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Il regno dei lupi. La regina dei draghi. [A Clash of Kings - it]

Электронная книга - «Il regno dei lupi. La regina dei draghi. [A Clash of Kings - it]». Краткое содержание книги:

Nel secondo capitolo della saga delle “Cronache del ghiaccio e del fuoco” una rossa cometa apparsa nel cielo dei Sette Regni sembra annunciare tremende sciagure. La lunga estate dell'abbondanza sta per finire, mentre quattro pretendenti, in aperta guerra gli uni contro gli altri, si contendono il Trono di Spade.
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Quanto avrebbe voluto che il bracconiere non fosse morto: lui conosceva i boschi più di tutti quanti loro messi insieme, ma era stato colpito da una freccia alla spalla nel ritirare la scala all’interno del torrione. Tarber aveva coperto la ferita con un impacco di fango e di muschio presi dalla riva del lago. Per un paio di giorni, Kurz aveva insistito nel dire che non c’era da preoccuparsi, anche se la pelle della gola gli diventava sempre più nera e lividi violacei gli avevano invaso tutto il torace. Un mattino, infine, non riuscì a trovare la forza di alzarsi e il mattino dopo era morto.

Lo seppellirono sotto un tumulo di pietre. Cutjack si prese la sua spada e il corno da caccia, Tarber s’impossessò dell’arco, degli stivali e del coltello. Spogliarono il corpo di tutto e se ne andarono. Sulle prime, Arya e gli altri avevano pensato che fossero andati a caccia, che presto sarebbero tornati con la selvaggina e tutti avrebbero mangiato. Così loro aspettarono e aspettarono, inutilmente. Alla fine Gendry decise che era tempo di rimettersi in marcia. Forse Cutjack e Tarber avevano pensato di potersela cavare meglio senza quel grappolo di ragazzi orfani alle calcagna. Il che era probabilmente vero, ma questo non impedì ad Arya di odiarli per averli abbandonati.

Sotto l’albero sul quale si era arrampicata, Frittella abbaiò come un cane. Kurz aveva detto loro di fare versi di animali per comunicare, un vecchio trucco da bracconieri, ma era morto prima di riuscire a insegnare loro come fare i versi nel modo giusto. I richiami da uccello di Frittella erano ridicoli, il suo abbaiare andava meglio, ma non di molto.

Arya scese a un ramo più basso, le braccia distese per mantenere l’equilibrio. “Un danzatore dell’acqua non cade mai.” Leggera, le dita dei piedi arcuate attorno al ramo, si spostò di qualche passo, poi saltò giù, calandosi su una biforcazione più grossa. Passando da una presa all’altra, raggiunse il tronco a forza di braccia, facendosi largo con le mani nell’intrico di foglie. Contro le sue mani, sotto le dita dei suoi piedi, la corteccia era scabra e aspra. Arya discese l’ultimo tratto in fretta, saltando da almeno sei piedi e rotolando sul terreno per attutire la caduta.

«Sei rimasta lassù per un bel po’.» Gendry le diede una mano a rialzarsi. «Che cosa hai visto?»

«Un piccolo villaggio di pescatori, più a nord lungo la riva. Ventisei tetti di paglia e uno di tegole, li ho contati. Ho visto anche parte di un carro. C’è qualcuno là.»

Nell’udire la sua voce, Donnola uscì dai cespugli. Era stato Lommy ad affibbiare quel soprannome. Diceva che lei assomigliava proprio a una donnola. Non era vero, ma non potevano continuare a chiamarla la “bambina che piangeva” anche dopo che aveva smesso di piangere. La sua bocca era lercia. Arya sperò che non avesse mangiato di nuovo il fango.

«Gente ne hai vista?» domandò Gendry.

«Tetti più che altro» ammise Arya. «Ma veniva fuori del fumo da alcuni dei camini, e ho anche sentito nitrire un cavallo.»

Donnola si mise la braccia attorno alle gambe, abbracciandola forte. A volte lo faceva.

«Dove c’è gente c’è da mangiare…» Frittella aveva parlato a voce troppo alta. Gendry continuava a dirgli di parlare piano, ma non serviva a niente. «Magari ce ne danno un po’.»

«O magari invece ci uccidono» replicò Gendry.

«Non se ci arrendiamo» fece Frittella, tutto speranzoso.

«Adesso parli come Lommy.»

