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Il regno dei lupi. La regina dei draghi. [A Clash of Kings - it]

Электронная книга - «Il regno dei lupi. La regina dei draghi. [A Clash of Kings - it]». Краткое содержание книги:

Nel secondo capitolo della saga delle “Cronache del ghiaccio e del fuoco” una rossa cometa apparsa nel cielo dei Sette Regni sembra annunciare tremende sciagure. La lunga estate dell'abbondanza sta per finire, mentre quattro pretendenti, in aperta guerra gli uni contro gli altri, si contendono il Trono di Spade.
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Quando Arya finalmente si decise a muoversi, strisciando fuori dai rovi e facendosi inghiottire dalla tenebre del bosco, sentiva le braccia e le gambe dolorosamente rigide. Era una notte nera, un’esile falce di luna argentata che occhieggiava fra grappoli di nubi opache spinte dal vento. “Silenziosa come un’ombra” disse fra sé Arya mentre continuava a spostarsi fra gli alberi. Non osava mettersi a correre in quell’oscurità: sarebbe stato facile inciampare in una radice sporgente o anche smarrirsi. Alla sua sinistra, le acque dell’Occhio degli Dei sciabordavano quietamente sulle rive. Sulla destra, il vento scivolava tra i rami, facendo stormire e schioccare le loro chiome. Lontano, udì lupi ululare.

Mancò poco che Lommy e Frittella se la facessero sotto, quando Arya si materializzò dal buio alle loro spalle.

«Zitti!» Arya mise un braccio attorno alle spalle di Donnola, la piccola che le era corsa incontro nell’attimo in cui l’aveva vista tornare.

«Pensavamo che ci avevate abbandonati…» Frittella la fissò con occhi sbarrati. Aveva in pugno la spada corta che Yoren aveva tolto al comandante delle cappe dorate. «Avevo paura che eri un lupo…»

«Dov’è il Toro?» domandò Lommy.

«L’hanno preso» rispose Arya in un sussurro. «Dobbiamo tirarlo fuori. E tu, Frittella, mi aiuterai. Ci avvicineremo e uccideremo le guardie. Poi io aprirò la porta.»

Frittella e Lommy si scambiarono un’occhiata: «Quante guardie ci sono?».

«Non sono riuscita a contarle» rispose Arya. «Almeno una ventina, ma soltanto due sulla porta del magazzino.»

Frittella pareva sul punto di mettersi a piangere: «Non possiamo combattere contro venti uomini!».

«Devi combattere contro uno solo. Dell’altro, mi occupo io. Poi facciamo uscire Gendry e scappiamo.»

«Dobbiamo arrenderci» berciò Lommy. «Sì: andare laggiù e arrenderci.»

Arya scosse il capo con ostinazione.

«Lasciamolo lì e basta, Arry» implorò Lommy. «Loro non sanno che siamo qui. Se ci nascondiamo, andranno via. Tu sai che lo faranno. Non è colpa nostra se Gendry è stato catturato.»

«Sei proprio stupido, Lommy» disse Arya con rabbia. «Tu morirai se non liberiamo Gendry… chi ti trasporterà?»

«Tu e Frittella.»

«Per tutto il tempo, senza nessuno ad aiutarci? Non ce la faremo mai. È Gendry il più forte. In ogni caso, non m’importa di quello che dici. Io torno a liberarlo.» Lanciò uno sguardo a Frittella. «Vieni o no?»

Frittella guardò Lommy, poi Arya, poi di nuovo Lommy. «D’accordo» cedette con riluttanza. «Vengo.»

«Lommy, tu tieni qui Donnola.»

Lommy afferrò la bambina per un braccio: «Ma che faccio se vengono i lupi?».

«Ti arrendi» suggerì Arya.

Parve che ci vollero ore intere per raggiungere il villaggio. Frittella continuava a inciampare nel buio e a perdere la strada. Arya fu costretta ad aspettarlo e, in certi casi, addirittura a tornare indietro per recuperarlo. Alla fine, lo prese per mano e lo guidò tra gli alberi.

«Ora fa’ piano e resta vicino a me.»

Quando arrivarono in vista del chiarore delle torce del villaggio, rosso contro il cielo nero, Arya lo avvertì: «Ci sono uomini morti appesi sull’altro lato di questi cespugli. Niente di cui avere paura. Ricorda: la paura uccide più della spada. Dobbiamo muoverci molto piano e in silenzio».

