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Il regno dei lupi. La regina dei draghi. [A Clash of Kings - it]

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Nel secondo capitolo della saga delle “Cronache del ghiaccio e del fuoco” una rossa cometa apparsa nel cielo dei Sette Regni sembra annunciare tremende sciagure. La lunga estate dell'abbondanza sta per finire, mentre quattro pretendenti, in aperta guerra gli uni contro gli altri, si contendono il Trono di Spade.
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«A me tuo marito piaceva, mia lady. Era un leale amico di Robert, lo so… ma rifiutò di ascoltare, e rifiutò di piegarsi.» Avevano raggiunto la cima delle scale. «Vieni, voglio mostrarti qualcosa.» Renly aprì una porta di legno e precedette Catelyn sul tetto del torrione.

Il torrione della fortezza di lord Caswell non era molto alto, ma le terre che lo circondavano erano basse e piatte, quindi dalla sua sommità si riuscivano comunque a dominare molte leghe in tutte le direzioni. E ovunque Catelyn guardasse, vide fuochi. Coprivano la terra come stelle cadute dai deli. E, come le stelle, parevano senza fine.

«Contali pure, se proprio vuoi, mia lady» disse piano Renly. «Quando l’alba verrà a oriente, starai ancora contando. E io mi domando, quanti sono i fuochi che questa notte brilleranno attorno a Delta delle Acque?»

Catelyn poteva ancora udire una musica attutita arrivare dalla sala grande e diffondersi poi nelle tenebre. No, meglio non contarle, tutte quelle stelle cadute.

«Mi è stato detto che tuo figlio ha varcato l’Incollatura con ventimila spade al seguito» riprese Renly. «Ora che i lord del Tridente sono con lui, forse Robb comanda fino a quarantamila spade.»

“Non così tante. Abbiamo perduto uomini in battaglia, e altri sono impegnati nei raccolti.”

«Solamente qui, io ne ho il doppio» dichiarò Renly «e non è che una parte della mia forza complessiva: Mace Tyrell rimane ad Alto Giardino con altri diecimila uomini; una mia forte guarnigione presidia Capo Tempesta e ben presto sarà dalla mia anche Dorne, con tutto il suo potere militare. E non dimenticare mio fratello Stannis, che tiene la Roccia del Drago e che comanda i lord del mare Stretto.»

«A me sembra che sia tu quello che dimentica Stannis.» Catelyn aveva parlato in un tono più sferzante di quanto avrebbe voluto.

«Parli della sua pretesa al trono?» Renly rise. «Siamo sinceri, mia lady. Non solo Stannis sarebbe un pessimo re, ma ben difficilmente riuscirebbe a diventarlo. Gli uomini rispettano Stannis Baratheon, e lo temono, anche, ma ben pochi lo hanno mai amato.»

«Rimane comunque tuo fratello maggiore. E se è vero che uno di voi due ha il diritto di ascendere al Trono di Spade, quello deve essere lord Stannis.»

«E dimmi, mia lady, quale diritto ebbe mai mio fratello Robert di ascendere al Trono di Spade?» Renly si strinse nelle spalle, senza attendere una risposta. «Oh, certo, si parlò di legami di sangue tra i Baratheon e i Targaryen, di matrimoni consumati centinaia di anni prima, di figli secondogeniti e di figlie maggiori. Tutte cose di cui importa solamente ai maestri della Cittadella. È stato con la sua mazza da guerra che Robert si è conquistato il trono.» Fece un ampio gesto, indicando i fuochi dell’immane esercito estesi da un orizzonte all’altro. «Ebbene, eccola là fuori, la mia pretesa al trono. Valida tanto quanto lo fu quella di Robert. Se tuo figlio vorrà appoggiarmi, così come suo padre prima di lui volle appoggiare Robert, scoprirà che posso essere quanto mai generoso. Con piacere confermerò tutte le sue terre, i suoi titoli, i suoi onori. Potrà governare Grande Inverno come preferisce. Potrà addirittura continuare a farsi chiamare re del Nord, se proprio ci tiene… a patto che s’inginocchi al mio cospetto e mi consideri il suo sovrano. “Re” è soltanto una parola, ma fedeltà, onore, lealtà, servizio… di quelli ho bisogno.»

«E qualora lui non ti desse queste cose, mio lord?»

«Io intendo essere re, mia lady, e non il re di un regno diviso. Non credo di potermi esprimere in termini più chiari di questi. Trecento anni fa, nel rendersi conto che non sarebbe stato in grado di prevalere, un re Stark s’inginocchiò di fronte ad Aegon il Drago. Fu saggio da parte sua. Tuo figlio deve dare prova ora della stessa saggezza. Nel momento in cui stringerà alleanza con me, questa guerra sarà già vinta. Noi…» Renly s’interruppe, improvvisamente distratto da qualcosa. «E ora che cosa succede?»

