I fuochi del cielo
- Автор: Джордан Роберт
- Серия: La Ruota del Tempo #5
- Язык: итальянский
- Переводчик: Valeria Ciocci
- Жанр: Фэнтези
Электронная книга - «I fuochi del cielo». Краткое содержание книги:
Fu solo quando vide nel corridoio volti di vecchi intorno a lei, le guance rugose e spesso le schiene ricurve, che divenne consapevole di dove si trovasse. Le residenze dei pensionati. Alcuni inservienti ritornavano dalle loro famiglie quando invecchiavano, ma altri erano stati così a lungo nel palazzo che non riuscivano a pensare a nessun altro tipo di vita. Qui avevano i loro piccoli appartamenti, i loro giardini ombreggiati e gli spaziosi cortili. Morgase ne integrava la pensione lasciando che comperassero il cibo tramite le cucine del palazzo a prezzi inferiori e che fossero curati nell’infermeria della regina. Inchini e riverenze incerti la seguirono, come pure dei mormorii, «la Luce risplenda su di te, mia regina» e «la Luce ti benedica, mia regina» o «la Luce ti protegga, mia regina.» Morgase ricambiò con fare assente. Adesso sapeva dove stava andando.
La porta della camera di Lini era come le altre lungo il corridoio dalle mattonelle verdi, prive di decorazioni a parte le incisioni del leone rampante di Andor. Non pensò di bussare prima di entrare, era la regina e questo il suo palazzo. La vecchia nutrice non era lì, anche se la teiera fumante nel caminetto di mattoni lasciava intendere che non sarebbe stata via a lungo.
Le due piccole stanze erano arredate con cura, il letto fatto a dovere, le due sedie perfettamente allineate al tavolo, nel bel mezzo del quale un vaso blu conteneva un piccolo mazzo di fiori. Lini aveva sempre creduto nell’ordine. Morgase era pronta a scommettere che dentro al guardaroba in camera da letto ogni abito era sistemato rigorosamente, lo stesso valeva per le pentole nella credenza di fianco al camino nell’altra stanza.
Sei miniature d’avorio dipinto in un piccolo espositore di legno erano allineate sulla mensola del camino. Come avesse fatto Lini a comperarsele con lo stipendio da nutrice non riusciva a capire, ma certo non poteva rivolgerle una tale domanda. A coppie, raffiguravano tre giovani donne e le stesse da bambine. Elayne era presente e anche lei. Prese la copia di sé a quattordici anni, una ragazzina vivace e snella, non poteva credere di avere mai avuto un’espressione così innocente. Aveva indossato quel vestito di seta color avorio il giorno che si era recata alla Torre Bianca senza mai immaginare che sarebbe stata regina, nella speranza di diventare un giorno Aes Sedai.
Con fare assente si mise a giocare con l’anello del Gran Serpente sulla mano sinistra. Non se lo era guadagnato, non esattamente. Le donne che non potevano incanalare non venivano ricompensate con l’anello. Ma poco prima del sedicesimo compleanno era ritornata per la pretesa alla corona di rose nel nome della casata Trakand e quasi due anni dopo, quando conquistò il regno, le venne offerto l’anello. Per tradizione l’erede al trono di Andor veniva sempre addestrata alla Torre e come riconoscimento dello storico supporto di Andor le veniva sempre dato l’anello anche se non poteva incanalare. Come Ammessa era stata solo l’erede della casata Trakand, ma l’aveva ricevuto una volta che la corona delle rose fu sulla sua testa.
Rimettendo a posto la propria statuina prese quella di sua madre, forse all’età di due anni. Lini era stata la nutrice di tre generazioni di donne Trakand. Maighdin Trakand era bellissima. Morgase si ricordava di quel sorriso di una madre amorevole. Era Maighdin che era ascesa al trono del Leone. Ma la febbre l’aveva stroncata e lei, che era solo una ragazza, si era ritrovata nella posizione più elevata della casata Trakand, nel mezzo di una lotta per il regno senza nessun altro supporto dalla sua casata e il bardo di corte. Ho conquistato il trono del Leone. Non mi arrenderò e non assisterò alla sua usurpazione da parte di un uomo. Per mille anni una regina ha governato Andor e non lascerò che questo finisca! si disse.
«Stai di nuovo frugando fra le mie cose, vero, bambina?»
Quella voce fece scattare dei riflessi incondizionati da lungo tempo sopiti. Morgase si era nascosta la miniatura dietro la schiena prima che potesse rendersene conto. Scuotendo mestamente la testa rimise a posto la statuina nell’espositore. «Non sono più una bambina nel nido, Lini. Devi ricordarlo, o un giorno, da qualche parte, dirai cose che mi costringeranno a prendere provvedimenti.»
