Il regno dei lupi. La regina dei draghi. [A Clash of Kings - it]
- Автор: Мартин Джордж Рэймонд Ричард
- Серия: Cronache del ghiaccio e del fuoco #2
- Год: 2001
- Язык: итальянский
- Год: Mondadori
- ISBN: 88-04-49654-1
- Переводчик: Sergio Altieri
- Жанр: Фэнтези
Электронная книга - «Il regno dei lupi. La regina dei draghi. [A Clash of Kings - it]». Краткое содержание книги:
Due uomini dei Glover partirono in un ritmo vorticoso d’arco e cornamusa. Mors Umber fu il primo a lanciarsi nelle danze. Prese al volo una servetta che passava, mandando la caraffa di vino che la ragazza stava trasportando a infrangersi sul pavimento. Tra i residui di pane e gli ossi rosicchiati disseminati fra le pietre, Umber la sollevò di peso e la fece volteggiare in aria. La ragazza rise di gusto, arrossendo mentre le sue sottane si gonfiavano.
Ben presto, molti altri si unirono alla danza. Hodor ballò tutto da solo, lord Wyman chiese di ballare alla piccola Beth Cassel. Considerando la sua stazza, il signore di Porto Bianco si muoveva con splendida grazia. Quando lui si stancò, fu Cley Cerwyn a continuare con Beth. Ser Rodrik invitò lady Hornwood, ma la nobildonna chiese di essere scusata e lasciò la festa. Bran rimase a guardare le danze quanto bastava per apparire cortese, poi mandò a chiamare Hodor. Si sentiva stanco e accaldato, la testa gli girava per il vino, e guardare gli altri che ballavano lo rendeva triste. Un’altra cosa che non sarebbe mai stato in grado di fare.
«Voglio andare.»
«Hodor» confermò Hodor, mettendosi in ginocchio. Maestro Luwin e Testa di fieno sollevarono Bran e lo sistemarono nel cesto sulla schiena dello stalliere dalla mente semplice. Gli uomini e le donne di Grande Inverno avevano assistito a quel rituale centinaia di volte, ma senza dubbio doveva apparire strano agli ospiti, alcuni dei quali furono più curiosi che educati. Bran sentì fin troppi sguardi su di sé.
Se ne andarono da una porta sul retro, invece che attraversare l’intera lunghezza della sala, con Bran che chinava prudentemente la testa per passare. Nel corridoio scarsamente illuminato fuori della sala grande, trovarono Joseth, mastro dei cavalli, impegnato in tutt’altro genere di cavalcata. Joseth aveva spinto contro la parete una donna che Bran non conosceva, le gonne sollevate fino alla vita. La donna continuò a ridacchiare fino a quando Hodor non si fermò a guardare. A quel punto, si mise a urlare.
«Lasciali stare, Hodor» comandò Bran. «Portami nella mia camera.»
Hodor salì la scala a spirale della torre e s’inginocchiò presso una delle sbarre di ferro che Mikken, il fabbro, aveva conficcato nei muri. Bran si afferrò alle sbarre per raggiungere il letto e Hodor gli sfilò le brache e gli stivali.
«Adesso puoi tornare pure alla festa» concesse Bran «ma non dare fastidio a Joseth e a quella donna.»
«Hodor» approvò Hodor, annuendo.
Bran spense la candela accanto al suo letto con un soffio. Le tenebre calarono su di lui simili a una morbida, antica coperta. Musica attutita arrivava dalla finestra.
All’improvviso gli tornò alla mente qualcosa che suo padre gli aveva detto molto tempo prima. Lui aveva chiesto a lord Eddard se quelli della Guardia reale fossero davvero i più valorosi cavalieri dei Sette Regni.
«Non più» aveva risposto lord Eddard. «Ma un tempo erano una meraviglia, un luminoso esempio per il mondo intero.»
«E chi di loro era il migliore?»
«Ser Arthur Dayne. Era lui il più coraggioso cavaliere che io abbia mai incontrato. Combatteva con una spada chiamata Alba, forgiata dal cuore di una stella caduta dai cieli. Lo chiamavano “Spada dell’alba”… e mi avrebbe ucciso se non fosse stato per Howland Reed.»
Ma, nel pronunciare queste parole, il lord suo padre s’era rattristato, e non aveva aggiunto altro. Adesso, quanto Bran avrebbe voluto saperne di più…
Si addormentò con la testa piena di cavalieri splendenti nelle loro armature, che combattevano con spade scintillanti come il fuoco delle stelle. Ma quando il sogno tornò, lui si ritrovò di nuovo nel parco degli dei.
