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Il regno dei lupi. La regina dei draghi. [A Clash of Kings - it]

Электронная книга - «Il regno dei lupi. La regina dei draghi. [A Clash of Kings - it]». Краткое содержание книги:

Nel secondo capitolo della saga delle “Cronache del ghiaccio e del fuoco” una rossa cometa apparsa nel cielo dei Sette Regni sembra annunciare tremende sciagure. La lunga estate dell'abbondanza sta per finire, mentre quattro pretendenti, in aperta guerra gli uni contro gli altri, si contendono il Trono di Spade.
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Sansa fece sparire la lama sotto la cappa: «Alzati, cavaliere».

«Ti ringrazio, dolce lady.» Goffamente, ser Dontos si rimise in piedi, togliendosi foglie e terriccio dalle ginocchia. «Il lord tuo padre era un uomo onesto come pochi il reame ha conosciuto, ma io sono rimasto a guardare mentre loro lo uccidevano. Non ho detto nulla, non ho fatto nulla… Eppure, quando Joffrey stava per uccidere anche me, tu hai parlato in mia difesa. Lady, non sono mai stato un eroe, non sono Ryam Redwyne o Barristan il Valoroso. Non ho vinto nessun torneo, non mi sono distinto in nessuna guerra… Ma ero un cavaliere, un tempo e tu mi hai aiutato a ricordare che cosa questo significa. La mia vita è poca cosa, ma essa comunque ti appartiene.» Ser Dontos pose una mano sul tronco contorto dell’albero-cuore. Sansa si rese conto che l’uomo tremava. «Io giuro, e che gli dei di tuo padre mi siano testimoni, di farti ritornare a casa.»

“Ha giurato.” Una promessa solenne, fatta di fronte agli dei. «E allora, ser… Io sono nelle tue mani. Ma come saprò che è venuto il tempo di andare? M’invierai un altro messaggio?»

«Il rischio è troppo grande.» Ser Dontos si guardò attorno con aria circospetta. «Dovrai venire qui, nel parco degli dei, quanto più spesso possibile. È l’unico posto sicuro. Questo e nessun altro. Non nelle tue stanze, non nelle mie, non sulla scala a spirale, non nel cortile… Perfino se sembrerà che siamo soli. Le pietre hanno orecchie nella Fortezza Rossa, ed è solamente qui che potremo parlare liberamente.»

«Solamente qui» annuì Sansa. «Lo ricorderò.»

«E se dovessi sembrarti cattivo, indifferente o sprezzante quando ci sono altri attorno a noi, ti prego fin d’ora di perdonarmi, mia piccola. Devo interpretare una parte, e anche tu dovrai fare lo stesso. Basta un passo falso, uno solo, e le nostre teste finiranno ad adornare le mura insieme a quella di tuo padre.»

Sansa annuì: «Mi rendo conto».

«Dovrai essere coraggiosa e forte… e paziente. Questo soprattutto: paziente.»

«Lo sarò» promise lei. «Ma… ti prego… cerca di agire più in fretta che puoi. Ho paura…»

«Anch’io ho paura» ammise ser Dontos con un sorriso vacuo. «Ora è meglio che tu vada, prima che si accorgano che ti sei assentata.»

«Tu non vieni con me?»

«È meglio che non ci vedano insieme.»

Sansa annuì, fece un passo… poi all’improvviso si girò e andò a deporre un rapido bacio sulla guancia di ser Dontos, gli occhi chiusi: «Mio Florian!» sussurrò. «Gli dei hanno ascoltato le mie preghiere…»

Corse per il sentiero lungo il fiume, oltre le cucine piccole, oltre il cortile dei maiali, il suono dei suoi passi frettolosi coperto dai versi degli animali nei loro recinti.

“A casa!” Sansa non poteva pensare ad altro. “Sta per portarmi a casa, per mettermi al sicuro, mio Florian!” Le canzoni su Florian e Jonquil era sempre state le sue preferite. “Pure Florian era brutto, anche se non così vecchio.”

Sansa si precipitò giù per la scalinata a spirale, quando una figura nera emerse da un androne nascosto, come dal nulla. Sansa gli finì dritto addosso, perdendo l’equilibrio. Dita d’acciaio si chiusero attorno al suo polso, evitando che cadesse.

«È una lunga caduta fino al fondo dei gradini a spirale, uccelletto» le disse una voce aspra, raschiante. «Vuoi che ci ammazziamo entrambi?» La risata pareva il suono di una sega strisciata contro la roccia. «Forse è proprio questo che vuoi.»

“Il Mastino!”

«No, mio lord, chiedo scusa, non vorrei mai questo.» Sansa cercò di guardare altrove. Troppo tardi: Sandor Clegane l’aveva riconosciuta. Lottò per divincolarsi: «Ti prego, mi stai facendo male».

