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La corona di spade

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La corona di spade
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La sua stanza nella parte frontale e della locanda, con le finestre che si affacciavano sulla piazza e, mentre stava per aprire la porta, sentì scricchiolare il pavimento alle sue spalle. In un centinaio di locande non se ne sarebbe nemmeno accorto, ma i pavimenti de La donna errante non scricchiolavano.

Si voltò indietro e... piroettò appena in tempo per far cadere il capello e afferrare con la mano sinistra il manganello che stava calando sulla sua testa. Il colpo gli tolse la sensibilità alla mano, ma oppose disperatamente resistenza mentre delle dita robuste gli affondavano nella gola, schiacciandolo contro la porta della sua stanza. La testa sbatté con un tonfo. Davanti agli occhi gli ballarono dei puntini argentati e neri che oscurarono il volto sudato davanti a lui. Mat vide solo un grosso naso e dei denti gialli, e anche quelli sembravano nebulosi. Si rese conto che stava per svenire: quelle dita stavano bloccando l’afflusso di sangue al cervello, oltre a impedirgli di respirare. Infilò la mano libera sotto la giubba, annaspando intorno all’elsa del pugnale come se le dita non ricordassero più a cosa servivano. Lasciò andare il manganello, lo vide sollevarsi, sapeva che gli avrebbe spezzato il cranio. Si concentrò e dopo aver estratto il pugnale dalla custodia tentò un affondo.

Al suo attacco fece eco un grido stridulo, e Mat si accorse appena del manganello che cadeva a terra, poiché l’uomo non aveva allentato la presa sulla sua gola. Mat, barcollante, lo spinse indietro cercando di allentare la stretta di ferro di quelle dita con una mano mentre continuava a colpire con il pugnale usando l’altra.

L’uomo cadde d’improvviso, scivolando dalla lama di Mat, che respirò boccate di aria dolcissima, quindi si appoggiò allo stipite di una porta per non cadere sul pavimento, da dove lo fissava un uomo dal volto e i baffi ricurvi tipici del Murandy, una giubba blu scuro che poteva essere quella di un ricco mercante. Non aveva affatto l’aspetto di un ladro.

Mat si accorse d’un tratto che erano passati oltre una porta aperta durante la colluttazione. Era una stanza più piccola della sua, senza finestre, con due lampade a olio su un tavolino accanto al letto che emanavano una luce soffusa. Un uomo dinoccolato e con i capelli chiari si alzò da una grande cassa aperta e fissò stranito il corpo. La cassa occupava quasi tutto lo spazio della stanza.

Mat aprì la bocca con l’intento di chiedere scusa per l’irruzione e l’altro afferrò un pugnale da dietro la cintura, un manganello da sotto al letto e balzò fuori dalla cesta per avventarsi contro di lui. Lo sguardo che aveva dato al cadavere non aveva mostrato nessuna sorpresa. Mat, ancora barcollante e appoggiato allo stipite, lanciò il pugnale e subito infilò la mano sotto la giubba per prenderne un altro. La lama si conficcò nella gola dell’uomo e Mat fu di nuovo sul punto di cadere, stravolta per il sollievo, mentre l’altro si divincolava, con il sangue che gli colava fra le dita, per ricadere poi nella cesta.

«È un bene essere fortunato» disse Mat rauco.

Ancora vacillante, liberò il pugnale, pulendolo sulla giubba grigia dello sconosciuto. Una giubba anche migliore dell’altra; sempre di lana, ma di taglio più elegante. Un signore di una casata minore non si sarebbe vergognato a indossarla. Andorano, a giudicare dal tipo di colletto. Mat ricadde sul letto guardando torvo l’uomo accasciato nella cesta. Un rumore gli fece alzare lo sguardo.

