Il regno dei lupi. La regina dei draghi. [A Clash of Kings - it]
- Автор: Мартин Джордж Рэймонд Ричард
- Серия: Cronache del ghiaccio e del fuoco #2
- Год: 2001
- Язык: итальянский
- Год: Mondadori
- ISBN: 88-04-49654-1
- Переводчик: Sergio Altieri
- Жанр: Фэнтези
Электронная книга - «Il regno dei lupi. La regina dei draghi. [A Clash of Kings - it]». Краткое содержание книги:
«Come milady comanda.»
Arya gli picchiò entrambi i pugni sul petto. Lui inciampò su una pietra e cadde a sedere con un tonfo. «Ma che genere di figlia di lord saresti?» disse Gendry ridendo.
«Di questo genere!» Arya gli assestò un calcio al fianco, il che lo fece ridere ancora di più. «Ridi, continua pure a ridere quanto ti pare. Io vado a vedere chi c’è in quel villaggio.»
Il sole era già scomparso dietro gli alberi. Ben presto, il crepuscolo sarebbe scivolato su di loro. Per una volta, fu Gendry a doversi affrettare per starle dietro.
«Lo senti questo tanfo?» gli disse.
Gendry annusò: «Pesce marcio?».
«Lo sai che non lo è.»
«Meglio che stiamo attenti. Io faccio il giro da ovest, per vedere se c’è una strada. Deve esserci, se hai visto un carro. Tu vai per la riva. Se ti trovi nei guai, abbaia come un cane.»
«È una stupidata. Se ho bisogno di aiuto, grido aiuto.»
Arya partì di corsa, i piedi nudi che si muovevano sull’erba senza fare rumore. Si voltò a gettare una rapida occhiata dietro di sé. Gendry la stava osservando con quell’espressione di dolore che indicava che stava pensando. “Probabilmente pensa che non dovrebbe permettere a milady di andare a rubare del cibo.” Arya sapeva che d’ora in avanti Gendry si sarebbe comportato da scemo.
Avvicinandosi al villaggio, il tanfo divenne sempre più forte. Non assomigliava per niente a quello del pesce marcio: era un lezzo ben più fetido, ben più venefico, che le fece arricciare il naso.
Dove gli alberi cominciarono a diradarsi, Arya continuò ad avanzare dietro la copertura dei cespugli, scivolando da uno all’altro, silenziosa come un’ombra. Ogni pochi passi si fermava ad ascoltare. Alla terza pausa, udì un rumore di cavalli, e anche la voce di un uomo. Il tanfo divenne sempre più forte. Puzzo di uomini morti, ecco che cos’era. L’aveva già sentita, quella puzza, con Yoren e gli altri.
A sud del villaggio, i rovi crescevano fitti. Quando Arya li raggiunse, le lunghe ombre del sole che tramontava avevano cominciato a svanire e le lucciole a fare la loro comparsa. Appena oltre i rovi c’erano i tetti di paglia. Arya strisciò dietro le piante, trovò un varco tra i rami, vi s’infilò contorcendosi sul ventre. Alla fine, vide da che cosa emanava il tanfo.
Lungo le placide acque dell’Occhio degli Dei, era stata eretta una lunga fila di forche di legno ancora fresco. Da ogni forca, penzolavano a testa in giù i resti di ciò che un tempo erano stati esseri umani, i piedi incatenati, divorati dai corvi che svolazzavano da un cadavere all’altro. E per ogni corvo, c’erano cento mosche ronzanti. Quando il vento soffiava dal lago, il cadavere più vicino all’acqua oscillava impercettibilmente, le catene che tintinnavano. Le beccate gli avevano strappato via la maggior parte della faccia. Ma a banchettare era passato anche qualche altro animale, qualcosa di più grosso: la gola e il torace erano squarciati, grovigli d’intestini verdastri e filamenti di muscoli lacerati penzolavano dalla voragine scavata nel ventre. Un intero braccio era stato sradicato dalla spalla. A qualche passo di distanza, Arya notò delle ossa, tutte rosicchiate, spezzate, ripulite da ogni brandello di carne.
S’impose di osservare il cadavere successivo, e quello successivo, e quello successivo ancora, convincendosi di essere dura come la pietra. Morti, tutti morti, ridotti in un tale stato di scempio e ormai così decomposti che le ci volle qualche momento per rendersi conto che erano stati denudati prima di venire appesi. Non sembravano persone nude, in realtà non sembravano nemmeno persone. I corvi avevano mangiato a tutti gli occhi, in certi casi addirittura la faccia. Del sesto cadavere restava solamente una gamba, penzolante dalla catena, oscillante nel vento come un pendolo grottesco.
