L’Isola Misteriosa [L'Île mystérieuse - it]
- Автор: Верн Жюль Габриэль
- Год: 1964
- Язык: итальянский
- Год: U. Mursia editore
- Переводчик: Lorenza Ester Aghito
- Жанр: Научная фантастика
Электронная книга - «L’Isola Misteriosa [L'Île mystérieuse - it]». Краткое содержание книги:
«Perché sono qui?… Con qual diritto m’avete strappato al mio isolotto?… Può esservi forse un vincolo qualsiasi tra voi e me?… Sapete chi sono… che cosa ho fatto… perché ero laggiù… solo? E chi vi dice che non mi ci abbiano abbandonato?… e ch’io non fossi condannato a morire là?… Conoscete voi il mio passato?… Sapete s’io abbia rubato, assassinato… Se non sia un miserabile… un essere maledetto… buono solo a vivere come una bestia selvaggia… lontano da tutti… Dite… lo sapete voi?»
I coloni ascoltavano senza interrompere lo sciagurato, al quale quelle mezze confessioni sfuggivano, per così dire, suo malgrado. Cyrus Smith volle allora avvicinarglisi per calmarlo, ma quegli indietreggiò vivamente.
«No, no!» gridò. «Una parola soltanto… Sono libero?»
«Siete libero!» rispose l’ingegnere.
«Addio, dunque!» gridò, e fuggì come un pazzo. Nab, Pencroff, Harbert, corsero subito verso il margine del bosco… ma ritornarono soli.
«Bisogna lasciarlo fare!» disse Cyrus Smith.
«Non ritornerà mai più!» gridò Pencroff.
«Ritornerà» rispose l’ingegnere.
E, da allora, molti giorni passarono; ma Cyrus Smith — era una specie di presentimento? — persiste nell’incrollabile idea che lo sventurato sarebbe, presto o tardi, ritornato.
«È l’ultima rivolta in quella rozza natura,» diceva «toccata dal rimorso e che un nuovo isolamento, ormai, spaventerebbe.»
Intanto, tutti i lavori furono continuati, sull’altipiano di Bellavista e al recinto, dove Cyrus Smith aveva l’intenzione di erigere una fattoria. È inutile dire che le sementi raccolte da Harbert all’isola di Tabor erano state accuratamente seminate. L’altipiano formava allora un vasto orto, ben disegnato, ben tenuto, che non lasciava inoperose le braccia dei coloni. Là c’era sempre da lavorare. A mano a mano che i legumi e gli ortaggi s’erano moltiplicati, era stato necessario ingrandire le semplici aiuole, che tendevano a diventare dei veri campi, a detrimento dei pascoli. Ma il foraggio abbondava nelle altre parti dell’isola e gli onagri non avevano da temere di essere messi a razione. Era meglio, del resto, trasformare in orto l’altipiano di Bellavista, difeso dalla sua profonda cintura di piccoli corsi d’acqua, e lasciar fuori le praterie, che non avevano bisogno d’essere protette dalle depredazioni dei quadrumani e dei quadrupedi.
Il 15 novembre venne fatta la terza mietitura. Il campo era naturalmente molto cresciuto in superficie, nei diciotto mesi da che il primo frumento era stato seminato! Il secondo raccolto di seicentomila chicchi produsse questa volta quattromila staia, ossia più di cinquecento milioni di chicchi! La colonia era ricca ora di frumento, poiché bastava seminarne una dozzina di staia per assicurare il raccolto ogni anno e perché tutti, uomini e bestie, potessero nutrirsi.
La mietitura fu fatta e l’ultima quindicina del mese di novembre fu consacrata ai lavori di panificazione.
Infatti, c’era il grano, ma non la farina, e fu dunque necessaria la costruzione di un mulino. Cyrus Smith avrebbe potuto utilizzare la seconda cascata, che si scaricava nel Mercy, per far funzionare il suo motore, la prima essendo già occupata a muovere i pestelli della gualchiera; ma dopo aver discusso, fu deciso di costruire un semplice mulino a vento sulle alture di Bellavista. Costruire l’uno non era più difficile che costruire l’altro, ed era certo, d’altra parte, che la forza non sarebbe mancata su quell’altipiano, esposto a tutti i venti del mare aperto.
«Senza contare» disse Pencroff «che il mulino a vento sarà più allegro e farà un bell’effetto nel paesaggio!»