Vide il suo maggiordomo che stava cercando, con scarso successo, di nascondere una grossa padella, nera dietro la schiena. Nerim aveva sempre un assortiménto completo di pentole e di ogni altro oggetto che riteneva necessario al servitore di un lord durante un viaggio, il tutto stipato nella piccola stanza che condivideva con Olver accanto a quella di Mat. Era basso anche per essere Cairhienese, oltre che magrissimo. «Temo che il mio signore abbia di nuovo macchiato la giubba di sangue» mormorò melanconico. Il giorno che avesse avuto un tono di voce differente, il sole sarebbe sorto a ovest. «Mi piacerebbe che il mio signore fosse più accorto con i suoi indumenti. È molto difficile togliere il sangue da un abito senza che rimangano aloni, e gli insetti davvero non hanno bisogno di incoraggiamenti per mangiare la stoffa. In questo posto ce ne sono più di quanti ne abbia visti mai, mio signore.» Non fece parola dei due cadaveri, né di cosa aveva avuto intenzione di fare con quella padella.

Le grida avevano attirato l’attenzione di altri individui. La donna errante non era il tipo di locanda dove rientravano nella norma. Nel corridoio cominciò a sentirsi rumore di passi. Comare Anan spinse Nerim con fermezza e sollevò la gonna per scavalcare il corpo sul pavimento. Il marito la seguì, un uomo dal volto squadrato con i capelli grigi e il doppio orecchino al lobo sinistro dell’Antica e Onorevole Lega delle Reti. Le due pietre bianche nell’anello inferiore dicevano che possedeva altre barche oltre quella di cui era capitano. Jasfer Anan era uno dei motivi per cui Mat faceva attenzione a non sorridere troppo a nessuna delle figlie della locandiera. L’uomo portava un coltello da lavoro dietro la cintura e un pugnale con la lama ricurva, e la lunga veste verde e blu rivelava braccia e petto segnati da cicatrici di duelli: lui era vivo, mentre quasi tutti gli uomini che avevano causato quelle ferite non lo erano più.

Un altro motivo di prudenza era Setalle Anan, la locandiera in persona. Mat prima di quel momento non aveva mai distolto l’attenzione da una ragazza per via della madre, anche quando la madre in questione era la proprietaria del posto dove lui si trovava a dormire, ma comare Anan aveva i suoi metodi. I grandi anelli d’oro che portava alle orecchie dondolarono mentre osservava il cadavere senza battere ciglio. Era carina anche se aveva i capelli grigi, e il pugnale nuziale era infilato fra due rotondità che di solito avrebbero attirato il suo sguardo come una falena su una candela, eppure guardarla in quel modo sarebbe stato un po’ come guardare... no, non sua madre. Un’Aes Sedai forse — anche se le aveva guardate comunque — o la regina Tylin, che la Luce lo aiutasse. Mat non capiva bene perché. Erano i modi di quella donna. Era difficile pensare di fare qualcosa che potesse offendere Setalle Anan.

«Uno di loro mi ha assalito nel corridoio» Mat colpì leggermente la cassa; suonò vuota nonostante il corpo che conteneva, con le braccia e le gambe che penzolavano fuori. «In questa qui c’è solo un cadavere. Suppongo che intendessero riempirla con qualsiasi cosa fossero riusciti a rubare.» Forse il suo oro? Improbabile che avessero sentito parlare della vincita, era successo solo poche ore prima, ma avrebbe comunque chiesto a comare Anan di custodirlo in un posto sicuro.

La donna annuì con calma, gli occhi nocciola erano sereni. Due uomini pugnalati nella sua locanda non la sconvolgevano affatto. «Hanno insisto per portarla su da soli. Sostenevano che conteneva il loro campionario. Hanno preso la stanza poco prima che tu arrivassi. Hanno detto che era solo per poche ore, per dormire prima di imbarcarsi verso Nor Chasen.» Era un piccolo villaggio sulla costa est, ma era difficile che le avessero detto la verità. Il tono di voce di comare Anan implicava esattamente quello. La donna guardò i due cadaveri e sembrava volesse riportarli in vita per porre loro qualche domanda. «Ci hanno messo un po’ a scegliere la stanza. Quello con i capelli chiari era al comando. Ha rifiutato le prime tre che gli ho offerto, poi ha accettato questa, che in realtà è destinata ai servitori. Credevo che fosse solo tirchio.»

«Anche un ladro può avere le corde del borsellino corte» rispose distrattamente Mat. Adesso quei maledetti dadi nella sua testa — una testa che gli avrebbero spaccato di sicuro se quel tizio non avesse messo il piede sull’unico asse scricchiolante di tutta la locanda — avevano una ragione valida per fermarsi, ma rotolavano. Non gli piaceva per niente.

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