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Il regno dei lupi. La regina dei draghi. [A Clash of Kings - it]

Электронная книга - «Il regno dei lupi. La regina dei draghi. [A Clash of Kings - it]». Краткое содержание книги:

Nel secondo capitolo della saga delle “Cronache del ghiaccio e del fuoco” una rossa cometa apparsa nel cielo dei Sette Regni sembra annunciare tremende sciagure. La lunga estate dell'abbondanza sta per finire, mentre quattro pretendenti, in aperta guerra gli uni contro gli altri, si contendono il Trono di Spade.
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Gendry alzò lo sguardo al sole: «Andremo dentro appena fa buio, è il momento migliore. Al calar della notte, vado a dare un’occhiata più da vicino».

«No, ci vado io» intervenne Arya. «Tu fai sempre troppo rumore.»

«Allora ci andiamo tutti e due.» Gendry aveva di nuovo quel suo cipiglio feroce.

«Che ci vada Arry» fece Lommy a Gendry. «Si muove meglio di te.»

«Ci andremo tutti e due, ho detto.»

«Ma che facciamo se non tornate? Frittella non può farcela a trasportami da solo, lo sapete che non può…»

«E poi ci sono i lupi» aggiunse Frittella. «Io li ho sentiti, ieri notte, durante il turno di guardia. Sembravano vicini.»

Anche Arya li aveva sentiti. Dormiva tra i rami di un olmo, ma gli ululati l’avevano svegliata. Era rimasta ad ascoltarli per un’ora buona, il coro delle belve che le mandava brividi gelidi lungo la schiena.

«E tu nemmeno ci permetti di accendere il fuoco per tenerli a distanza» continuò a lamentarsi Frittella. «Non è giusto lasciarci qui in balia dei lupi.»

«Nessuno vi lascia da nessuna parte» ribatté Gendry, contrariato. «Se i lupi vengono, Lommy ha la sua lancia, e ci sarai tu con lui. Arry e io andiamo solo a dare un’occhiata, tutto qui. Torniamo, sta’ tranquillo.»

«Chiunque sono, io dico che dovete arrendervi» piagnucolò Lommy. «Ho bisogno di una pozione per la ferita, mi fa un sacco male.»

«Se vedo una qualche pozione, te la porto.» Gendry ne aveva abbastanza. «Arry, andiamo. Voglio arrivare vicino a quelle case prima che il sole tramonti. Frittella, tu tieni qui Donnola, non voglio che ci segua.»

«L’ultima volta che ci ho provato mi ha dato un calcio.»

«Il calcio te lo do io se non la tieni qui.» Senza aspettare una risposta, Gendry si mise in capo il suo elmo con le corna e si avviò.

Arya era quasi costretta a correre per tenergli dietro. Gendry aveva cinque anni più di lei ed era più alto di almeno un piede, con gambe lunghe in proporzione. Per un po’ lui non disse nulla. Si limitò a muoversi tra gli alberi con un’espressione dura in volto, facendo troppo rumore. Di colpo, si fermò e si voltò verso di lei: «Credo che Lommy stia per morire».

Arya non ne fu sorpresa. Kurz era morto a causa di una ferita, ed era molto più robusto di Lommy. Quando era il suo turno alla barella, Arya poteva sentire la pelle del ragazzo che bruciava per la febbre, e il tanfo che emanava dalla ferita.

«Forse, se potessimo trovare un maestro…»

«I maestri li trovi solo nei castelli. E anche se ne incontrassimo uno, non si sporcherebbe certo le mani per un tipo come Lommy.» Gendry si chinò per passare sotto un ramo basso.

«Questo non è vero.» Maestro Luwin avrebbe aiutato chiunque ne avesse avuto bisogno, di questo Arya era certa.

«Sta per morire. E prima morirà, meglio sarà per tutti noi. Forse dovremmo semplicemente abbandonarlo, come dice lui. Se a essere ferito fossi io, o te, Lommy non ci penserebbe su due volte a mollarci, lo sai.»

Discesero lungo una fenditura ripida, afferrandosi a contorte radici sporgenti per mantenere l’equilibrio, poi risalirono dall’altra sponda.

«Non ne posso più di trasportarlo» continuò Gendry. «E non ne posso più delle sue lamentele di arrendersi. Se fosse in grado di stare in piedi, gli farei ingoiare i denti. Lommy non serve a niente, e nemmeno la bambina che piange serve a niente.»

«Lascia stare Donnola, ha solo paura e fame, tutto lì.» Arya gettò un’occhiata alle proprie spalle, ma la bambina non li stava seguendo, per fortuna. Frittella doveva averla tenuta ferma, come loro gli avevano detto.