“La paura uccide più della spada.” I morti non potevano farle del male, ma chi li aveva uccisi sì. Parecchio oltre le forche, due uomini che indossavano cotte di ferro montavano la guardia, appoggiati alle loro lance, di fronte all’edificio basso e allungato, quello con il tetto di tegole. Da un paio di alti pali conficcati nel terreno fangoso davanti alla costruzione pendevano vessilli afflosciati nell’aria pressoché immobile. Uno degli stendardi sembrava rosso, l’altro era più chiaro, bianco o forse giallo. Nella luce incerta del crepuscolo, Arya non fu in grado di dire con sicurezza se si trattasse del porpora dei Lannister. “Non ho bisogno di vedere il leone, mi bastano i morti… Chi altri avrebbe potuto ucciderli così se non i Lannister?”
Poi ci fu un grido.
I due lancieri si voltarono di scatto. Un terzo uomo apparve sulla riva del lago, spingendo davanti a sé un prigioniero. Le tenebre stavano avanzando ed era difficile distinguere le loro facce. Il prigioniero, però, portava un elmo lucido. Un elmo con le corna, vide Arya. Avevano preso Gendry! “Stupido, stupido, stupido!” Se lo avesse avuto davanti, l’avrebbe preso ancora a calci.
Le guardie parlavano a voce alta, ma lei era troppo lontana per capire che cosa stessero dicendo, specialmente con tutti quei corvi che volavano e gracchiavano. Uno dei due uomini armati di lancia strappò l’elmo dalla testa di Gendry e gli fece una domanda. La risposta di certo non gli andò a genio, perché gli pestò lo stelo della lancia dritto in faccia, mandandolo a terra. Quello che lo aveva catturato lo prese a calci, il terzo soldato si provò l’elmo. Alla fine, rimisero Gendry in piedi e lo trascinarono verso il basso edificio. Quando aprirono le pesanti porte in legno, un ragazzino sgusciò fuori e si diede alla fuga. Una delle guardie lo afferrò per un braccio e lo scaraventò nuovamente dentro. Arya udì dei singhiozzi provenire dall’interno dell’edificio, quindi un urlo talmente lacerante, talmente pieno di sofferenza, da costringerla a mordersi il labbro inferiore.
Le guardie scaraventarono dentro anche Gendry e sbarrarono le porte. Un istante dopo, un colpo di vento si levò dal lago, agitando e gonfiando i vessilli. Quello sull’asta più alta recava l’emblema del leone dorato, proprio come Arya aveva temuto. Sull’altro stendardo, tre forme animali nere erano in corsa su uno sfondo di un colore giallo come burro. “Cani” pensò Arya. E li aveva già visti, ma dove?
Non aveva importanza. La sola cosa che importava era tirare Gendry fuori da là. Il Toro era testardo e anche stupido, ma Arya doveva aiutarlo. Si domandò se quei soldati sapevano che la regina lo stava cercando.
Una delle guardie si tolse il mezzo elmo che indossava e si mise in capo quello di Gendry. Questo la fece inferocire, ma Arya sapeva che non poteva fare niente per impedirlo. Credette di udire altre urla, soffocate dalle pareri di mattoni, provenire dal basso magazzino privo di finestre, ma era difficile esserne certi.
Rimase appostata tra i rovi a lungo. Vide il cambio del turno di guardia e osservò anche parecchie altre cose. Uomini andavano e venivano. Alcuni portarono i cavalli ad abbeverarsi al fiumiciattolo. Un gruppo di cacciatori emerse dal bosco, con la carcassa di un cervo abbattuto appesa a un palo. Li osservò mentre scuoiavano l’animale e accendevano un fuoco su cui arrostirlo sulla sponda opposta del torrente. L’odore della carne cotta si mescolò in modo strano con il lezzo della decomposizione. Il suo stomaco vuoto ebbe una contrazione dolorosa. Per un momento, Arya credette di vomitare. La prospettiva del cibo fece uscire altri uomini dalle case. Tutti indossavano maglie di ferro o abiti di cuoio. Una volta che il cervo fu completamente arrostito, le porzioni migliori vennero portate in una delle case.
Stava facendosi sempre più buio. Arya aveva pensato che, con il favore dell’oscurità, avrebbe potuto avvicinarsi e liberare Gendry. Le guardie però accesero torce dal fuoco sotto lo spiedo del cervo. Uno scudiero portò carne e pane alle due guardie presso il magazzino. Poco dopo, altri due soldati arrivarono a ingrossare il gruppo. Un otre di vino venne passato in giro. Una volta che ebbero finito di bere, gli altri se ne andarono ma le due guardie rimasero, appoggiate alle loro lance.