Il regno dei lupi. La regina dei draghi. [A Clash of Kings - it]
- Автор: Мартин Джордж Рэймонд Ричард
- Серия: Cronache del ghiaccio e del fuoco #2
- Год: 2001
- Язык: итальянский
- Год: Mondadori
- ISBN: 88-04-49654-1
- Переводчик: Sergio Altieri
- Жанр: Фэнтези
Электронная книга - «Il regno dei lupi. La regina dei draghi. [A Clash of Kings - it]». Краткое содержание книги:
«La confraternita vi ripagherà.» Jon non aveva denaro, altrimenti glielo avrebbe dato… per quanto non era del tutto certo a che cosa sarebbero potute servire poche monete di rame, o anche d’argento oltre la Barriera. «Domattina parlerò con lord Mormont.»
La ragazza si ripulì le mani sulla gonna: «Mio lord…».
«Non sono un lord.»
Attirati dalle grida e dallo schianto del legno spezzato, erano venuti a raccogliersi attorno a loro altri confratelli.
«Non credergli, ragazzina» fece Lark delle Sorelle, un ranger infido come una iena. «Quello lì è lord Snow in persona.»
«Bastardo di Grande Inverno e fratello di un re» ridacchiò Chett con aria di derisione. Aveva abbandonato i suoi mastini per venire a vedere che cosa stava succedendo.
«Il meta-lupo ti guarda con la bava sulle zanne, ragazzina» insistette Lark. «Magari gli piace quell’affanno tenero che hai nella pancia.»
«Falla finita, Lark.» Jon non si stava divertendo. «La stai spaventando.»
«Avvertendo, direi piuttosto.» Il sogghigno di Chett era brutto quanto i foruncoli che gli coprivano la faccia.
«Non ci dobbiamo parlare con voi» si ricordò la ragazza d’un tratto.
«Aspetta…» disse Jon. Troppo tardi: lei si voltò e scappò via.
Lark fece per afferrare il secondo coniglio ma Spettro fu più rapido. Spaventato dalle zanne del meta-lupo, Lark scivolò all’indietro e il suo deretano ossuto finì nel fango, fra le risate generali. Spettro prese il coniglio tra le fauci e lo portò a Jon.
«A cosa è servito spaventarla, quella ragazzina?» Jon affrontò l’intero gruppo.
«Non accettiamo rimproveri da te, bastardo.» Chett ce l’aveva con Jon per aver perduto, a causa sua, il posto comodo e al caldo presso maestro Aemon. Non si poteva dargli torto: se Jon non fosse andato da Aemon a raccomandare Sam Tarly, in quel preciso istante Chett sarebbe stato a occuparsi dell’anziano sapiente cieco invece che dannarsi sotto la pioggia per badare a un branco di cani dal pessimo carattere. «Tu sarai anche il cuccioletto del lord comandante, ma non sei il lord comandante… e di certo non faresti così il duro senza quella specie di mostro che ti porti sempre dietro.»
«Non mi batterò con un altro confratello mentre siamo oltre la Barriera.» Il tono di Jon era molto più freddo dei sentimenti che provava.
«Ha paura di te, Chett.» Lark si puntellò su un ginocchio. «Alle Sorelle, ce l’abbiamo il nome per quelli come lui.»
«Li conosco tutti, quei nomi. Risparmia pure il fiato.» Jon se ne andò, Spettro che gli trottava al fianco. Nel tempo che impiegò ad arrivare al portale, la pioggia era diminuita d’intensità. Presto sarebbe arrivato il crepuscolo, a cui sarebbe seguita un’altra notte bagnata e disagiata. Le nubi avrebbero celato le stelle e anche la Torcia di Mormont, rendendo la foresta nera come l’inchiostro. Perfino farsi una pisciata sarebbe diventata un’avventura, e non di quelle che Jon Snow aveva sognato un tempo.
Fuori del perimetro, sotto gli alberi, alcuni ranger avevano trovato abbastanza legna asciutta da accendere un fuoco in prossimità di una lastra inclinata di ardesia. Alcuni dei confratelli avevano rizzato tende, altri avevano steso le cappe fra i rami bassi, creando rozzi ripari.
Gigante si era infilato nel tronco cavo di una quercia morta. «Che te ne pare del mio castello, lord Snow?»
«Sembra accogliente. Hai idea di dove sia Sam?»
«Continua per questa direzione. Se arrivi alle tende di ser Ottyn, sei andato troppo lontano.» Gigante sorrise. «Magari ci si è infilato anche Sam, in un albero. T’immagini che albero sarebbe quello?»
Alla fine, fu Spettro a trovare Sam. Il meta-lupo schizzò via come un dardo lanciato da una balestra. Sotto alcune rocce, che offrivano un minimo riparo dalla pioggia, Sam stava nutrendo i corvi. A ogni movimento, i suoi stivali emettevano suoni viscidi.
