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I fuochi del cielo

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I fuochi del cielo
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Prima che potesse aprire bocca, Tallanvor disse: «Dobbiamo andare da Gareth Bryne. Ci sono sentimenti di ostilità fra le grandi casate, mia regina, ma con Gareth Bryne al tuo seguito giureranno nuovamente di esserti leali, solo perché sanno che è in grado di vincere ogni battaglia.»

Morgase strinse forte i denti per non rispondere con un rifiuto immediato. Bryne era un traditore. Ma era anche uno dei migliori generali ancora in vita. La sua presenza sarebbe stata un argomento convincente quando avrebbe dovuto far dimenticare a Pelivar e gli altri che li aveva messo al bando. Molto bene. Senza dubbio sarebbe scattato all’idea di tornare capitano comandante delle guardie della regina. In caso contrario, se la sarebbe cavata bene anche senza di lui.

Quando il sole raggiunse l’orizzonte si trovavano a otto chilometri di distanza da Caemlyn e cavalcavano duramente verso le Sorgenti di Kore.

La notte era il momento in cui Padan Fain si sentiva maggiormente a suo agio. Mentre camminava sui tappeti che adornavano i corridoi della Torre Bianca, sembrava che l’oscurità esterna creasse un manto per nasconderlo ai suoi nemici, malgrado le lampade da terra, dorate e specchiate, che gli illuminavano il cammino. Una sensazione falsa, lo sapeva; i suoi nemici erano molti e ovunque. Proprio in quel momento, come in ogni ora di veglia, poteva percepire Rand al’Thor. Non dove fosse, ma che era ancora vivo, da qualche parte. Ancora vivo. Era un dono che aveva ricevuto a Shayol Ghul, nel Pozzo del Destino, quella consapevolezza dell’esistenza di al’Thor.

La mente dell’uomo si distolse dal ricordo di quanto gli era stato fatto nel Pozzo. Lì era stato distillato, ricreato. Ma più tardi, ad Aridhol, era rinato. Rinato per sconfiggere vecchi e nuovi nemici.

Poteva percepire qualcos’altro mentre camminava per i corridoi vuoti della Torre, un oggetto che era suo e che gli era stato rubato. Un desiderio acuto lo guidava in quel momento anche più forte di quello della morte di al’Thor o della distruzione della Torre, o della vendetta sui suoi nemici atavici. Il bisogno di essere di nuovo integro.

La porta dai pesanti pannelli aveva dei grandi cardini e delle barre di ferro, oltre a un lucchetto di metallo nero grosso quanto la sua testa. Poche erano le porte nella Torre che venivano chiuse — chi avrebbe osato rubare sotto agli occhi delle Aes Sedai? Eppure alcune cose la Torre le considerava troppo pericolose per lasciarle facilmente accessibili. Le più pericolose di tutte erano custodite dietro questa porta, al sicuro dietro un grosso lucchetto.

Ridacchiando sommessamente estrasse due sottili barrette di metallo dalla tasca della giubba, le inserì nella serratura, sondando, premendo, torcendo. Con un lento scatto il chiavistello arretrò. Per un momento il piccolo uomo si accasciò contro la porta, ridendo rauco. Protetto da un grosso lucchetto. Circondato dal potere delle Aes Sedai e difeso dal semplice metallo. Anche le cameriere e le novizie a quell’ora dovevano aver finito di svolgere i loro compiti, ma qualcuna poteva ancora essere sveglia e passare per caso. Moti di riso occasionali ancora lo scuotevano mentre si rimetteva in tasca gli arnesi da scasso estraendo una grande candela di cera d’api, che accese da una delle lampade vicine.

Tenne alta la candela mentre si richiudeva la porta alle spalle, guardandosi attorno. Lungo le pareti erano disposti alcuni scaffali, pieni di semplici scatole, casse decorate di varie dimensioni e forme, piccole statuine di osso o avorio o un altro materiale scuro, oggetti di metallo, vetro e cristallo che risplendevano alla luce delle lampade. Nulla che sembrasse pericoloso. La polvere copriva tutto, anche le Aes Sedai venivano raramente in questo luogo e non permettevano a nessun altro di entrare. Ciò che stava cercando lo attirava.

Su un mobile che gli arrivava alla vita c’era una scatola di metallo scuro. La aprì, ed essa rivelò delle pareti di piombo spesse cinque centimetri, con all’interno appena lo spazio sufficiente per contenere un pugnale ricurvo in una custodia dorata, e un grande rubino incastonato sul manico. Né l’oro né il rubino, che splendeva scuro come il sangue, lo interessavano. Per sbrigarsi versò un po’ di cera di fianco alla scatola e afferrò l’arma.

