Il regno dei lupi. La regina dei draghi. [A Clash of Kings - it]
- Автор: Мартин Джордж Рэймонд Ричард
- Серия: Cronache del ghiaccio e del fuoco #2
- Год: 2001
- Язык: итальянский
- Год: Mondadori
- ISBN: 88-04-49654-1
- Переводчик: Sergio Altieri
- Жанр: Фэнтези
Электронная книга - «Il regno dei lupi. La regina dei draghi. [A Clash of Kings - it]». Краткое содержание книги:
Il lord comandante aveva affidato il suo cavallo a Edd l’Addolorato. Quando Jon si decise a scendere di sella, Edd stava togliendo il fango dagli zoccoli dell’animale.
«Lord Mormont è nella sala» annunciò. «Ha detto di andare da lui. Meglio che il lupo lo lasci fuori, ha l’aria sufficientemente affamata da fare un boccone di uno dei figli di Craster. A dirla tutta, anch’io sono sufficientemente affamato da fare un boccone di uno dei figli di Craster, basta che me lo servano caldo. Va’, Jon, mi occupo io del tuo cavallo. Se dentro è caldo e asciutto, non dirmelo. Non sono stato invitato a entrare.» Rimosse uno spesso grumo di fango viscido da uno dei ferri. «Questa che roba è, secondo te, fango o merda? Chissà, forse questa intera baracca è costruita sulla merda di Craster.»
Jon sorrise: «So che è qui da molto, molto tempo».
«Non sei certo incoraggiante… Forza, va’ a vedere il Vecchio orso.»
«Spettro, a cuccia» ordinò Jon al meta-lupo.
La porta della fortezza di Craster era chiusa da due pelli di cervo. Jon le spostò di lato ed entrò, chinandosi per passare sotto il basso architrave. Le due dozzine di ranger veterani che lo avevano preceduto erano in piedi attorno alla fossa del focolare al centro del pavimento di cruda terra, pozze umide che si formavano attorno alle suole dei loro stivali. L’atmosfera era satura del tanfo di fuliggine, sterco e pelo di cane bagnato. Era anche impregnata di fumo, pur ostinandosi a rimanere umida, poiché la pioggia gocciolava dal foro di uscita del fumo nel tetto. Era un unico grande spazio, con un soppalco sul quale erano sistemati i pagliericci, raggiungibile per mezzo di un paio di scale malridotte.
A Jon tornò in mente il giorno in cui aveva lasciato Grande Inverno diretto alla Barriera. Era stato nervoso come una vergine, quel giorno, ma anche desideroso di vedere i misteri e le meraviglie che potevano stendersi oltre ogni nuovo orizzonte. “Bene, eccola qui una di quelle meraviglie.” Il suo sguardo si spostò su quel locale squallido e puzzolente. Il fumo acre gli faceva lacrimare gli occhi. “Un vero peccato che Pyp e Toad non possano vedere quello che si stanno perdendo.”
Craster era seduto presso il fuoco, l’unico uomo a permettersi il lusso di una sedia tutta per sé. Perfino il lord comandante Mormont era stato costretto a sistemarsi su una delle panche comuni, il corvo sulla spalla che protestava gracchiando sommessamente. Dietro di lui, c’erano in piedi Jarmen Buckwell, maglia di ferro nera e lucida giubba di cuoio ancora grondanti di pioggia, e Thoren Smallwood, il quale indossava il pesante pettorale e la cappa bordata di ermellino del defunto ser Jaremy.
La giubba di pelo di pecora di Craster e il suo mantello di pelli di animali cucite insieme non reggevano certo il confronto, però aveva, attorno a un polso tozzo, uno spesso bracciale che scintillava, il cui metallo aveva il colore dell’oro. Nell’aspetto dava l’idea di essere un uomo poderoso, per quanto nell’inverno della vita, la massa di capelli grigi ormai tendente al bianco. Il naso schiacciato e la bocca incurvata verso il basso gli conferivano un aspetto crudele e gli mancava un orecchio. “Quindi è questo uno dei bruti.” Jon ricordava le storie che la vecchia Nan raccontava sugli esseri selvaggi che bevevano sangue servendosi di un teschio umano svuotato come coppa. Craster invece sembrava bere una birra dal colore pallido in una scheggiata coppa di pietra. Forse, lui non le aveva sentite, quelle storie.
«Benjen Stark? Sono tre anni che non lo vedo» stava dicendo a Mormont. «E a dire il vero, non ne ho mai sentito la mancanza, nemmeno una volta.»
