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L’ombra della maledizione [The Curse of Chalion - it]

Электронная книга - «L’ombra della maledizione [The Curse of Chalion - it]». Краткое содержание книги:

Da una grande maestra della narrativa fantastica, più volte vincitrice del premio Hugo, un potente racconto di mistero, magia e tradimento. Il destino di un cavaliere, della sua stirpe e di un regno tormentato. Provato nel corpo e nello spirito da una lunghissima prigionia, il comandante Lupe dy Cazaril ritorna nel regno di Chalion, in cui aveva servito come paggio, e viene nominato tutore di Royesse, bella e intelligente sorella dell’erede al trono. Ma quell’occasione di riscatto si trasforma presto in un incubo, poiché Cazaril scopre che a corte proprio quegli uomini che lo hanno tradito ora occupano posti di grande potere. E scopre soprattutto che l’intera stirpe di Chalion è gravata da una terribile maledizione, che non può essere annullata se non con la magia più nera…
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Fu Nan dy Vrit a porre fine alla visita, avvertendo i due giovani che era ora di prepararsi per la cena. A passo lento, Teidez attraversò l’anticamera, contemplandosi gli stivali con aria accigliata; ultimamente, il giovane Royse si era fatto alto quasi come il fratellastro Orico e, sebbene il suo corpo fosse ancora muscoloso, il volto rotondo lasciava supporre che potesse diventare altrettanto grasso. Voltate a casaccio le pagine del libro mastro che aveva davanti, Cazaril tornò a intingere la penna nell’inchiostro e sollevò lo sguardo con un sorriso esitante. «Come state, mio signore?» domandò.

Teidez rispose con una scrollata di spalle, ma, arrivato a metà della stanza, si girò di scatto e tornò verso la scrivania di Cazaril, con un’espressione stanca e turbata. Tamburellando sul piano di legno, il giovane abbassò lo sguardo sui mucchi di registri e di documenti. Cazaril incrociò le mani e gli scoccò un’occhiata interrogativa, per incoraggiarlo a parlare.

«A Cardegoss c’è qualcosa che non va, vero?» chiese infine Teidez.

Le cose che non andavano, a Cardegoss, erano così tante che Cazaril non seppe come interpretare quelle parole. «Cosa v’induce a pensarlo?» replicò quindi, con cautela.

«Orico è malato, e non governa come dovrebbe», precisò Teidez, abbozzando uno strano, piccolo gesto troncato sul nascere. «Dorme troppo, quanto un vecchio, ma non è così anziano. Inoltre tutti dicono che ha perso la sua…» Arrossendo, Teidez fece un gesto ancora più vago del precedente. «Be’, sapete cosa intendo… Non si può comportare con una donna come un uomo dovrebbe fare. Non vi è mai venuto da pensare che ci sia qualcosa d’inquietante, in questa sua strana malattia?»

«Siete un acuto osservatore, Royse», temporeggiò Cazaril.

«Anche la morte di Lord Dondo è stata inquietante. Io credo che queste cose siano collegate.»

E ragazzo sta cominciando a riflettere. Bene! «Dovreste esporre le vostre osservazioni a vostro fratello Orico», suggerì Cazaril. «Lui è l’autorità più adeguata a fornirvi spiegazioni.» Provò a immaginare Teidez nell’atto di ricevere una risposta diretta e coerente da Orico, e sospirò. Se Iselle, con tutta la sua appassionata forza di persuasione, non era riuscita a ottenere da lui un comportamento sensato, quali speranze poteva avere Teidez, la cui dialettica era molto più limitata? Orico avrebbe trovato il modo per non rispondere, posto che non riuscisse a mettersi in anticipo nell’impossibilità di farlo.

Tocca forse a me l’onere d’informare il Royse della situazione? No. Non gli era stata concessa l’autorità di rivelare quello che era in effetti un segreto di Stato, e per di più si supponeva che lui stesso ne fosse all’oscuro. Inoltre la notizia dell’esistenza della maledizione del Generale Dorato doveva giungere a Teidez direttamente dal Roya, non suo malgrado o a sua insaputa, onde evitare che la cosa assumesse l’aria di una cospirazione. D’un tratto, Teidez si protese in avanti sul tavolo e lo fissò con occhi socchiusi. Cazaril si rese conto di essere rimasto troppo a lungo in silenzio.

«Lord Cazaril, che cosa sapete?» sibilò il giovane.