Gli odori della cucina e delle sala grande erano talmente forti che gli parve di non essersi mai allontanato dalla festa. Scivolò tra gli alberi, suo fratello subito dietro di lui. La notte era viva e selvaggia, piena degli ululati del branco delle creature-uomo. Questi suoni lo rendevano inquieto. Voleva correre, cacciare. Voleva…
Udì un rumore di ferro e tese le orecchie. Anche suo fratello lo aveva udito. Corsero nel fitto sottobosco, dirigendosi verso il punto da cui il suono si era originato, e costeggiarono l’acqua immobile di fronte all’antico albero pallido. Lui percepì l’odore di uno sconosciuto, l’odore della creatura-uomo, insieme a quello del cuoio, della terra, del ferro.
Gli intrusi si erano spinti solo poche iarde nel parco degli dei quando lui fu su di loro. Si trattava di una femmina e di un giovane maschio. Non c’era nemmeno un frammento di paura in loro, neppure quando lui snudò le zanne. Suo fratello emise un ringhio di minaccia, ma nemmeno allora le due creature-uomo fuggirono.
«Eccoli che vengono» disse la femmina. “Meera” sussurrò una qualche parte di lui, memoria di ragazzo dormiente perduto in un sogno di lupi. «Avresti mai immaginato che sarebbero stati così grossi?»
«E diventeranno ancora più grossi quando saranno cresciuti del tutto» rispose il giovane maschio, senza smettere di osservarli con quei suoi grandi occhi verdi, occhi privi di qualsiasi timore. «Quello nero è pieno di paura e di furia, ma quello grigio è forte… Più forte di quanto si renda conto… Riesci a sentirlo, sorella?»
«No.» La femmina spostò la mano sull’impugnatura del suo lungo coltello marrone. «Fa’ attenzione, Jojen.»
«Non mi farà del male. Non è questo il giorno della mia morte.» Il maschio si diresse verso di loro, senza paura, allungò una mano e gli sfiorò il muso. Un tocco lieve come brezza d’estate. Eppure, al contatto delle dita, il bosco si dissolse e il terreno sotto i suoi piedi divenne fumo, un abisso vorticante, pieno di derisione, verso cui lui cominciò a cadere, cadere, cadere…
CATELYN
Fece un sogno, dormendo tra quelle colline coperte d’erba. Nel sogno, Bran era di nuovo integro, Arya e Sansa si tenevano per mano e Rickon era ancora un infante al suo seno. Robb, senza corona, giocava con una spada di legno. E quando tutti loro furono al sicuro, dormendo sonni quieti, c’era Ned ad attenderla nel loro letto. Ned che le sorrideva.
Era un sogno delicato, dolce, ma svanito troppo presto. L’alba giunse crudele, un pugnale di luce. Lei si svegliò dolorante e da sola e stanca. Stanca di cavalcare e di soffrire. Stanca del dovere. “Ho voglia di piangere” pensò. “Ho voglia di essere sciocca e spaventata, anche solo per un momento. Per un fugace momento. Un giorno… un’ora…”
Fuori della sua tenda, gli uomini cominciavano a muoversi. Udì i cavalli che nitrivano, Shadd che si lamentava della schiena rigida, ser Wendel che reclamava il suo arco. Catelyn avrebbe voluto che tutto questo si dissolvesse. Erano bravi uomini, leali, ma lei ne aveva comunque abbastanza di loro. Erano i suoi figli che voleva. Un giorno, promise in silenzio ostinandosi a rimanere sdraiata, un giorno avrebbe permesso a se stessa di essere meno forte.
Ma non oggi. Non poteva farlo quel giorno.
Le dita le parvero più maldestre del solito mentre cercava di allacciarsi i vestiti. Sapeva che avrebbe dovuto essere grata per il fatto di riuscire ancora a usarle, le sue mani. Il pugnale era di acciaio di Valyria, e l’acciaio di Valyria morde duro, in profondità. Le bastava appena un’occhiata alle cicatrici per ricordare quanto in profondità.
Fuori della tenda, Shadd stava rimescolando dell’avena in una marmitta, mentre ser Wendel Manderly controllava la tensione della corda del proprio arco.
«Mia signora» la salutò questi quando Catelyn apparve fuori della tenda. «Ci sono volatili tra l’erba. Gradiresti una quaglia arrosto per colazione?»
«Pane e avena saranno sufficienti… per tutti noi, credo. Abbiamo ancora molte leghe da percorrere, ser Wendel.»
«Come desideri, mia signora.» Sul faccione di luna piena del cavaliere apparve un’espressione depressa. «Pane e avena, certo. Niente di meglio…»