Il regno dei lupi. La regina dei draghi. [A Clash of Kings - it]
- Автор: Мартин Джордж Рэймонд Ричард
- Серия: Cronache del ghiaccio e del fuoco #2
- Год: 2001
- Язык: итальянский
- Год: Mondadori
- ISBN: 88-04-49654-1
- Переводчик: Sergio Altieri
- Жанр: Фэнтези
Электронная книга - «Il regno dei lupi. La regina dei draghi. [A Clash of Kings - it]». Краткое содержание книги:
«Jon» comandò lord Mormont. «Va’ in coda alla colonna e passa la voce. E ricorda agli ufficiali che non voglio guai di nessun tipo con le mogli di Craster. Che tutti tengano le mani a posto e che parlino con le donne il meno possibile.»
«Sarà fatto, mio lord.» Jon fece voltare il cavallo e tornò nella direzione dalla quale era venuto. Era piacevole non avere la pioggia in faccia, anche se solamente per poco. Ognuno dei confratelli che superava sembrava stesse piangendo, e l’intera colonna si allungava per almeno mezzo miglio nella foresta.
Al centro del convoglio dei carri, Jon superò Samwell Tarly, afflosciato sulla sella e protetto a stento da un ampio cappello molle. Era su un cavallo da tiro che ne trainava altri. Il rumore della pioggia sulle coperte che proteggevano le gabbie dei corvi rendeva gli uccelli messaggeri agitati; sbattevano le ali e gracchiavano di continuo.
«Che succede, Sam?» lo chiamò Jon. «Hai messo una volpe in quelle piccionaie?»
«Oh, Jon… salve.» L’acqua ruscellò giù per le falde del cappello quando Sam alzò la testa. «No, è solo che anche loro la odiano, questa pioggia. Proprio come noi.»
«Come te la passi, Sam?»
«A mollo.» Il ragazzo grasso riuscì a tirare fuori un sorriso. «Però niente mi ha ancora ucciso.»
«Ottimo. La fortezza di Craster è poco più avanti. Se gli dei ci assistono, questa notte dormiremo all’asciutto e vicino al fuoco.»
«Edd l’Addolorato dice che Craster è un terribile barbaro.» Sam era dubbioso. «Sposa le sue figlie e l’unica legge alla quale obbedisce è la sua. E Dywen ha detto a Grenn che nelle sue vene scorre sangue nero. Sua madre era una donna dei bruti che giacque con un ranger, per cui lui è un bas…» S’interruppe, rendendosi conto di ciò che stava per dire.
«Un bastardo, certo.» Jon si fece una risata. «Dillo pure, Sam. L’ho già sentita, quella parola.» Diede un colpo di speroni al suo piccolo destriero dal passo sicuro. «Devo trovare ser Ottyn. E tu stai all’occhio con le donne di Craster.» Come se questo, a Samwell Tarly, ci fosse bisogno di ricordarlo. «Ci vediamo dopo che ci saremo accampati.»
Jon andò a riferire a ser Ottyn Wythers, che arrancava nella retroguardia. Uomo piccolo, dal viso raggrinzito, della stessa età di Mormont, ser Ottyn aveva l’aria perennemente stanca, perfino al Castello Nero. La pioggia lo aveva impietosamente reso ancora più abbattuto.
«Buone notizie» confidò a Jon. «Quest’umidità mi è entrata nelle ossa. E le mie piaghe da sella si lamentano delle piaghe da sella.»
Tornando verso la testa della colonna, Jon fece un ampio giro al di fuori della linea di marcia, prendendo una scorciatoia che tagliava nel bosco. Era primo pomeriggio, eppure la foresta Stregata sembrava avvolta nelle tenebre come al crepuscolo. Jon avanzò evitando formazioni rocciose e ristagni nel terreno, passando oltre grandi querce, alberi-sentinella dai tronchi grigioverdi e alberi-ferro dalla corteccia nera. In certi punti, i rami formavano una sorta di cupola solida sopra di lui, dandogli una breve tregua dalla pioggia sferzante. Mentre superava un castagno squarciato da un fulmine, dal cui tronco sventrato crescevano a ciuffi rose selvatiche bianche, udì un fruscio fra le fitte felci.
«Spettro» chiamò Jon. «Spettro, da me.»
Ma non fu il suo meta-lupo a emergere dal folto della boscaglia. Era Dywen, in sella a un cavallo grigio grondante, con Grenn al suo fianco. Il Vecchio orso aveva voluto battistrada su entrambi i lati della colonna, in modo da tenere d’occhio la marcia e dare l’allarme in caso avvistassero una presenza nemica. E persino in quel luogo deserto non aveva corso rischi: gli uomini erano sempre in coppia.
«Ah, sei tu, lord Snow.» Dywen fece uno dei suoi sorrisi distorti: aveva dentiere fatte di legno di quercia, che non combaciavano proprio bene. «Avevo pensato che io e il ragazzo avevamo a che fare con uno di quegli Estranei. Ti sei perso il tuo lupo?»