Sospirò non appena l’ebbe toccata, stiracchiandosi languidamente. Era di nuovo integro, una sola cosa con l’oggetto che una volta lo legava a quello che gli aveva davvero dato la vita.

I cardini di ferro scricchiolarono leggermente e l’uomo scattò verso la porta snudando la lama ricurva. La donna dai capelli biondo chiaro che l’aveva aperta ebbe appena il tempo di spalancare la bocca e di accennare un balzo indietro, prima che la colpisse su una guancia. Con lo stesso movimento l’uomo gettò la custodia e l’afferrò per un braccio, facendola volare al di là di lui, nel magazzino. Quindi si sporse dal vano della porta e scrutò nel corridoio. Sempre vuoto.

Prese tempo ritirando la testa e chiudendo di nuovo l’uscio. Sapeva cosa avrebbe trovato.

La giovane donna giaceva a terra in preda alle convulsioni, tentando di gridare senza riuscirci. Si era portata le mani davanti al viso già livido e tumefatto oltre ogni limite, un nero gonfiore le scendeva sulle spalle, come olio denso. L’abito bianco candido con delle bande colorate sull’orlo si agitava mentre si muoveva inutilmente a tentoni. Fain si leccò una macchia di sangue sulla mano e rise mentre raccoglieva la custodia.

«Sei una sciocca.»

Padan Fain si girò di scatto protendendo il pugnale, ma l’aria intorno a lui sembrò divenire solida, bloccandolo dal collo fino alla pianta dei piedi. Rimase lì, sulle punte, con la lama protesa per colpire, fissando Alviarin che si chiudeva la porta alle spalle e ci si appoggiava contro per osservarlo. Stavolta non aveva fatto rumore. Quello sommesso delle scarpe della ragazza morente che strusciavano sul pavimento di pietra non avrebbe mai potuto mascherarlo. L’uomo batté le palpebre per rimuovere il sudore dagli occhi, che avevano iniziato a bruciargli.

«Pensavi davvero» proseguì l’Aes Sedai «che non avessimo piazzato una guardia su questa porta, che non ci fosse nessun controllo? Su quel lucchetto ce ne era una. Il compito di quella sciocca stanotte era di controllarlo. Se avesse fatto quello che doveva, ti saresti ritrovato addosso una dozzina di Custodi e altrettante Aes Sedai. Sta pagando il prezzo della sua stupidità.»

L’agitazione alle spalle dell’uomo cessò e questi strinse gli occhi. Alviarin non apparteneva all’Ajah Gialla, ma nonostante ciò avrebbe potuto compiere un tentativo di guarire quella ragazza. E non aveva fatto risuonare l’allarme che avrebbe dovuto dare la giovane Ammessa, o non sarebbe stata da sola. «Tu appartieni all’Ajah Nera» mormorò Fain.

«Un’accusa pericolosa» rispose questa con calma. Non era chiaro per chi dei due lo fosse. «Siuan Sanche ha cercato di proclamare che l’Ajah Nera esisteva sul serio, quando è stata interrogata. Ci ha pregato di lasciarla raccontare. Elaida non voleva stare ad ascoltare e non lo farà nemmeno adesso. Le storie sull’Ajah nera sono una sporca calunnia contro la Torre.»

«Tu appartieni all’Ajah Nera» ripeté a voce più alta.

«Vuoi rubarlo?» Da come la donna si era rivolta a Fain, sembrava che questi non avesse parlato. «Il rubino non vale l’impresa, Fain. O qualunque sia il tuo nome. Quella lama è contaminata a tal punto che nessuno tranne uno sciocco la toccherebbe se non con delle pinze, o vi resterebbe vicino un momento più del necessario. Puoi vedere cos’ha causato a Verine. Allora perché sei venuto qui e ti sei diretto subito verso qualcosa che avresti dovuto ignorare fosse conservata qui? Non puoi aver avuto tempo per nessuna ricerca.»

«Potrei liberarmi di Elaida per te. Un tocco con questo e anche la guarigione non le servirebbe a nulla.» Cercò di fare un gesto con il pugnale, ma non poté muoversi di un millimetro. Se fosse dipeso da lui, Alviarin ormai sarebbe morta. «Potresti essere la prima nella Torre, non la seconda.»

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