So che non possiamo lasciarti nell’ignoranza ancora per molto, pensò lui. E ciò valeva anche per Iselle. «Ve lo spiegherò in seguito, Royse», replicò. «Questa è una cosa di cui non posso parlare stanotte.»

Teidez serrò le labbra e si passò una mano tra i riccioli dorati in un gesto pieno d’impazienza, lo sguardo pervaso d’incertezza, di diffidenza e, così parve a Cazaril, di una strana solitudine. «Capisco», disse soltanto, poi girò sui tacchi e uscì a passo spedito. Quando già si trovava nel corridoio, borbottò: «A quanto pare dovrò provvedere da solo…»

Aveva forse intenzione di parlare con Orico? Be’, in tal caso, Cazaril lo avrebbe preceduto. E, se necessario, avrebbe chiesto il sostegno di Umegat. Deposte le penne nel loro contenitore, chiuse i registri e si alzò, traendo un profondo respiro per resistere alla fitta di dolore causata da quel movimento improvviso.

Un colloquio con Orico era più facile da decidere che da ottenere. Credendo che lui fosse un ambasciatore inviato da Iselle per insistere con la sua proposta di matrimonio ibrana, il Roya prese a evitare Cazaril e incaricò il suo maggiordomo personale di allontanarlo adducendo una dozzina di scuse diverse. La cosa venne poi resa ancora più difficile dalla necessità che quella conversazione si svolgesse in privato, soltanto tra loro due, e senza interruzioni. Di conseguenza, dopo cena, Cazaril stava percorrendo il corridoio, proveniente dalla sala dei banchetti e intento a riflettere sul modo migliore per intrappolare la sua regale preda quando un colpo battutogli sulla spalla lo fece girare parzialmente su se stesso.

Nel sollevare lo sguardo, Cazaril sentì morirgli sulle labbra le parole di scusa con cui era stato sul punto di giustificare la propria goffa distrazione, quando vide che la persona contro cui era andato a sbattere era Ser dy Joal, uno dei bravacci al servizio di Dondo, ora rimasto privo d’impiego… il che lo indusse a chiedersi cosa stessero facendo ultimamente quei loschi figuri per guadagnarsi da vivere, e se fossero passati al servizio del fratello di Dondo. Notando che dy Joal era accompagnato da uno dei suoi compari, sogghignante in volto, e da Ser dy Maroc, che appariva invece accigliato e a disagio, Cazaril corresse poi la propria impressione iniziale, rendendosi conto che era stato dy Joal, i cui occhi scintillavano ora di un bagliore guardingo alla luce delle candele appese alle pareti, a urtare lui e non viceversa.

«Goffo bue!» ringhiò dy Joal, in tono un po’ troppo fasullo. «Come osi spintonarmi per passare per primo dalla porta?»

«Chiedo scusa, Ser dy Joal», rispose Cazaril. «Ero assorto nei miei pensieri.»

Poi accennò un inchino e fece per aggirare il giovane bravaccio, ma dy Joal fu pronto a spostarsi di lato per bloccargli il passo, spingendo indietro al contempo la sopravveste in modo da esporre l’impugnatura della spada. «Io dico che mi avete spintonato. Adesso intendete anche darmi del bugiardo?»

Ah, si tratta di un’imboscata, pensò Cazaril, immobilizzandosi. «Cosa volete, dy Joal?» domandò, in tono stanco.

«Siete testimoni!» esclamò dy Joal, indicando verso il suo compare e dy Maroc. «Mi ha spintonato.»

«Sì, l’ho visto», fu pronto a rispondere il suo amico, mentre dy Maroc si mostrò assai più incerto riguardo al comportamento da tenere.

«Intendo sfidarvi a duello per il vostro affronto, Lord Cazaril!» continuò dy Joal.

«Questo lo vedo da me», ribatté seccamente Cazaril, chiedendosi se si trattasse soltanto di stupidità indotta dal troppo vino bevuto, o invece della forma di assassinio più semplice che esistesse al mondo. Un duello al primo sangue, pratica approvata e sfogo per i bollori ardenti delle giovani teste calde che frequentavano la corte, seguito da un: «La spada mi è sfuggita al controllo, lo giuro sul mio onore! Si è infilzato da sé», il tutto appoggiato da quanti più testimoni la persona in questione poteva permettersi di pagare.

«Intendo avere tre gocce del vostro sangue per cancellare quest’offesa», insistette dy Joal, pronunciando l’abituale formula di sfida.

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