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I fuochi del cielo

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I fuochi del cielo
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«Mi stai ascoltando?» chiese improvvisamente Moiraine facendo avvicinare la giumenta bianca. «Devi...!» La donna respirò profondamente. «Ti prego, Rand. C’è così tanto che devo dirti, così tanto che devi sapere.»

Il tono di preghiera nella sua lo fece voltare verso di lei. Poteva ricordare un periodo in cui l’aveva temuta. Adesso sembrava così esile anche se adottava modi regali. Era stupido che si sentisse protettivo nei suoi confronti. «Abbiamo molto tempo, Moiraine» le rispose gentilmente. «Non pretendo di voler conoscere tanto del mondo come te. Intendo tenerti vicina da adesso in poi.» Rand si rendeva a malapena conto di quale grande cambiamento si era verificato da quando lei gli stava accanto. «Ma adesso ho qualcos’altro in mente.»

«Ma certo» sospirò la donna. «Come desideri. Abbiamo ancora molto tempo.»

Rand spronò il suo stallone al trotto e gli altri lo seguirono. Anche i carri accelerarono, benché non potessero mantenere il passo su per il pendio. Asmodean — Jasin Natael — gli teneva dietro con il manto da menestrello coperto di pezze che gli sventolava alle spalle come la bandiera appoggiata nella staffa, rosso brillante con l’antico simbolo Aes Sedai bianco e nero nel centro. Il volto dell’uomo era torvo, non aveva gradito di dover fare da portabandiera. Con quell’emblema avrebbe conquistato il mondo, dicevano le Profezie del Rhuidean. E quel vessillo era certo meno temuto e odiato della bandiera del Drago, quella di Lews Therin, che aveva lasciato a garrire sopra la Pietra di Tear.

Le macchie sulle mura di Taien non erano altro che corpi contorti nella loro ultima agonia, rigonfi sotto al sole e appesi per il collo in una fila che sembrava circondare la città. Gli uccelli erano lucidi corvi neri e avvoltoi, con le teste e i colli sudici. Alcuni corvi satolli erano appollaiati sui cadaveri, niente affatto disturbati dai nuovi arrivati. L’odore dolciastro della putrefazione era sospeso nell’aria secca come anche un sentore acre di carbone. Le porte con le bande di ferro erano aperte su una distesa di rovine, case di pietra imbrattate di fuliggine e tetti crollati. Nulla si muoveva, tranne gli uccelli.

Come Mar Ruois. Cercò di distogliere il pensiero, ma non poté non tornare con la mente alla grande città dopo che era stata riconquistata, torri immense annerite e abbattute, i resti di grandi incendi a ogni angolo, dove quanti avevano rifiutato di giurare fedeltà all’Ombra erano stati legati e gettati vivi fra le fiamme. Sapeva a chi dovevano appartenere quei ricordi, anche se non ne aveva parlato con Moiraine. Io sono Rand al’Thor. Lews Therin Telamon è morto da tremila anni. Io sono me stesso, si disse. Era una battaglia che aveva intenzione di vincere. Se era destinato a morire a Shayol Ghul, lo avrebbe fatto come Rand. Si costrinse a pensare ad altro.

Erano passati quindici giorni da quando aveva lasciato il Rhuidean. Quindici giorni, eppure dall’alba al tramonto gli Aiel tenevano un passo che sfiancava i cavalli. Ma Couladin era passato da questa parte una settimana prima di quando lo aveva scoperto. Se non riuscivano a recuperare terreno avrebbe avuto tutto il tempo per saccheggiare Cairhien prima di raggiungerlo. Di più, prima che Rand fosse riuscito a domare gli Shaido. Non era un pensiero felice.

«C’è qualcuno che ci osserva da quelle rocce sulla sinistra» disse con calma Lan. Sembrava molto preso dall’esame di quanto rimaneva di Taien. «Non credo si tratti di Aiel, o dubito che sarei riuscito a vedere qualcosa.»

Rand era contento di aver fatto rimanere Egwene e Aviendha con le Sapienti. La situazione della città gli forniva nuove motivazioni, ma la presenza della vedetta rendeva valide le sue prime convinzioni, quando sperava che Taien si fosse salvata. Egwene indossava ancora gli stessi abiti aiel di Aviendha e gli Aiel non sarebbero stati benvenuti a Taien. Era anche meno probabile che sarebbero stati i benvenuti fra i sopravvissuti.

