso in saidin, ma era contento di non averlo scoperto.

Con un sospiro profondo, si inginocchiò vicino all’entrata della tenda. «Aviendha?» Non poteva entrare. Dentro era accesa una lampada e per quanto ne sapeva Rand forse la donna era seduta nuda mentre lo faceva mentalmente a pezzi come meritava. «Aviendha, mi dispiace. Chiedo scusa. Sono stato uno sciocco a parlarti a qual modo senza prima chiederti perché. Avrei dovuto capire che non mi avresti fatto del male e io... sono uno sciocco» concluse debolmente.

«È un bene che tu lo sappia, Rand al’Thor» fu la risposta soffocata. «Sei uno sciocco!»

Come chiedevano perdono gli Aiel? Non glielo aveva mai domandato. Considerando ji’e’toh, l’abitudine di insegnare a cantare agli uomini e le usanze nuziali, era probabile che non lo facessero. «Sì, lo sono e chiedo scusa.» Stavolta non vi fu risposta. «Sei sotto le coperte?» Silenzio.

Borbottando si alzò, muovendo le dita gelate sul terreno freddo. Sarebbe dovuto rimanere là fuori fino a quando non fosse stato sicuro che la donna si fosse coperta. Senza giubba e stivali. Riprese saidin, contaminazione e tutto, solo per ristabilire le distanze da quel freddo tremendo, dentro al vuoto.

Le tre Sapienti camminatrici dei sogni giunsero di corsa insieme a Egwene e tutte fissarono il Draghkar incendiato mentre lo schivavano, avvolgendosi gli scialli attorno alle spalle quasi con lo stesso movimento.

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