Il regno dei lupi. La regina dei draghi. [A Clash of Kings - it]
- Автор: Мартин Джордж Рэймонд Ричард
- Серия: Cronache del ghiaccio e del fuoco #2
- Год: 2001
- Язык: итальянский
- Год: Mondadori
- ISBN: 88-04-49654-1
- Переводчик: Sergio Altieri
- Жанр: Фэнтези
Электронная книга - «Il regno dei lupi. La regina dei draghi. [A Clash of Kings - it]». Краткое содержание книги:
Sandor Clegane le afferrò il mento sollevandolo, le sue dita una morsa dolorosa.
«Molto di più di quanto sanno fare gli uccelletti, o sbaglio? E io non l’ho ancora avuta, la mia canzone.»
«Io… ne so una su Florian e Jonquil.»
«Florian e Jonquil? Un idiota e la sua troia. Risparmiamela. Un giorno però, io l’avrò una canzone da te, che ti piaccia o no.»
«Canterò volentieri per te.»
«Che cosina graziosa sei» grugnì Sandor Clegane «e una così pessima bugiarda. Un mastino sente il puzzo delle menzogne, lo sai? Guardati attorno e annusa bene: sono tutti bugiardi qui… e tutti più bravi di te a mentire.»
ARYA
Si arrampicò fino alle biforcazioni più alte, finché riuscì a vedere dei comignoli che si aprivano la strada tra le chiome degli alberi. Tetti di paglia si ammucchiavano in prossimità della sponda del lago e del piccolo fiume che vi si riversava. Un molo di legno si allungava nell’acqua a lato di un lungo edificio basso dal tetto di tegole.
Arya avanzò ancora di più sul ramo, avanzò fino a quando non cominciò a flettersi e a scricchiolare sotto il suo peso. Non c’erano barche ormeggiate al molo, ma sottili dita di fumo si levavano da alcuni dei camini. Da una stalla sporgeva il retro di un carro.
“C’è qualcuno là.” Arya si mordicchiò il labbro. Tutti gli altri luoghi che avevano superato erano vuoti, desolati: fattorie, villaggi, castelli, templi, stalle, non faceva nessuna differenza che cosa fossero, qualsiasi cosa potesse bruciare, i Lannister l’avevano bruciata. Qualsiasi cosa potesse essere uccisa, loro l’avevano uccisa. Dove era stato possibile, avevano addirittura dato fuoco alle foreste; le foglie, però, erano ancora verdi, bagnate per la pioggia che era caduta, e il fuoco non aveva potuto dilagare. «Avrebbero incendiato anche il lago, se avessero potuto farlo» aveva commentato Gendry, e Arya sapeva che aveva ragione. La notte della loro fuga, le fiamme della città tramutata in un rogo si erano riflesse sulle acque con tale intensità da dare l’impressione che il lago stesse realmente bruciando.
La notte seguente, erano riusciti a trovare il coraggio di tornare ad avventurarsi tra le rovine del fortino. Non restava nient’altro che pietre annerite, case ridotte a crisalidi sventrate e cadaveri. Qua e là, esili tentacoli di fumo livido si ostinavano a sollevarsi da sotto le ceneri. Frittella li aveva implorati di non andare, Lommy aveva dato loro degli stupidi, garantendo che ser Amory Lorch li avrebbe presi e uccisi. Ma quando arrivarono al fortino, Lorch e i suoi uomini se n’erano andati da un pezzo. Trovarono le porte diverte, le mura parzialmente abbattute e l’interno disseminato di morti insepolti.
«Li hanno uccisi tutti.» A Gendry era bastata una sola occhiata. «Anche i cani gli sono andati addosso… guarda.»
«Oppure i lupi.»
«Cani, lupi, non cambia niente. Qui è finita.»
Ma Arya aveva rifiutato di andarsene fino a quando non avessero trovato Yoren. Lui non potevano averlo ucciso, aveva ripetuto a se stessa, era troppo forte e pericoloso. Ed era un confratello dei Guardiani della notte. Tanto aveva ripetuto a Gendry mentre si aggiravano tra i cadaveri.
Il colpo d’ascia che lo aveva abbattuto gli aveva aperto il cranio in due, rendendolo quasi irriconoscibile. Ma l’ispida barba arruffata e i malridotti panni neri, talmente scoloriti dal tempo e dall’usura da apparire ormai quasi grigi, potevano appartenere solamente all’anziano corvo errante. Ser Amory Lorch non si era preoccupato di seppellire i suoi stessi caduti più di quanto avesse fatto per quelli che aveva macellato. C’erano i resti di quattro soldati Lannister ammucchiati tutto attorno a Yoren. Arya non poté fare a meno di domandarsi quanti ce n’erano voluti per abbatterlo.