«A mio collo è vecchio e scarno» rispose Lini, appoggiando un cestino di carote e rape sul tavolo. Sembrava fragile con il vestito grigio, i capelli bianchi legati dietro la nuca in una crocchia che incorniciava un viso sottile e la pelle che somigliava a carta pergamena, ma la schiena era dritta, la voce limpida e ferma e gli occhi scuri attenti come sempre. «Se vuoi consegnarlo al boia, io ho comunque quasi finito di usarlo. ‘Un vecchio ramo contorto smussa la lama che taglia gli alberelli’.»
Morgase sospirò. Lini non sarebbe mai cambiata. Non avrebbe fatto la riverenza nemmeno se l’avesse guardata l’intera corte. «Diventi più dura man mano che invecchi. Non sono sicura che il boia abbia una lama abbastanza affilata per il tuo collo.»
«È da un po’ che non vieni a trovarmi, per cui immagino che ci sia qualcosa che hai bisogno di analizzare. Quando eri nel nido d’infanzia e anche dopo, accorrevi da me quando non riuscivi a capire da sola qualcosa. Vuoi che faccia del tè?»
«Da un po’ di tempo, Lini? Vengo a trovarti ogni settimana e c’è da meravigliarsi che ci riesca, visto il modo in cui ti rivolgi a me. Non esiterei a mandare in esilio la dama più in vista di Andor se mi dicesse la metà di quello che mi hai detto tu.»
Lini la guardò severa. «Non varchi la mia soglia fin dalla primavera. E ti parlo come ho sempre fatto. Sono troppo vecchia per cambiare. Vuoi il tè?»
«No.» Morgase si portò confusa una mano alla testa. Andava a trovare Lini ogni settimana. Riusciva a ricordare... no, non ricordava. Gaebril aveva riempito talmente il suo tempo che a volte era difficile pensare a qualsiasi cosa che non riguardasse lui. «No, non voglio del tè. Non so perché sono venuta. Non puoi aiutarmi con il problema che ho.»
La vecchia nutrice sbuffò, anche se fece in modo di rendere il suono delicato. «Il tuo problema è con Gaebril, vero? Solo che adesso hai pudore di dirmelo. Ragazza, ti ho cambiata quando eri nella culla, ti ho accudita quando eri malata e vomitavi, e ti ho insegnato quello che dovevi sapere degli uomini. Non ti sei mai vergognata al punto di non parlare di qualcosa con me e questo non è il momento di iniziare.»
«Gaebril?» Morgase sgranò gli occhi. «Lo sai? Ma come?»
«Oh, bambina» le disse Lini tristemente, «tutti lo sanno, anche se nessuno ha il coraggio di dirtelo. Io lo avrei fatto se non avessi smesso di venire a trovarmi, ma non è certo una questione per cui potevo essere io a cercarti, giusto? È il tipo di faccenda alla quale una donna non vuole credere fino a quando non la scopre da sola.»
«Di cosa stai parlando?» chiese Morgase. «Era tuo dovere informarmi se sapevi qualcosa, Lini. Era dovere di tutti! Luce, sono l’ultima ad averlo capito e adesso potrebbe essere troppo tardi per fermarlo!»
«Troppo tardi?» chiese Lini incredula. «Perché dovrebbe essere troppo tardi? Impacchetta Gaebril e caccialo dal palazzo, fuori da Andor, insieme ad Alteima e le altre con lui ed è fatta. Davvero troppo tardi?»
Per un momento Morgase non riuscì a parlare. «Alteima,» ripeté «e... le altre?»
Lini la fissò, quindi scosse il capo disgustata. «Sono una vecchia sciocca, il mio spinto è arido. Be’, adesso lo sai. ‘Quando il miele è fuori dal favo, non c’è modo di rimetterlo a posto’.» La voce della donna divenne gentile e allo stesso tempo vivace, lo stesso tono che aveva usato per dire a Morgase che il suo cavallino si era spezzato una zampa e avevano dovuto abbatterlo. «Gaebril trascorre la maggior parte delle notti con te, ma ad Alteima è riservato quasi lo stesso tempo. Con le altre sei è più parsimonioso. Cinque hanno le stanze a palazzo. Una di queste, una giovane con gli occhi grandi, la fa entrare e uscire con diversi pretesti e sempre avvolta in un mantello, anche con questo caldo. Forse è sposata. Mi dispiace, ragazza, ma la verità è la verità. ‘Meglio affrontare l’orso che fuggire da esso’.»