«Ho i piedi fradici» ammise cupamente. «Scendendo da cavallo, sono finito in una buca e sono affondato fino alle ginocchia.»
«Togliti gli stivali e asciugati le calze. Vado a cercare un po’ di legna secca. Se sotto questa roccia il terreno non è bagnato, forse riusciamo ad accendere il fuoco.» Jon gli mostrò il coniglio. «E poi si banchetta.»
«Non dovresti essere con lord Mormont nella sala?»
«Io no, tu invece dovrai andarci. Il Vecchio orso vuole che gli tracci una mappa. Craster dice che a farà trovare Mance Rayder.»
«Ah.» Sam non sembrava troppo ansioso d’incontrare Craster, nemmeno se questo significava un fuoco caldo.
«Prima però, io direi di mangiare. Asciugati i piedi.»
Jon andò alla ricerca di legna da ardere. Scavò nel terreno sotto mucchi di arbusti e manciate di aghi di pino caduti, nel tentativo di raggiungere gli strati meno umidi. Ma anche così, parve ci volle un’eternità perché la scintilla finalmente prendesse. Jon appese il mantello a uno sperone di roccia per proteggere dalla pioggia il loro piccolo falò fumoso, allestendo un’alcova di fortuna per Sam e per sé.
Mentre Jon s’inginocchiava a scuoiare il coniglio, Sam si tolse gli stivali. «Mi sta crescendo il muschio tra le dita dei piedi» disse in tono accorato, muovendo le dita in questione. «Sarà ottimo quel coniglio, e nemmeno mi farà effetto il sangue.» Distolse lo sguardo. «Be’, forse solo un po’…»
Jon finì di preparare la carcassa, piazzò un paio di rocce ai lati del fuoco e ci sistemò sopra il coniglio. Era un animaletto scarno, ma nell’arrostire emanò un odore da cena regale. Gli altri ranger scoccarono loro occhiate cariche d’invidia. Perfino Spettro li osservava con aria famelica, le fiamme che si riflettevano nei suoi ferali occhi rossi. «Tu te lo sai già mangiato, il tuo coniglio» gli ricordò Jon.
«Craster è davvero così selvaggio come dicono i ranger?» domandò Sam. Il coniglio era leggermente al sangue, ma comunque ottimo. «E il suo castello? Com’è?»
«Un mucchio di letame dal tetto di sterpi, con un focolare nel mezzo.»
Jon gli riferì quanto aveva visto e sentito nella fortezza di Craster. Quand’ebbe finito, erano ormai calate le ombre della notte e Sam si stava leccando le dita.
«Buono» confermò. «Adesso però non ci starebbe male un cosciotto d’agnello. Tutto per me. Speziato con foglie di menta, miele e chiodi di garofano. Ce n’erano, di agnelli?»
«Ho visto un recinto, ma niente pecore.»
«Che cosa darà da mangiare ai suoi uomini?»
«Non ne ho visti di uomini. C’è solamente Craster, le sue mogli e qualche bambina. Quello che vorrei sapere è come riesce a tenere questo posto. Le sue difese sono pietose, niente più di un argine di fango. Sam, adesso è meglio che tu vada là a tracciare quella mappa. Riesci a trovare la strada?»
«Sperando di non cadere nel fango.»
Sam infilò gli stivali tirando con forza, prese pergamena e penna d’oca e si avviò nel buio, la pioggia che picchiava sulla sua cappa e sul suo cappello floscio.
Spettro appoggiò il muso sulle zampe anteriori e si addormentò presso il fuoco. Jon andò a sistemarsi accanto a lui, grato per il calore che gli trasmetteva. Aveva freddo ed era bagnato, ma forse meno di com’era stato poco prima.
“Forse questa notte il Vecchio orso scoprirà qualcosa che ci condurrà dallo zio Benjen.”
Nuvolette candide si condensavano nel gelo del mattino: era il suo respiro. Jon se ne rese conto svegliandosi, le ossa che gli dolevano a ogni più piccolo movimento. Spettro era sparito, il fuoco estinto. Jon allungò una mano per prendere la cappa che aveva appeso alla roccia. La trovò rigida, congelata. Vi scivolò sotto e si alzò in piedi, ritrovandosi in una foresta cristallizzata.
La pallida luce rosata dell’alba scintillava sui rami, sulle foglie, sulla roccia. Ogni singolo filo d’erba pareva scolpito da una pietra di smeraldo, ogni goccia di pioggia era un diamante. Fiori e funghi erano avvolti in una crisalide di vetro. Persino sulle pozze fangose luceva uno strato marrone trasparente. In tutto quel verde splendente, anche le tende nere dei confratelli erano incastonate in una sottile patina di ghiaccio.