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Il regno dei lupi. La regina dei draghi. [A Clash of Kings - it]

Электронная книга - «Il regno dei lupi. La regina dei draghi. [A Clash of Kings - it]». Краткое содержание книги:

Nel secondo capitolo della saga delle “Cronache del ghiaccio e del fuoco” una rossa cometa apparsa nel cielo dei Sette Regni sembra annunciare tremende sciagure. La lunga estate dell'abbondanza sta per finire, mentre quattro pretendenti, in aperta guerra gli uni contro gli altri, si contendono il Trono di Spade.
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La bocca della donna si aprì, una muta, umida caverna rosa. Crester per contro emise un grugnito.

«Robe brutte così non ne abbiamo noi qua» disse. «E ti sono grato se non dici cose maledette sotto il mio tetto. Io sono un uomo che crede negli dei, e gli dei, a me, mi proteggono. Se i nonmorti arrivano camminando, lo so io come rimandarli nelle loro tombe. Però una nuova ascia che taglia mi serve proprio a me qua.» Fece muovere la moglie con una pacca sul didietro. «Altra birra, e portala in fretta.»

«Nessun problema dai morti, d’accordo» intervenne Jarmen Buckwell. «Ma che mi dici dei vivi, mio lord? Che cosa sta facendo il tuo re?»

«Re!» gracchiò il corvo di Mormont. «Re, re, re.»

«Quel Mance Rayder là?» Craster sputò nel fuoco. «Il re oltre la Barriera. Di cos’ha bisogno la gente libera da un re?» Si girò verso Mormont. «C’è tanto che ti posso dire su Mance e sulle sue imprese, se ci penso. Quei villaggi vuoti, è lavoro suo, quello là. Trovavi anche la mia sala vuota, se ascoltavo le sue storie. Mance mi manda un cavaliere, mi dice che devo venire via dalla mia fortezza e strisciare ai suoi piedi. Gliel’ho rimandato il suo uomo. Ma la sua lingua… Quella me la tengo. È inchiodata a quel muro là.» Indicò un punto. «Forse te lo dico dove trovare Mance Rayder, se ci penso.» Di nuovo esibì il sorriso di denti marci. «Ma avremo tempo per parlare di quella storia lì. Se volete dormire sotto il mio tetto, qua, fate pure, ma non mi mangiate tutti i miei maiali.»

«Saremo molto grati per un tetto, mio lord» disse il Vecchio orso. «Cavalchiamo senza sosta da molto tempo, sotto una forte pioggia.»

«E allora siete ospiti qua per una notte. Ma non più di quella, non è che a me piacciono poi tanto, i corvi neri. Il soppalco è per me e i miei, ma sistematevi pure per terra. Ho carne e birra per venti, non di più. Il resto di voi corvi neri può beccare il loro, di grano.»

«Abbiamo portato le nostre vettovaglie, mio lord» confermò il lord comandante. «E saremo onorati di condividere con te il nostro cibo e il nostro vino.»

Craster si passò il dorso di una mano pelosa sulle labbra gocciolanti: «Me lo prendo un sorso del tuo vino, lord Corvo nero, me lo prendo sì. E un’altra cosa. L’uomo che mette la mano su una delle mie mogli, la perde quella mano là».

«Tetto tuo, regole tue» concordò Thoren Smallwood. Il Vecchio orso annuì, per quanto non avesse affatto l’aria troppo contenta.

«D’accordo, allora.» Craster lo sottolineò con un altro grugnito. «Ce l’avete uno che sa fare una mappa?»

«Sam Tarly può farlo.» Jon si fece avanti. «A Sam piacciono le mappe.»

Mormont gli fece cenno di avvicinarsi. «Mandalo da noi dopo che avrà mangiato. E che porti penna e pergamena. Trova anche Tollett. Digli di portarmi la mia ascia. Un regalo per il nostro ospite.»

«Chi è questo qua nuovo?» domandò Craster prima che Jon potesse andare. «Ha la faccia degli Stark.»

«Il mio attendente e scudiero, Jon Snow.»

«Snow… un bastardo, no?» Craster studiò Jon da capo a piedi. «Se un uomo vuole una donna, mi sembra che la deve prendere in moglie. Così faccio io.» Comunicò a Jon di togliersi dai piedi con un brusco cenno della mano. «Va’, bastardo, va’ a fare il tuo servizio. E vedi che l’ascia è buona e che taglia bene, che non mi serve acciaio spuntato, qua.»

Jon si costrinse a fare un rigido inchino e se ne andò. Sulla porta chiusa dalle pelli di cervo, per poco non si scontrò con ser Ottyn Wythers, il quale stava entrando mentre lui usciva.

Fuori, la pioggia sembrava essere diminuita d’intensità. Tende erano sorte dappertutto nel cortile fangoso. Sotto gli alberi, Jon ne vide altre.