Una mezza dozzina di cuccioli di cane neri e un paio di piccoli maiali se ne andavano a spasso sotto le panche. Donne che indossavano malconce pelli di cervo passavano a offrire corni pieni di birra, attizzavano il fuoco e affettavano carote e cipolle, lasciandole poi cadere in una pentola.
«Dovrebbe essere passato da queste parti l’anno scorso» intervenne Thoren Smallwood. Un cane venne ad annusargli uno stivale, lui gli diede un calcio e quello se la batté guaendo.
«Ben era andato alla ricerca di ser Waymar Royce, scomparso insieme a Gared e al giovane Will.»
«Ah, quei tre me li ricordo. Il signorino non più giovane di quei cagnetti lì, troppo orgoglioso per dormire sotto il mio tetto, lui con quella sua bella cappa d’ermellino e la corazza nera. Le mie mogli però… loro gli hanno fatto gli occhioni da mucca lo stesso.» Craster si voltò a scoccare uno sguardo torvo alla più vicina delle donne. «Gared ha detto che erano a caccia di predoni. Con un comandante così giovane, meglio se non li prendevano, gli ho detto io. Gared non era poi male, per essere un corvo nero. Aveva meno orecchie di me, quel tipo. Gliele aveva mangiate via il freddo, lo stesso che è successo a me.» Craster rise. «Adesso ho sentito che non ha più nemmeno la testa. Il freddo gli ha mangiato anche quella?»
Altri ricordi tornarono alla mente di Jon Snow: il frastagliato fiotto di sangue sul bianco della neve e il modo in cui Theon Greyjoy aveva dato un calcio al cranio mozzato. “Quell’uomo era un disertore.” E più tardi, mentre tornavano a Grande Inverno, Jon e Robb si erano sfidati al galoppo. E avevano trovato i sei cuccioli di meta-lupo abbandonati nella neve. Cose che parevano accadute migliaia di anni prima.
«Quando ser Waymar se n’è andato, dov’era diretto?»
Craster scrollò le spalle. «Ho di meglio da fare che vedere chi va e chi viene dei corvi.» Bevve un sorso di birra e posò la coppa da un lato. «Non ho avuto del buon vino del Sud per almeno tutto un letargo d’orso. Mi andrebbe un po’ di quello, e anche una nuova ascia. La mia ha perso il taglio. Non va bene, no.» Spostò lo sguardo sull’andirivieni delle sue mogli. «Devo proteggere le mie donne io qua.»
«Siete pochi e isolati» disse Mormont. «Se vuoi, posso distaccare alcuni uomini perché ti scortino a sud della Barriera.»
Al corvo, quell’idea parve piacere. «Barriera!» gridò, allargando le grandi ali come una strana aureola nera dietro la testa del lord comandante.
Il loro ospite fece un sorriso cattivo, mostrando una chiostra di denti guasti, anneriti. «E che cosa ci facciamo là, serviamo la cena? Siamo gente libera quassù. Craster non fa il servo di nessun uomo.»
«Questi sono tempi duri per stare da soli nelle terre selvagge. I gelidi venti si stanno alzando.»
«Lascia che si alzino. Le mie radici sono profonde.» Craster afferrò per il polso una delle donne che passava lì vicino. «Diglielo, moglie. Di’ al lord Corvo nero come siamo contenti noi qua.»
«È questo il posto nostro» la donna si passò la lingua sulle labbra sottili. «Craster ci tiene al sicuro. Meglio morire liberi che vivere schiavi.»
«Schiavi» ripeté il corvo.
«Craster, ascolta.» Mormont si protese in avanti. «Ogni villaggio che abbiamo superato era vuoto, abbandonato. Le vostre sono le prime facce vive che vediamo da che abbiamo lasciato la Barriera. La gente è svanita… morti, scappati, catturati, non so dire. Anche gli animali sono svaniti. Non rimane niente. E qualche tempo fa, a solo poche leghe dalla Barriera, abbiamo trovato i corpi di due dei ranger di Ben Stark. Corpi pallidi e freddi, mani e piedi anneriti, ferite che non sanguinavano. Eppure, quando li abbiamo portati al Castello Nero… nel mezzo della notte, quelli sono tornati dal regno dei morti e si sono messi a uccidere. Uno ha assassinato ser Jaremy Rykker, e l’altro è venuto per me. Questo mi dice che ricordavano alcune delle cose che sapevano quando erano ancora in vita. Ma in loro non rimaneva nessuna umana compassione.»