«E che ci fa l’uccelletto di Joffrey a caracollare giù per la scalinata a spirale nel mezzo della notte?» Sansa non rispose. Il Mastino la scosse. «Dove sei stata?»

«Al pa-pa-parco degli dei, mio lord.» Sansa non osò mentire. «A pregare… per mio padre e… per il re. Sì, a pregare che non gli succeda niente.»

«Credi davvero che sia ubriaco al punto da crederci?» Clegane la lasciò andare, barcollando leggermente nel raddrizzarsi, il suo volto orrendamente bruciato era un mosaico di luci e di tenebre. «Sembri quasi una donna… la faccia, le tette. E sei anche più alta, quasi… ah, ma sei ancora quello stupido piccolo uccelletto, non è così? E canti le canzoncine che loro ti hanno insegnato… Cantala anche a me, una canzone, perché no? Forza. Canta. Una di quelle belle canzoni su prodi cavalieri e belle fanciulle. A te piacciono i cavalieri, no?»

Le stava facendo paura: «I ve-veri cavalieri, mio lord». «I veri cavalieri, ma certo» la derise lui. «Be’, io non sono lord, né cavaliere. Devo dartele per fartelo capire?» Clegane arretrò e per poco non cadde. «Per gli dei» imprecò. «Troppo vino. Ti piace il vino, uccelletto? Il vero vino? Una caraffa di rosso forte, scuro come il sangue, un uomo non ha bisogno d’altro. Di quello o di una donna.» Rise, scuotendo il capo. «Sono ubriaco come un cane, accidenti a me. Vieni adesso. Torna nella tua gabbia, uccelletto. Ti ci porto io. Ti tengo al sicuro per il re.»

Il Mastino le diede una spinta, in modo stranamente delicato, e la seguì giù per i gradini. Quando arrivarono in fondo, il guerriero sfigurato era tornato a sprofondare in un cupo silenzio, quasi avesse dimenticato che lei era lì.

Allorché raggiunsero il Fortino di Maegor, Sansa sobbalzò nel vedere che adesso c’era ser Boros Blount a sorvegliare il ponte. Il suo elmo bianco si voltò di scatto all’udire il suono dei loro passi. Sansa evitò il suo sguardo. Di tutti i cavalieri della Guardia reale, ser Boros era il peggiore: un uomo terribile e infido, tutto digrignare denti e smorfie malvagie.

«Non è uno di cui devi aver paura, ragazzina.» Il Mastino le pose una mano massiccia sulla spalla. «Dipingi delle righe su un rospo e rimane un rospo: non sarà mai una tigre.»

Ser Boros sollevò la celata: «Ser, dove…».

«Mettitelo su per il culo il tuo ser, Boros. Sei tu il cavaliere, non io. Io sono il cane del re, ricordi?»

«E il re prima lo stava cercando, il suo cane.»

«Il cane era ad abbeverarsi. Toccava a te questa notte proteggerlo, ser. A te e ai miei altri… fratelli.»

Ser Boros si rivolse a Sansa: «Come mai non ti trovi nelle tue stanze a quest’ora, lady?».

«Sono andata nel parco degli dei a pregare per la salvezza di sua maestà il re.» Questa volta la menzogna le venne fuori meglio. Sembrò quasi vera.

«Ti aspettavi forse che potesse dormire con tutto quel baccano?» ribatté Clegane. «Che stava succedendo?»

«Degl’idioti alle porte» ammise ser Boros. «Alcune lingue lunghe hanno messo in giro la voce dei preparativi per la festa di nozze di Tyrek, così quei sacchi di sterco hanno creduto di poter fare festa anche loro. Sua maestà ha guidato una sortita e li ha messi in fuga.»

«Ragazzo coraggioso.» La bocca di Clegane si distorse nel pronunciare queste parole.

“Vedremo quanto sarà coraggioso quando si ritroverà a dover affrontare mio fratello” pensò Sansa. Il Mastino la scortò oltre il ponte levatoio. Nel salire le scale del fortino, Sansa non si trattenne: «Perché permetti alla gente di chiamarti cane? Mentre non permetti a nessuno di chiamarti cavaliere?».

«I cani sono molto meglio dei cavalieri. Il padre di mio padre era mastro dei canili di Castel Granito. In uno degli anni di un autunno, lord Tytos si ritrovò tra una leonessa e la sua preda. Alla leonessa non fregava un cazzo di essere l’emblema dei Lannister e sbranò il cavallo di Tytos… e avrebbe sbranato anche Tytos se mio nonno non fosse arrivato con i mastini. Tre cani morirono prima che il resto del branco la mettesse in fuga, e mio nonno perse una gamba, così Lannister lo ripagò dandogli delle terre e un torrione, e suo figlio divenne suo scudiero. I tre cani sul vessillo dei Clegane rappresentano quei tre che morirono nello scontro con la leonessa, nel giallo dell’erba d’autunno. Un mastino morirà per te, ma non ti mentirà mai. E ti guarderà dritto in faccia.»

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