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La corona di spade

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La corona di spade
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Stranamente il suo sorriso non sembrò avere alcun effetto su quella donna. «Non mentirei mai, lord Cauthon. Il prezzo sarebbe più alto del valore delle mie orecchie. La regina ti sta davvero aspettando, mio signore. Sei un uomo molto coraggioso» aggiunse girandosi. Poi disse qualcosa sottovoce: «Oppure molto sciocco.» Mat dubitava che avrebbe dovuto sentire quella frase.

La scelta era fra l’andare dalla regina o vagare per chilometri di corridoi fino a quando non avesse incontrato qualcuno che gli dicesse ciò che voleva sapere. Decise quindi di andare dalla regina.

Tylin Quintara, per grazia della Luce regina di Altara, Maestra dei Quattro Venti, Guardiana del Mare delle Tempeste, somma signora della casata Mitsobar, lo stava aspettando in una sala con le pareti gialle e il soffitto azzurro chiaro, in piedi davanti a un grande camino bianco con l’architrave di pietra scolpito in modo da rappresentare un mare in tempesta. Mat decise che era valsa la pena di vederla. Tylin non era giovane — i capelli neri splendenti che ricadevano dietro la schiena erano grigi sulle tempie, e delle linee sottili si diramavano dagli angoli degli occhi — e non era nemmeno graziosa, anche se le due cicatrici sottili sulle guance erano quasi svanite. Affascinante era una descrizione più indicata. Ma era... imponente. I grandi occhi scuri che lo guardarono con regalità erano quelli di un’aquila. La donna non aveva un gran potere — un uomo poteva percorre il suo regno in due o tre giorni e gli sarebbe rimasto da attraversare gran parte dell’Altara — ma Mat pensava che avrebbe fatto indietreggiare anche un’Aes Sedai. Come Isebele di Dal Calain, che aveva convocato al suo cospetto l’Amyrlin Anghara. Era una delle vecchie memorie; Dal Calain era sparita durante le guerre Trolloc.

«Sua maestà» disse Mat togliendosi il cappello, e fece un inchino sventolando un mantello immaginario. «Poiché mi hai convocato, mi presento al tuo cospetto.»

Regale o no, era difficile per Mat tenere gli occhi lontano dall’ovale di merletto ricamato dal quale spuntava il pugnale nuziale nella custodia bianca. Una vista molto gradevole, eppure più una donna mostrava il seno, meno voleva che venisse guardato. Almeno apertamente. La custodia era bianca, ma lui sapeva già che quella donna era vedova. Non che gli importasse. Avrebbe preferito impelagarsi con quell’Amica delle Tenebre dal viso volpino piuttosto che con una regina. Non guardare era difficile, ma ci riuscì. Con ogni probabilità, quella donna avrebbe chiamato le guardie piuttosto che estrarre il coltello tempestato di pietre preziose infilato dietro la cintura dorata, che richiamava la collana dalla quale pendeva il pugnale nuziale. Forse era il motivo per cui i dadi ancora rotolavano nella sua testa. La possibilità di un incontro con il boia poteva farli vorticare come non mai.

Gli strati di sottovesti bianche e gialle s’incresparono quando la regina attraversò la stanza camminando lentamente intorno a lui. «Parli la lingua antica» disse quando gli fu di fronte. La voce era bassa e musicale. Senza attendere risposta, la regina si diresse verso la sedia e si accomodò, sistemandosi le varie gonne verdi. Un gesto meccanico; lo sguardo rimase fisso su di lui. Mat ebbe l’impressione che quella donna fosse in grado di capire quand’era stata l’ultima volta che lui si era lavato la biancheria intima. «Desideri lasciare un messaggio. Ho quello che ti serve.» Una cascata di merletto ondeggiò dal polsino quando la regina indicò un piccolo scrittoio sotto uno specchiò con la cornice dorata. Tutti i mobili erano dorati e nodosi come il bambù.

Alte finestre a triplo arco si affacciavano su un balcone con la ringhiera di ferro battuto dal quale entrava una brezza marina che era con sua sorpresa gradevole, anche se non esattamente fresca, eppure Mat aveva più caldo di quando si era trovato in strada e ciò non aveva nulla a che fare con lo sguardo della donna. Deyeniye, dyu ninte concion ca’l yet ye. Ecco cosa aveva detto. La maledetta lingua antica che gli sfuggiva di bocca senza che lui se ne accorgesse. Ormai pensava di essere riuscito a risolvere quel piccolo problema. Non c’era modo di sapere quando quei maledetti dadi avrebbero smesso di rotolare, o per quale motivo avevano cominciato a farlo. Meglio tenere lo sguardo basso e la bocca chiusa. Si assicurò di parlare nella lingua giusta quando disse: «Grazie, maestà.»