«È andato a caccia da qualche parte.» A Spettro non piaceva spostarsi insieme alla colonna, ma non si allontanava mai troppo. Ogni volta che si accampavano per la notte, riusciva regolarmente a trovare Jon nella tenda del lord comandante.
«Con quest’acqua, mi sa che è andato a pesca.»
«Mia mamma diceva sempre che la pioggia fa bene ai raccolti» commentò Grenn, ottimista.
«Sicuro, proprio un bel raccolto di muffa» ribatté Dywen. «C’è una sola cosa buona in una pioggia come questa qua: ti evita di farti il bagno» fece schioccare le dentiere di legno una contro l’altra.
«Buckwell ha trovato Craster» li informò Jon.
«Perché, l’aveva perso?» sghignazzò Dywen. «E voi giovani stalloni… meglio che state alla larga dalle mogli di Craster.»
Jon sorrise. «Le vuoi tutte tu, Dywen?»
«Magari sì.» I dentoni di legno schioccarono di nuovo. «Craster ha dieci dita e un solo cazzo, per cui non sa contare sopra l’undici. Col due ci azzecca sempre, però.»
«Ma quante mogli ha davvero Craster?» domandò Grenn.
«Più di quante tu ne potrai mai avere, fratello. Ma non è poi così difficile quando le mogli le fai con il tuo stesso sangue. Eccola lì la tua bestia, Snow.»
Spettro trottava a fianco del cavallo di Jon, coda dritta e pelliccia bianca a ciuffi fradici per la pioggia. Si muoveva talmente silenzioso che Jon non era neppure in grado di dire quando esattamente fosse riapparso. Il cavallo di Grenn diventò subito nervoso nel sentire l’odore della fiera. Perfino adesso, dopo quasi un anno, tutti i cavalli continuavano a essere a disagio in presenza del meta-lupo albino.
«Spettro, con me.»
Jon Snow diede di speroni in direzione della fortezza di Craster.
Jon non aveva certo pensato di trovare un castello di pietra sul lato nord della Barriera, ma almeno aveva immaginato che fosse una sorta di primitivo maniero protetto da una palizzata di legno e da un torrione di tronchi. Quello che invece trovarono fu un mucchio di letame, una porcilaia, un serraglio per le pecore vuoto, e un’infame baracca intonacata priva di finestre, che proprio non meritava il nome di fortezza. Era una struttura bassa e allungata, dalle pareti di tronchi trattenuti da funi e dal tetto di zolle. Tutto questo, circondato da un argine di terriccio, sorgeva sulla sommità di un’altura troppo modesta per essere definita collina. Rivoli di acqua fangosa colavano giù per il pendio dai punti in cui la pioggia aveva scavato brecce frastagliate nelle difese, andando poi a confluire in un torrente infido, ingrossato dalle piogge pesanti, che si curvava in direzione nord.
A sudest, Jon incontrò un portale lasciato aperto. Su ogni lato, c’era un palo con sulla sommità un teschio di animale: da una parte un orso, dall’altra un ariete. Mentre Jon rientrava nella colonna che già stava superando quei macabri resti, notò brandelli di carne annerita ancora attaccati al cranio dell’orso. All’interno dell’argine, le guide di Jarmen Buckwell e gli uomini dell’avanguardia di Thoren Smallwood erano impegnati ad allineare i cavalli per la sosta e a cercare di rizzare le tende. Nella stia, una falange di maialini si ammucchiava attorno a tre enormi scrofe. Poco distante, una ragazzina, completamente nuda sotto la pioggia, stava strappando carote dal terreno ineguale di un orto. Due donne avevano legato le zampe di un maiale in preparazione per la scuoiatura; le urla dell’animale erano alte, orribili, quasi umane nella loro sofferenza. A dispetto delle imprecazioni di Chett, i suoi mastini abbaiavano furiosamente, facendo schioccare le zanne e cercando di attaccare briga con due dei cani di Craster, anche loro ringhianti e sbavanti. Nel momento in cui videro Spettro, alcuni dei cani corsero via, altri arretrarono, uggiolando e latrando. Il meta-lupo si limitò a ignorarli. Lo stesso fece Jon.
“Bene, trenta di noi staranno al caldo e all’asciutto.” A Jon bastò appena un’occhiata alla sala comune per rendersene conto. “Forse cinquanta.” Il posto era fin troppo piccolo per riuscire a contenere duecento uomini. La maggior parte dei confratelli sarebbero stati costretti a rimanere all’esterno. E anche così, dove metterli? La pioggia aveva tramutato una metà del cortile in un labirinto di pozzanghere in cui si affondava fino alla caviglia, e l’altra metà in una palude di fango. Si preparava un’altra notte tragica.