L'anno del contagio [Doomsday Book - it]
- Автор: Уиллис Конни
- Год: 1994
- Язык: итальянский
- Год: Nord
- ISBN: 88-429-0772-3
- Переводчик: Annarita Guarnieri
- Жанр: Научная фантастика
Электронная книга - «L'anno del contagio [Doomsday Book - it]». Краткое содержание книги:
Dal momento che il re sequestrava le terre e i beni dei criminali condannati come tali, la famiglia di Guillaume avrebbe potuto essere costretta ad andare a vivere in Francia o ad accettare la carità di Sir Bloet e sopportare gli affronti della moglie del castaldo.
O forse Lord Guillaume sarebbe arrivato stanotte portando buone notizie e un falcone per Agnes e sarebbero vissuti tutti felici e contenti. Tranne Eliwys. E Rosemund. Che ne sarebbe stato di lei?
È già successo tutto, si rese conto, con un senso di meraviglia. Il verdetto è già stato pronunciato e Lord Guillaume è tornato a casa e ha scoperto la tresca fra Gawyn ed Eliwys; Rosemund è già stata consegnata a Sir Bloet; Agnes è cresciuta e si è sposata, ed è morta di parto, oppure di avvelenamento del sangue o di colera o di polmonite. Sono tutti morti, si ripeté, senza riuscire ad indursi a crederlo. Quelle persone erano morte da oltre settecento anni.
— Guardate! — strillò in quel momento Agnes, — Rosemund non ha la testa!
E indicò le ombre distorte che il fuoco proiettava sulle pareti… quella di Rosemund, stranamente allungata, finiva all'altezza delle spalle.
— Neppure io ce l'ho! — gridò uno dei ragazzini con la testa rossa, correndo da Agnes e saltando in punta di piedi per cambiare la forma della propria ombra.
— Non hai la testa, Rosemund — gridò ancora Agnes, allegramente. — Morirai prima che l'anno sia finito.
— Non dire cose del genere — la rimproverò Eliwys, avanzando verso di lei, e tutti si girarono a guardare.
— Kivrin ha la testa — persistette Agnes, — ed anch'io ce l'ho, ma la povera Rosemund no.
— Questi sono soltanto giochi sciocchi — dichiarò Eliwys, afferrando la figlia per entrambe le braccia. — Non dire più cose del genere.
— Ma l'ombra… — insistette Agnes, dando l'impressione di essere sul punto di scoppiare in pianto.
— Siedi vicino a Lady Katherine e taci — ingiunse Eliwys, poi accompagnò la figlia da Kivrin e quasi la spinse sulla panca, aggiungendo: — Sei diventata troppo selvatica.
Agnes si raggomitolò contro Kivrin, ancora indecisa se piangere o meno; Kivrin intanto aveva perso il conto, ma lo riprese da dove era rimasta. Quarantasei. Quarantasette.
— Voglio la mia campanella — disse Agnes, scendendo dalla panca.
— No, devi stare seduta tranquilla — ribatté Kivrin, prendendola sulle ginocchia.
— Parlami del Natale.
— Te l'ho già detto, Agnes, non riesco a ricordare.
— Non ricordi nulla che tu possa raccontarmi?
Ricordo tutto, pensò Kivrin. Le vetrine piene di nastri di satin, di mylar e di velluto rosso, azzurro e oro, di una tinta ancora più vivida di quella del mio vestito, e poi ci sono luci e musica. Il Great Tom e le campane di Magdalen e le carole natalizie.
Ripensò al carillon della Torre Carfax che intonava «Accadde nella Mezzanotte Limpida» e agli stanchi e flebili carillon dei negozi sulla High, poi pensò che quelle carole non erano ancora state scritte e avvertì un'improvvisa fitta di nostalgia di casa.
— Voglio suonare la mia campana — insistette Agnes, divincolandosi per scendere dalle ginocchia di Kivrin e protendendo il polso. — Dammela.
— Te la legherò al polso se ti sdraierai per un poco sulla panca accanto a me — mercanteggiò Kivrin.
— Devo dormire? — domandò Agnes, dando l'impressione di essere di nuovo prossima al pianto.