I coloni si misero, dunque, all’opera, scegliendo legname da costruzione per la gabbia e il meccanismo del mulino. Alcune grosse pietre di grès, che si trovavano a nord del lago, potevano facilmente trasformarsi in macine, e quanto alle ali, l’inesauribile involucro del pallone fornì la tela necessaria.
Cyrus Smith tracciò i piani, e l’area per il mulino fu scelta un po’ a destra del pollaio, vicino alla riva del lago. Tutta la gabbia doveva posare su di un perno piantato in grossi travi, in modo da poter girare con tutto il meccanismo, a seconda delle esigenze del vento.
Questo lavoro fu rapidamente compiuto. Nab e Pencroff erano diventati abilissimi carpentieri e non avevano che da attenersi alle sagome fornite dall’ingegnere. Così una specie di garitta cilindrica, un vero macinino da pepe, sormontata da un tetto aguzzo, si elevò in poco tempo nel luogo designato. I quattro telai che costituivano le ali erano stati solidamente impiantati nell’albero, in modo da formare con esso un determinato angolo e vi furono fissati con tenoni di ferro. Le diverse parti del meccanismo interno, il tamburo destinato a contenere le due macine, la macina fissa e quella girante, la tramoggia, specie di grande cassa quadrata, larga in alto, stretta in basso, che doveva permettere ai chicchi di cadere sulle macine, la vaschetta oscillante destinata a regolare il passaggio del grano, alla quale il suo perpetuo tictac ha fatto dare il nome di «chiacchierona» e per finire il buratto che, mediante la stacciatura, separa la crusca dalla farina, tutto venne costruito senza fatica. Gli attrezzi erano buoni e il lavoro fu poco difficile, essendo le parti di un mulino molto semplici. Fu solo questione dì tempo.
Tutti avevano lavorato alla costruzione del mulino e il primo di dicembre era già ultimato.
Pencroff, come sempre, era entusiasta della sua opera e non dubitava che l’apparecchio fosse perfetto.
«Adesso, un buon vento,» disse «e macineremo facilmente il nostro primo raccolto!»
«Un buon vento, sì,» rispose l’ingegnere «ma non troppo, Pencroff.»
«Bah! Il nostro mulino girerà più presto!»
«Non è necessario che giri tanto velocemente» rispose Cyrus Smith. «Si sa per esperienza che un mulino dà il massimo rendimento quando il numero dei giri delle ali in un minuto è pari a sei volte il numero dei piedi percorsi dal vento in un secondo. Con una brezza media, che dia ventiquattro piedi al secondo, le ali faranno sedici giri al minuto, e di più non ne occorre!»
«Appunto!» esclamò Harbert «soffia un vento maneggevole da nordest, che farà proprio al caso nostro!»
Non c’era alcuna ragione di ritardare l’inaugurazione del mulino, poiché i coloni avevano fretta di gustare il primo pezzo di pane dell’isola di Lincoln. Quel giorno, quindi, nella mattinata, due o tre staia di frumento furono macinate e il giorno seguente, a colazione, una magnifica pagnotta, forse un po’ compatta, benché lievitata col lievito di birra, compariva sulla tavola di GraniteHouse. Ognuno vi affondava i denti, e con qual piacere è facile comprendere, del resto!
Intanto, lo sconosciuto non era ricomparso. Più volte Gedeon Spilett e Harbert avevano percorso la foresta nei dintorni di GraniteHouse, senza incontrarlo, senza trovarne traccia. I coloni erano seriamente inquieti di questa sparizione prolungata. Certamente, l’antico selvaggio dell’isola di Tabor non poteva sentirsi a disagio in mezzo alle foreste del Far West, così ricche di selvaggina; ma non c’era da temere ch’egli riprendesse le sue abitudini e che quell’indipendenza risvegliasse i suoi istinti feroci? Tuttavia Cyrus Smith, forse per una specie di presentimento, persisteva sempre a dire che il fuggitivo sarebbe ritornato.
«Sì, ritornerà!» ripeteva con una fiducia, che i suoi compagni non potevano condividere. «Quando quel disgraziato era all’isola di Tabor si sapeva solo! Qui invece, sa che i suoi simili l’aspettano! Poiché ha già a metà parlato della sua vita passata, quel poveretto ritornerà per narrarcela tutta intera, e quel giorno egli sarà nostro.»
Gli avvenimenti si preparavano a dar ragione a Cyrus Smith.