Lommy Maniverdi sedeva fra due grosse radici sporgenti alla base di una quercia, la schiena appoggiata al tronco. Durante la battaglia al fortino, una punta di lancia lo aveva colpito a un polpaccio. Al tramonto del giorno dopo, era stato costretto a saltellare su una gamba sola tenendo un braccio attorno alle spalle di Gendry. Adesso non ce la faceva più nemmeno a fare quello. Gli altri ragazzi avevano tagliato dei rami e costruito una barella, ma trasportarlo era un’impresa lenta e tormentosa, con Lommy che si lamentava a ogni sussulto.

«Dobbiamo arrenderci» disse. «Doveva farlo anche Yoren. Aprire le porte come loro gli avevano detto.»

Arya proprio non ne poteva più di sentirlo berciare su ciò che Yoren avrebbe o non avrebbe dovuto fare. Quando lo trasportavano, Lommy non parlava d’altro che di quello, del male che gli faceva la gamba e del suo stomaco vuoto.

Ma questa volta, anche Frittella fu d’accordo: «Loro l’avevano detto a Yoren di aprire le porte. Glielo avevano detto nel nome del re. E quello che ti ordinano nel nome del re, tu lo devi fare. È stata tutta colpa di quel maledetto vecchio. Se si fosse arreso, loro ci avrebbero lasciato stare».

Gendry aggrottò la fronte: «Cavalieri e nobili, loro si prendono prigionieri gli uni con gli altri e pagano riscatti. Ma quelli come noi, non gl’importa niente se ci arrendiamo o no». Si girò verso Arya: «Che altro hai visto?».

«Se è un villaggio di pescatori, ci venderanno del pesce, ci scommetto» suggerì Frittella. Il lago era pieno di pesci commestibili, ma loro non avevano nessuna lenza con cui prenderli. Arya aveva cercato di usare le mani, nel modo in cui aveva visto fare a Koss, ma i pesci erano più svelti dei piccioni, e l’acqua giocava strani scherzi agli occhi.

«Di pesce non so niente.» Arya passò le dita tra i capelli di Donnola, impregnati di sporcizia. Forse avrebbe fatto meglio a tagliarglieli. «È pieno di corvi in prossimità dell’acqua. C’è qualcosa di morto laggiù.»

«Pesci, finiti ad arenarsi sulla riva» insistette Frittella. «Se i corvi li mangiano, possiamo mangiarli anche noi.»

«Invece sono i corvi che dobbiamo prendere, mangiarci quelli» intervenne Lommy. «Accendiamo un fuoco e ce li arrostiamo come polli.»

Gendry fece un’espressione truce, come sempre quando li rimproverava. Gli era cresciuta la barba, nera, folta e ispida. «Ho detto: niente fuochi.»

«Lommy ha fame» piagnucolò Frittella. «E anch’io.»

«Abbiamo tutti fame» disse Arya.

«Tu no.» Lommy sputò a terra. «Fiato di verme che non sei altro.»

Arya respinse la tentazione di dargli un calcio sulla ferita: «Ho detto che avrei scavato vermi anche per te, se li volevi».

Lommy fece una faccia disgustata: «Se non fosse per la gamba, andrei a caccia di cinghiali».

«Già me lo vedo…» lo derise Arya. «Ti ci vuole una lancia apposta per abbattere un cinghiale, e cavalli e cani e uomini che lo facciano uscire dalla tana.»

Il lord suo padre andava a caccia al cinghiale nella foresta del Lupo insieme e Robb e a Jon. Una volta, aveva anche portato Bran, ma mai Arya, anche se lei era più grande di Bran. Septa Mordane diceva che la caccia al cinghiale non era roba da signore, e l’unica cosa che la lady sua madre le aveva promesso era un falco, ma solo quando avesse raggiunto l’età giusta. Adesso l’aveva, l’età giusta, ma se avesse avuto un falco se lo sarebbe mangiato.

«E tu che ne sai della caccia al cinghiale?» le domandò Frittella.

«Più di te.»

Gendry non era in vena di starli a sentire: «Piantatela, tutti e due. Devo pensare a che cosa fare». Aveva sempre un’aria sofferente quando si metteva a pensare, come se gli facesse male alla testa.

«Arrendiamoci» incalzò Lommy.

«T’ho detto di farla finita con questa storia dell’arrendersi. Non sappiamo nemmeno chi c’è laggiù. Forse potremmo rubare un po’ di cibo.»

«Lommy potrebbe rubarlo, se non fosse per la gamba» disse Frittella. «Faceva il ladro, giù in città.»

«Bel ladro» sbuffò Arya. «A farsi prendere come un fesso.»

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