C’erano già delle risme di spessa carta color giallo chiaro sul ripiano del tavolo, che era dell’altezza giusta per scrivere. Mat appoggiò il cappello contro una gamba del tavolo. Nello specchio, poteva vedere la regina. Lo stava osservando. Perché aveva lasciato andare la lingua a quel modo? Intinse nell’inchiostro la penna d’oro — con cos’altro poteva scrivere una regina? — e formulò mentalmente il messaggio prima di riportarlo su carta. La mano gli sembrava impacciata e tozza. Non gli piaceva scrivere.

Ho seguito un’Amica delle Tenebre nel palazzo affittato da Jaichim Carridin. Una volta ha cercato di uccidermi e forse ha fatto lo stesso anche con Rand. È stata accolta come una vecchia amica.

Studiò il proprio messaggio per un momento, mordendo la penna prima di rendersi conto che stava rovinando un oggetto d’oro. Forse Tylin non se ne sarebbe accorta. Dovevano essere informate su Carridin. Cos’altro? Aggiunse qualche altra riga. L’ultima cosa che voleva era farle adirare.

Fate attenzione. Se dovete andare in giro per le case, lasciate che invii alcuni uomini con voi per evitare che qualcuno vi spacchi la testa. In ogni caso, non è ora di tornare da Egwene? Qui non c’è altro che caldo e mosche, e possiamo trovarli in abbondanza anche a Caemlyn.

Ecco fatto. Non potevano pretendere nulla di più gentile.

Tamponò la carta con cura e piegò il foglio. La sabbia in un vasetto d’oro copriva un tizzone. Ci soffiò sopra fino a quando divenne incandescente, poi lo usò per accendere una candela e prese la cera rossa.

Mentre la cera gocciava sui bordi della carta, Mat si ricordò di colpo di avere l’anello a sigillo in tasca. Era solo un oggetto che l’artigiano aveva realizzato per mostrare la sua bravura, ma sempre meglio di un mucchietto di cera. Il sigillo era solo di poco più lungo della chiazza di cera che si stava solidificando.

Per la prima volta, Mat guardò con attenzione l’anello che aveva comprato. Circondata da un motivo di falci di luna, una volpe che correva aveva sorpreso due uccelli facendoli volare via. Mat sorrise. Peccato che non era una mano, il simbolo della Banda. Ma era comunque appropriato. Di sicuro lui doveva essere furbo come una volpe per tenere testa a Nynaeve ed Elayne, e anche se loro non erano esattamente in fuga... E poi il medaglione l’aveva fatto affezionare alle volpi. Scrisse il nome di Nynaeve sul foglio, poi in un secondo momento aggiunse anche quello di Elayne. Una o l’altra, dovevano leggere quel messaggio quanto prima.

Mat si voltò tenendo la lettera sigillata davanti a sé e sussultò quando con le nocche sfiorò il seno di Tylin. Fece un salto indietro e andò contro lo scrittoio, guardandola stupito e cercando di non arrossire. La stava guardando in faccia, solo in faccia. Non l’aveva sentita avvicinarsi. Era meglio ignorare quel contatto furtivo per non imbarazzarla ulteriormente. Lei con ogni probabilità pensava che fosse un tipo goffo. «C’è qualcosa in questo messaggio che tu dovresti sapere, maestà.» Fra loro c’era spazio insufficiente perché potesse sollevare la lettera. «Jaichim Carridin riceve Amici delle Tenebre, e non per arrestarli.»

«Ne sei certo? Be’, direi di sì. Nessuno solleverebbe una tale accusa senza esserne sicuro.» La donna si fece pensierosa, ma poi scosse il capo e lo sguardo corrucciato scomparve. «Parliamo di cose più gradevoli.»

A Mat venne quasi da urlare. Aveva appena detto alla regina che l’ambasciatore dei Manti Bianchi alla sua corte era un Amico delle Tenebre e la sua sola reazione era stata una smorfia.

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