— No. Ti racconterò una storia — propose Kivrin, slacciando la campanella dal proprio polso, dove l'aveva legata per non perderla. — C'era… — cominciò quindi, ma subito s'interruppe, chiedendosi se il classico inizio di ogni fiaba, «c'era una volta» risalisse addirittura al 1320 e che genere di storie le persone di quell'epoca narrassero ai loro bambini… storie di lupi e di streghe la cui pelle diventava nera quando veniva loro data l'estrema unzione. — C'era una volta una fanciulla… — disse infine, legando la campanella al polso di Agnes. Il nastro rosso aveva già cominciato a sfilacciarsi alle estremità e non avrebbe retto ad essere legato e slegato molte volte. — Questa fanciulla viveva…
— È questa la fanciulla? — chiese una voce di donna.
Sollevando lo sguardo, Kivrin vide che si trattava della sorella di Sir Bloet, Yvolde, che era seguita da vicino da Imeyne. La donna fissò Kivrin in volto per un lungo momento, con la bocca contratta nella consueta espressione di disapprovazione, poi scosse il capo.
— No, non è la figlia di Ulurich — disse. — Quella ragazza era bassa e bruna.
— E neppure la pupilla di de Ferrers? — chiese Imeyne.
— È morta — replicò Yvolde. — Non rammenti proprio nulla di chi sei? — domandò poi a Kivrin.
— No, buona signora — rispose lei, ricordando troppo tardi che avrebbe dovuto tenere lo sguardo modestamente abbassato verso il pavimento.
— L'hanno colpita alla testa — intervenne spontaneamente Agnes.
— E tuttavia ricordi il tuo nome e come si fa a parlare. Sei di buona famiglia?
— Non ricordo la mia famiglia, buona signora — spiegò Kivrin, cercando di mantenere un tono di voce sottomesso.
— Sembra originaria dell'ovest — sbuffò Yvolde. — Hai mandato a chiedere informazioni a Bath?
— No — replicò Imeyne. — La moglie di mio figlio vuole prima aspettare che lui arrivi. Hai sentito nulla da Oxenford?
— No, ma là c'è molta malattia — ribatté Yvolde.
— Conosci la famiglia di Lady Katherine, Lady Yvolde? — domandò Rosemund, avvicinandosi.
— No. — Yvolde concentrò la propria disapprovazione sulla ragazza e aggiunse: — Dov'è la spilla che mio fratello ti ha dato?
— Io… è sul mio mantello — balbettò Rosemund.
— Non onori i suoi doni abbastanza da portarli indosso?
— Va' a prenderla — intervenne Lady Imeyne. — Voglio vederla.
Rosemund sollevò il mento di scatto ma si avviò verso la parete esterna a cui erano appesi i mantelli.
— Mostra per i doni di mio fratello lo stesso entusiasmo che manifesta per la sua presenza — commentò Yvolde. — A cena non gli ha parlato neppure una volta.
Rosemund tornò portando con sé il mantello verde su cui era fissata la spilla e la mostrò in silenzio ad Imeyne.
— Voglio vedere anch'io — strillò Agnes, e Rosemund si chinò per accontentarla.
Il monile era un cerchio d'oro decorato da pietre rosse con l'ago della spilla fissato in basso senza cardine, in modo da essere infilato direttamente nella stoffa. Sul lato esterno del cerchio d'oro erano incise le parole: «Io suiicen lui dami amo»
— Cosa significa? — chiese Agnes, indicando la scritta intorno al cerchio d'oro.
— Non lo so — rispose Rosemund, in un tono che sottintendeva chiaramente un «e non me ne importa».
Vedendo che Yvolde stava serrando la mascella, Kivrin si affrettò a intervenire.
— Dice «Tu sei qui al posto dell'amico che amo», Agnes — lesse. Subito dopo si rese conto con un senso di panico di ciò che aveva fatto e si affrettò a sollevare lo sguardo su Imeyne, che però non pareva essersi accorta di nulla.
— Queste parole dovrebbero essere sul tuo petto invece che appese a un piolo — dichiarò Imeyne, prendendo la spilla e fissandola sul davanti dell'abito di Rosemund.
— E invece di indulgere in giochi infantili tu dovresti essere accanto a mio fratello come si addice alla sua fidanzata — rincarò Yvolde, indicando con la mano in direzione del focolare dove Bloet sedeva semiaddormentato e sotto i chiari effetti delle conseguenze delle sue capatine all'esterno. Rosemund scoccò a Kivrin un'occhiata implorante.