Edd l’Addolorato stava dando da mangiare ai cavalli. «Da’ pure un’arma da battaglia al bruto, giusto, perché no?» Accennò all’arma di Mormont, un’ascia dall’impugnatura corta, con un intarsio in oro sulla lama d’acciaio nero. «E lui te la restituirà, te l’assicuro, piantata nel cranio del Vecchio orso, molto probabilmente. Perché non dargli tutte le nostre asce, e anche tutte le spade, già che ci siamo? Non mi piace proprio quel suono metallico che fanno quando cavalchiamo. E senza, andremo più veloci… Dritti fino alla porta dei sette inferi. Piove, all’inferno, questo mi domando? Chissà, magari Craster si accontenterebbe di un bel berretto.»

«Vuole un’ascia» sorrise Jon «e anche del vino.»

«Visto? Il Vecchio orso è astuto. Se riusciamo a fare ubriacare per bene il bruto, quando cercherà di ammazzarci con quell’ascia, al massimo ci taglierà via un’orecchio. Di orecchie ne ho due, ma di testa una sola.»

«Secondo Smallwood, Craster è un amico della confraternita.»

«Lo sai che differenza passa tra un bruto che è amico della confraternita e uno che non lo è?» gli domandò l’acido confratello nero. «I nostri nemici lasciano i nostri cadaveri ai corvi e ai lupi, i nostri amici li seppelliscono in fosse senza nome. Io mi chiedo da quanto tempo quella testa d’orso è sulla picca all’ingresso… e anche che cosa aveva infilzato Craster, sulla stessa picca, prima che arrivassimo noi belli cpntenti.» Edd scrutò l’ascia con espressione dubbiosa, la pioggia che scorreva lungo il suo volto allungato. «Di’ un po’, Snow, è davvero più asciutto, là dentro?»

«Più di qui.»

«Se più tardi m’intrufolo dentro, se sto abbastanza lontano dal fuoco, magari non si accorgono di me fino a domattina. Quelli che stanno sotto il suo tetto saranno i primi a essere ammazzati, ma almeno creperemo all’asciutto.»

«Edd, andiamo.» Jon non trattenne una risata. «Craster è da solo, noi siamo in duecento. Dubito molto che ammazzerà qualcuno.»

«Mi sento già meglio se dici così.» Edd, al contrario, pareva addirittura più depresso. «E c’è anche qualcos’altro da dire su una buona ascia affilata. Proprio non mi garberebbe essere fatto fuori con una mazza. Ho visto un uomo colpito da una mazza, una volta. La pelle appena intaccata, ma poi la testa gli era diventata tutta molle e gonfia come una zucca, solo color porpora. Un uomo di bell’aspetto, ma bruttissimo da morto. Meno male che non gliele diamo, le mazze.»

E con questo, Edd l’Addolorato si allontanò scuotendo il capo, la cappa fradicia che gli sgocciolava dietro.

Prima di pensare alla propria cena, Jon finì di dare da mangiare ai cavalli. Stava pensando che forse avrebbe potuto mangiare un boccone con Sam, se solo fosse riuscito a trovarlo, quando udì un grido di paura: «Al lupo!».

Jon roteò su se stesso, gli stivali risucchiati dal fango, cercando d’individuare da dove era arrivato l’urlo. Una delle donne di Craster era con le spalle contro il muro infangato della fortezza.

«Sta’ lontano!» urlava a Spettro. «Sta’ lontano da me!»

Il meta-lupo albino aveva un coniglio tra le fauci, e un secondo coniglio, morto e insanguinato, per terra davanti a sé. La donna vide Jon che accorreva: «Portalo via da me, milord…» implorò.

«Non ti farà del male.» A Jon era bastata un’occhiata per rendersi conto di che cosa era successo: una gabbia di legno, le sbarre distrutte, era rovesciata sull’erba bagnata. «Dev’essere affamato. Non abbiamo visto molti animali nella foresta.» Jon fischiò: il meta-lupo divorò il coniglio in pochi momenti, schiantando le ossa con le zanne, e trottò da lui.

La donna li osservò entrambi con un’espressione ancora allarmata. Era più giovane di quanto Jon non avesse pensato, una ragazza di quindici, forse sedici anni, i capelli scuri bagnati appiccicati al viso, i piedi nudi infangati fino alle caviglie. Sotto le pelli cucite assieme che la ricoprivano, s’indovinavano i primi rigonfiamenti di una gravidanza.

«Sei una delle figlie di Craster?»

«Una delle mogli, adesso.» Si allontanò ancora di più da Spettro, sedendosi sui talloni presso la gabbia distrutta. «Li volevo allevare, i conigli. Pecore non ce n’è più.»

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