Lo sferragliare di catene annunciò il sollevarsi della saracinesca del portale. Nel cortile sottostante, un cavaliere con un elmo alato fece passare al galoppo il suo destriero schiumante di sudore sotto i rostri d’acciaio.

«Chiamate il re!»

«Cavaliere!» Renly si sporse da uno dei merli. «Sono quassù!»

«Maestà» il cavaliere si avvicinò. «Sono giunto quanto più in fretta ho potuto. Da Capo Tempesta. Siamo sotto assedio, maestà. Ser Cortnay intende reggere, ma…»

«Ma questo… non è possibile! Se lord Tywin avesse lasciato Harrenhal, lo avrei saputo.»

«Mio signore, non si tratta dei Lannister. È lord Stannis Baratheon a cingere d’assedio Capo Tempesta… Re Stannis, si fa chiamare adesso.»

JON

Gocce di pioggia dure come colpi di frusta flagellavano Jon Snow mentre conduceva il cavallo a guadare un torrente dalle rapide rabbiose. Accanto a lui, il lord comandante Mormont si strinse attorno al volto il cappuccio del mantello nero, imprecando contro il tempo. Il suo corvo gli stava appollaiato sulla spalla, le piume arruffate, tanto fradicio e tetro quanto lo era il Vecchio orso. Un colpo di vento gelido mandò turbini di foglie bagnate a vorticare attorno a loro come uno stormo di uccelli morti. “La foresta Stregata?” Jon strinse le palpebre nel diluvio. “Sarebbe più giusto dire che questa è la foresta annegata.”

Si augurò che Sam, in coda alla colonna, riuscisse a reggere. Non era un buon cavaliere nemmeno col tempo buono, e sei giorni di pioggia ininterrotta avevano reso il terreno estremamente infido, una distesa di fango molle piena di rocce nascoste. Ogni volta che il vento soffiava, l’acqua li accecava. In quel momento, la Barriera stava ruscellando sul suo versante sud, il ghiaccio disciolto che andava a mescolarsi con la pioggia più calda, generando veri e propri torrenti. Pyp e Toad probabilmente se ne stavano all’asciutto nella sala comune del Castello Nero, bevendo vino speziato prima di cena vicino al camino. Jon li invidiò. Gl’indumenti di lana che portava gli stavano appiccicati addosso, bagnati e fastidiosi. Il peso della maglia di ferro e della spada gli aveva tramutato collo e spalle in un tormento di dolori. Inoltre, la sola idea di un altro pasto a base di merluzzo, manzo salato e formaggio duro gli dava letteralmente la nausea.

Da qualche parte avanti a loro, un corno emise una nota prolungata, udibile a stento nell’infuriare della tempesta.

«Il corno di Buckwell» riconobbe il Vecchio orso. «Siano lodati gli dei. Craster è ancora là.» Il suo corvo sbatté le ali gracchiando: «Grano», poi scosse le penne per l’ennesima volta.

Jon aveva spesso udito i confratelli in nero raccontare storie di Craster e della sua fortezza. Ora, finalmente, avrebbe potuto vedere con i propri occhi. Dopo sette villaggi abbandonati, gli uomini della spedizione avevano cominciato a temere che anche quel punto di riferimento fosse morto e desolato come tutto il resto. Ora però sembrava che almeno quello sarebbe stato loro risparmiato. “Forse il Vecchio orso riuscirà ad avere qualche risposta.” Jon continuò ad avanzare. “Quanto meno, ci toglieremo da questa pioggia.”

Secondo Thoren Smallwood, Craster era un amico della confraternita, a dispetto della sua pessima reputazione. «L’uomo è mezzo pazzo, non cercherò di negarlo» aveva detto al Vecchio orso. «Ma forse anche tu lo saresti se passassi tutta la tua vita in queste foreste malefiche. In ogni caso, non ha mai negato a un ranger un pasto caldo attorno al suo fuoco, né sta dalla parte di Mance Rayder. E ci darà validi consigli.»

“Basta che ci dia un pasto caldo e il tempo di asciugarci i vestiti, e a me starà più che bene” pensò Jon. Di Craster, Dywen dipingeva un quadro sinistro: fratricida, bugiardo, stupratore, codardo, uno che faceva consorteria con schiavisti e demoni. «E peggio ancora» sosteneva il veterano confratello, facendo schioccare i denti di legno. «Io sento puzza di freddo attorno a quello, la sento sì.»

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