Rand guardò indietro verso i carri che si fermavano non lontano dal pendio. Fra i conducenti si diffusero dei mormorii, adesso che potevano vedere con chiarezza la città e cosa ne ricopriva le pareti. Kadere, quel giorno vestito di nuovo in bianco, si asciugò il naso aquilino con un grande fazzoletto. Sembrava impassibile e si limitava a inumidirsi le labbra.

Rand si aspettava che Moiraine trovasse dei nuovi conducenti una volta superato il passo. Kadere e il suo gruppo sarebbero fuggiti alla prima occasione. E lui li avrebbe lasciati andare. Non era giusto, non era quella la giustizia, ma era necessario per proteggere Asmodean. Da quanto tempo ormai faceva quello che era necessario e non quello che era doveroso? In un mondo giusto le due cose avrebbero coinciso. Questo gli provocò una risata rauca. Non era più il ragazzo di villaggio di una volta, ma a tratti riemergeva. Gli altri lo guardarono e Rand lottò contro il bisogno di dire loro che non era ancora impazzito.

Passarono molti minuti prima che due uomini senza giacca e una donna spuntassero fra le rocce, tutti e tre coperti di stracci, sporchi e scalzi. Si avvicinarono con esitazione con le teste riverse, gli occhi che scattavano da uno all’altro, verso i carri, come se avessero intenzione di fuggire al primo movimento. Le guance infossate e il passo incerto parlavano di fame.

«Grazie alla Luce» disse finalmente uno degli uomini. Aveva i capelli grigi — nessuno dei tre era giovane — e il volto pieno di rughe. Gli occhi del vecchio si soffermarono un momento su Asmodean, il cui abito era adornato da cascate di merletto dal colletto e i polsini, ma il capo del gruppo non avrebbe cavalcato su un mulo portando la bandiera. Fu la staffa di Rand che afferrò con angoscia. «Che la Luce sia benedetta per averti fatto uscire vivo da quelle terre tenibili, mio signore.» Forse era stato per via della giacca di seta azzurra ricamata in oro che aveva sulle spalle, o la bandiera, o forse si era trattato solo di una lusinga. L’uomo certamente non aveva motivo di crederli altro che mercanti, anche se ben vestiti. «Quegli assassini selvaggi si sono mossi di nuovo. Si tratta di una nuova Guerra Aiel. Hanno scavalcato le mura la scorsa notte prima che qualcuno potesse accorgersi di loro, uccidendo chiunque avesse sollevato una mano, rubando tutto quello poteva essere portato via.»

«Durante la notte?» chiese duro Mat. Con il cappello calato, stava ancora esaminando le rovine della città. «Le vostre sentinelle dormivano? Avevate delle guardie, voi che eravate così vicini al nemico? Anche gli Aiel avrebbero avuto difficoltà ad avvicinarsi se aveste fatto la guardia.» Lan lo guardò con occhi critici.

«No, mio signore.» L’uomo con i capelli grigi fissò Mat, quindi rispose a Rand. La giubba verde di Mat era abbastanza bella per appartenere a un signore, ma era sbottonata e sembrava che ci avesse dormito. «Noi... avevamo solo una vedetta a ogni portone. È passato molto tempo da quando si è visto anche uno solo di quei selvaggi. Ma stavolta... qualsiasi cosa non hanno saccheggiato l’hanno bruciata, e ci hanno cacciati perché morissimo di fame. Sporchi animali! Grazie alla Luce sei giunto a salvarci, mio signore, o saremmo tutti morti qui. Io mi chiamo Tal Nethin. Sono, ero, un fabbricante di selle. Uno bravo, mio signore. Questi sono mia sorella Aril e suo marito, Ander Corl. Lui fabbrica ottimi stivali.»

«Hanno anche rapito delle persone, mio signore» aggiunse la donna con la voce rauca. Era più giovane del fratello e forse un tempo era stata bella, ma adesso era stanca, preoccupata e aveva delle rughe sul viso che Rand credeva non sarebbero scomparse. Il marito aveva un’espressione persa, come se non fosse del tutto sicuro di dove si trovasse. «Mia figlia, signore, e mio figlio. Hanno preso tutti i giovani, tutti quelli sopra ai sedici anni, e altri del doppio di quell’età o più. Hanno detto che erano gai qualcosa, li hanno spogliati in strada e trascinati via. Mio signore, puoi...» La donna si interruppe, stringendo gli occhi all’impossibilità di formulare la richiesta che la sopraffaceva, e barcollò. Aveva poche possibilità di rivedere i suoi figli.

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