“Mi stava portando a casa.” Mentre scavava la fossa del vecchio, quel pensiero continuava a rimbalzarle nella mente. C’erano troppi morti per seppellirli tutti, ma almeno Yoren meritava una tomba, aveva insistito Arya. “Mi avrebbe fatto arrivare a Grande Inverno, lo aveva promesso.” Una parte di lei voleva piangerlo, una parte voleva prenderlo a calci.
Era stato Gendry a farsi venire in mente il torrione del Lord e i tre che Yoren aveva mandato a difenderlo. Anche loro si erano ritrovati sotto attacco, ma la torre cilindrica aveva un unico ingresso, una porta al secondo piano raggiungibile solo a mezzo scala. Nel momento in cui questa era stata ritratta, per gli uomini di ser Amory non era stato possibile raggiungere i difensori. I Lannister avevano ammucchiato fascine alla base della torre e vi avevano appiccato il fuoco, ma la pietra non poteva bruciare e Lorch non aveva avuto la pazienza di prendere quei tre per fame. Alle grida di Gendry, fu Curjack ad aprire la porta. Kurz aveva detto che era meglio continuare verso nord piuttosto che tornare indietro. In Arya, la speranza si era riaccesa: forse sarebbe comunque riuscita a raggiungere Grande Inverno.
Be’, quell’immoto villaggio davanti a lei, sulla riva dell’Occhio degli Dei, non era Grande Inverno, ma i tetti di paglia promettevano calore e rifugio e forse anche del cibo. Se loro avessero avuto coraggio sufficiente da correre il rischio. “Solo che là potrebbe esserci Lorch: ha i cavalli, può muoversi più in fretta di noi.”
Rimase a osservare dall’albero per molto tempo, cercando di vedere qualcosa: un uomo, un cavallo, un vessillo, qualsiasi cosa che potesse aiutarla a capire. A tratti, ebbe la percezione di movimenti, ma le strutture erano troppo lontane, non era possibile discernere nulla di definito. A un certo punto, udì con chiarezza il nitrito di un cavallo.
Il cielo era pieno di uccelli, corvi soprattutto. Visti da quella distanza, nel loro volteggiare, nel loro ammassarsi sopra i tetti di paglia, sembravano uno sciame di mosche. Verso est, la lastra azzurra martellata dal sole dell’Occhio degli Dei invadeva metà dell’orizzonte. Certi giorni, mentre avanzavano sulla sponda fangosa — Gendry non aveva nemmeno voluto sentire parlare di continuare lungo le strade, e perfino Frittella e Lommy avevano condiviso quella scelta — Arya aveva la sensazione che il lago la stesse chiamando. Avrebbe voluto saltare in quelle placide acque azzurre, sentirsi pulita, nuotare e giocare e giacere al sole. Ma non osava togliersi i vestiti di fronte agli altri, nemmeno per lavarli. Al termine della giornata, spesso si sedeva su una roccia e faceva andare i piedi avanti e indietro, tenendoli immersi nell’acqua fresca. Alla fine aveva gettato via le scarpe tutte rotte, marce. Sulle prime, camminare a piedi nudi era stato arduo, ma poi le vesciche erano scoppiate, le scorticature si erano rimarginate e il fondo dei suoi piedi era diventato duro e resistente come il cuoio. Le piaceva sentire il fango che s’insinuava fra le dita, le piaceva sentire la terra sotto i piedi nel camminare.
Dal suo punto di osservazione, in direzione nordest, riusciva a vedere una piccola isola coperta di boschi. A un centinaio di piedi dalla riva, tre cigni neri nuotavano sulla superficie, maestosi, incredibilmente sereni… A loro, nessuno aveva detto che c’era la guerra, a loro non importava che le città venissero date alle fiamme e che gli uomini si facessero a pezzi gli uni con gli altri. Arya li osservò con desiderio. Una metà di lei avrebbe voluto essere un cigno, l’altra metà avrebbe voluto mangiarne uno. La sua colazione era stata a base di pasta di ghiande e di insetti. Gli scarafaggi non erano poi male una volta che ci si abituava. I vermi erano peggio, ma non peggiori dei dolori al ventre dopo giorni interi senza toccare cibo. Gli scarafaggi erano anche facili da trovare: bastava dare un calcio a un sasso. Quando era una bambina molto piccola, Arya ricordava di averne mangiato uno, giusto per far gridare Sansa, così adesso non aveva paura di mangiarne altri. Nemmeno Donnola aveva paura di farlo, ma quando Frittella cercò di mandare giù un millepiedi, finì con il vomitarlo, mentre Lommy e Gendry non ci provarono neanche. Il giorno prima, Gendry aveva preso una rana e l’aveva condivisa con Lommy. Un altro giorno, Frittella si era ingozzato di bacche selvatiche. In generale, però, sopravvivevano a ghiande e ad acqua. Kurz aveva insegnato loro come schiacciare le ghiande fino a trasformarle in una specie di pasta. Aveva un sapore atroce.