«Non serve a niente» ripeté Gendry, ostinato. «Lei e Frittella e Lommy ci rallentano e basta, e finisce che ci fanno ammazzare. Sei tu l’unico del gruppo che se la sa cavare. Anche se sei una femmina.»

Arya si congelò: «Io non sono una femmina!».

«Certo che lo sei. Credi che sia scemo quanto loro?»

«Non lo sono!»

«E allora tira fuori l’uccello e fatti una pisciata. Forza.»

«Adesso non ho bisogno di pisciare. La faccio quando mi pare.»

«Bugiarda. Non te lo puoi tirare fuori l’uccello perché non ce l’hai. Prima, quando eravamo una trentina, non ci avevo mai fatto caso, ma per fare un goccio d’acqua tu te ne vai sempre nel bosco, da sola. Frittella questo non lo fa, e nemmeno io. Se non sei una femmina, allora devi essere una specie di eunuco.»

«Sei tu l’eunuco.»

«Lo sai che non lo sono.» Gendry sorrise. «Vuoi che me lo tiri fuori e te lo provi? Non ho proprio niente da nascondere.»

«Sì che ce l’hai.» Disperatamente, Arya cercò di allontanare l’argomento dall’uccello che non aveva fra le gambe. «Quelle cappe dorate, giù alla locanda, era te che cercavano. Ma tu non ci hai mai detto il perché.»

«Vorrei saperlo anch’io, il perché. Credo che Yoren lo sapesse, ma non me lo ha mai detto. E tu? Perché hai pensato che cercassero te?»

Arya si morse il labbro. E ricordò ciò che Yoren le aveva detto il giorno in cui le aveva rasato i capelli con il pugnale: “Metà di questa feccia ti getterebbe in pasto alla regina senza pensarci un attimo, in cambio della grazia e, forse, di una manciata di monete d’argento. L’altra metà farebbe lo stesso, ma prima ti stuprerebbe”. Gendry era l’unico a essere diverso: la regina voleva anche lui.

«Te lo dico se tu lo dirai a me» gli propose cautamente.

«Te lo direi se lo sapessi, Arry, davvero… È proprio così che ti chiami, o hai un altro nome, da ragazza?»

Arya abbassò lo sguardo alle radici contorte ai suoi piedi. Capì che la finzione era finita. Gendry sapeva, e nei pantaloni, lei non aveva niente con cui convincerlo del contrario. Poteva estrarre Ago e ucciderlo lì, in quel preciso istante, oppure poteva fidarsi di lui. Non era però certa di riuscire a ucciderlo: anche lui aveva la spada ed era molto più forte di lei. L’unica alternativa che le rimaneva era raccontare la verità.

«Lommy e Frittella non devono sapere.»

«Non sapranno niente» giurò Gendry. «Non da me.»

«Arya.» Alzò gli occhi a incontrare quelli di lui. «Il mio nome è Arya. Della Casa Stark.»

«Della Casa…» Gli ci volle qualche momento per far combaciare i pezzi. «Il Primo Cavaliere del re si chiamava Stark. Quello che hanno ucciso come traditore.»

«Non è mai stato un traditore. Era mio padre.»

Gendry sbarrò gli occhi: «Quindi è per questo che tu hai pensato…».

«Yoren mi stava portando a casa» annuì Arya. «A Grande Inverno.»

«Tu… sei una fanciulla nobile, quindi… una lady…»

Arya abbassò nuovamente lo sguardo sugli abiti, stracciati che la coprivano, sui piedi nudi piagati e pieni di calli. Vide sporco sotto le unghie, scorticature ai gomiti, graffi sulle mani. “Septa Mordane nemmeno mi riconoscerebbe, scommetto. Sansa forse sì. Ma farebbe finta di non avermi mai vista.”

«Mia madre è una lady, e anche mia sorella. Ma io… non lo sono mai stata.»

«Invece sì. Sei la figlia di un lord e hai vissuto in un castello, non è così? E tu… gli dei ci aiutino, non volevo…» D’un tratto, Gendry apparve incerto, quasi spaventato. «Tutti quei discorsi sull’uccello da tirare fuori… non avrei mai dovuto dirle, quelle cose. E poi ho pisciato davanti a te e tutto il resto. Io… io chiedo il tuo perdono, milady.»

«Piantala!» sibilò Arya. La stava forse deridendo?

«Io le conosco, le buone maniere, milady» andò avanti Gendry, ostinato come sempre. «Quando le fanciulle nobili venivano alla bottega con i loro padri, il mio mastro mi diceva di fare la genuflessione, di parlare solo quando mi veniva rivolta la parola e di chiamarle milady.»

«Tu mettiti a chiamarmi milady e perfino Frittella capirà chi sono. E sarà anche meglio che continui a pisciare come hai sempre fatto.»

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