Frittella trovò la forza di annuire. Arya fu la prima a mettersi a strisciare sotto i rovi, aspettandolo sul margine estremo dei cespugli. Frittella apparve accanto a lei dopo parecchio tempo, terreo in viso e dal fiato corto, gambe e braccia coperte di lunghi graffi sanguinanti provocati dalle spine. Fece per dire qualcosa, ma Arya gli mise un dito davanti alle labbra, facendolo tacere. A carponi, avanzarono lungo le forche, proprio sotto i cavaderi in putrefazione. Frittella non alzò lo sguardo nemmeno una volta, non si lasciò sfuggire nemmeno un rumore… fino a quando uno dei corvi non planò ad atterrargli sulla schiena. Frittella ebbe un sussulto, emettendo un gemito soffocato.

«Chi va là!»

Nel silenzio delle tenebre, l’improvvisa intimazione parve un rombo di tuono.

«Mi arrendo!» Frittella balzò in piedi in mezzo a un nugolo di corvi gracchianti che si levarono in volo, disturbati dal subitaneo movimento, e gettò la spada. Arya cercò di afferrarlo per la gamba e di tirarlo giù, ma non ci fu niente da fare: Frittella si divincolò, liberandosi della stretta, e corse avanti continuando a gridare: «Mi arrendo! Mi arrendo!».

Arya schizzò in piedi a sua volta, estraendo Ago. Una torma di uomini armati sorse tutto attorno a lei. Arya assestò un fendente al più vicino, ma l’armigero bloccò il colpo con un braccio coperto d’acciaio. Un altro la investì da dietro, gettandola al suolo. Un terzo le strappò la spada. Arya cercò di dare di morso: i suoi denti si chiusero sul freddo rugginoso e sporco di una maglia di ferro.

«Guardate, ne abbiamo uno che combatte!» rise l’uomo. Il colpo del suo pugno coperto di maglia di ferro per poco non le staccò la testa dal collo.

Arya giacque sul terreno ascoltando gli armigeri che parlavano fra loro, ma non riuscì a capire che cosa stessero dicendo. Le orecchie le fischiavano. Quando cercò di strisciare verso il lago, la terra sotto di lei parve muoversi da sola. “Hanno preso Ago.” La vergogna fu addirittura peggiore del dolore, che pure era forte. Era stato Jon Snow a darle quella spada, e Syrio Forel le aveva insegnato a usarla.

Alla fine, qualcuno l’afferrò per il corpetto e la mise a forza in ginocchio. Anche Frittella era in ginocchio, al cospetto dell’uomo più alto e gigantesco che Arya avesse mai visto, una specie di mostro uscito dalle storie sinistre della vecchia Nan. Tre cani neri erano in corsa sulla sbiadita tunica gialla che portava sopra l’armatura e la sua faccia sembrava tagliata in un blocco di pietra. E di colpo, Arya ricordò dove aveva già visto quei tre cani neri: ad Approdo del Re, la notte del torneo del Primo Cavaliere, i contendenti avevano esposto gli scudi fuori delle loro tende. “Quello appartiene al fratello del Mastino” le aveva confidato sua sorella Sansa, indicando i cani neri su sfondo giallo. “Vedrai: è addirittura più grosso di Hodor. Lo chiamano la Montagna che cavalca.”

Arya chinò il capo, solo parzialmente consapevole di ciò che stava accadendo attorno a lei. Frittella si stava arrendendo un altro po’.

«Ora ci porterete dagli altri» disse la Montagna. Poi si voltò e se ne andò.

Arya si ritrovò spinta a camminare a lato dei cadaveri sulle forche, mentre Frittella diceva agli aguzzini che avrebbe cotto per loro pane fresco e frittelle, a patto che non gli facessero del male. Andarono in quattro con loro: uno portava una torcia, un altro era armato di spada, gli altri due di lance.

Trovarono Lommy là dove lo avevano lasciato, sotto la quercia. «Mi arrendo!» implorò nel momento stesso in cui vide corazze e lame, gettando via la sua lancia e alzando le mani coperte di chiazze di vecchia tintura verde. «Mi arrendo… vi supplico!»

«Ci sei solo tu?» L’uomo con la torcia si mise a cercare tra gli alberi vicini. «Il fornaio dice che c’è anche una bambina.»

«Vi ha sentito arrivare ed è scappata» spiegò Lommy. «Ne avete fatto, di rumore…»

“Corri, Donnola!” Arya sentiva un nodo alla gola. “Corri più in fretta che puoi. Corri, nasconditi e non tornare indietro!”

«Diteci dov’è quel figlio di una scrofa di Dondarrion e c’è un pasto caldo per tutti voi.»

«Chi?» domandò Lommy senza riuscire a raccapezzarsi.

«Te l’ho detto» fece quello armato di spada. «Questi qua non ne sanno di più delle troie giù al villaggio. Un fottuto spreco di tempo.»

Uno degli uomini con la lancia si avvicinò a Lommy: «Qualcosa che non va alla tua gamba, ragazzo?».

«È ferita.»

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