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Il regno dei lupi. La regina dei draghi. [A Clash of Kings - it]

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Nel secondo capitolo della saga delle “Cronache del ghiaccio e del fuoco” una rossa cometa apparsa nel cielo dei Sette Regni sembra annunciare tremende sciagure. La lunga estate dell'abbondanza sta per finire, mentre quattro pretendenti, in aperta guerra gli uni contro gli altri, si contendono il Trono di Spade.
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Era ancora del tutto sveglia quando udì le grida. Lontane, al principio, poi via via sempre più vicine. Molte voci che urlavano tutte insieme. Non riuscì a distinguere che cosa dicessero. E c’erano anche scalpitare di cavalli, pestare di stivali, comandi gridati in modo perentorio. Si accostò cautamente alla finestra e vide degli uomini che correvano sulla sommità delle mura muniti di torce e armati di picche. “Torna a letto” si disse Sansa. “Non è nulla che ti riguardi, solo altri disordini in città.” Ultimamente, attorno ai pozzi del castello si parlava solo delle sommosse in città. La gente scappava dalla guerra cercando rifugio ad Approdo del Re, e molti non avevano altro modo per sopravvivere se non rapinando e assassinando. “Va’ a letto…”

Ma quando guardò di nuovo, il cavaliere bianco se n’era andato e il ponte che attraversava il fossato senz’acqua era abbassato ma privo di difesa.

Senza nemmeno pensare, Sansa corse al guardaroba. “Oh, ma che cosa sto facendo?” si domandò, ma continuò a vestirsi in fretta. “Questa è una follia.” Sulle mura esterne, poteva vedere le fiamme di molte torce. Che Stannis e Renly, alla fine, fossero arrivati a uccidere Joffrey e a riprendersi il trono di loro fratello? Ma se così fosse stato, le guardie avrebbero alzato il ponte levatoio, isolando il Fortino di Maegor dal resto della Fortezza Rossa. Sansa si gettò sulle spalle una semplice cappa grigia e prese il coltello che usava per tagliare la carne. “Se è una trappola, meglio morire che permettere che continuino a farmi del male.” Nascose la lama sotto il mantello.

Nel momento in cui scivolò fuori, nella notte, una colonna di armigeri dai mantelli porpora corse pesantemente verso le mura esterne. Sansa attese che fossero passati prima di lanciarsi di corsa lungo il ponte levatoio sguarnito. Nel cortile, altri armati si stavano affibbiando i cinturoni delle spade e sellando i cavalli. In prossimità delle stalle, Sansa notò ser Preston e tre altri cavalieri della Guardia reale, le loro cappe bianche splendenti come la luna mentre aiutavano Joffrey a indossare l’armatura. Alla vista del re, Sansa sentì il cuore in gola, ma lui non la vide, per fortuna: stava urlando che gli portassero la spada e la balestra.

Sansa scivolò ancora più in profondità nel maniero, il clamore che si smorzava dietro di lei. Non osò guardarsi alle spalle, nemmeno per un istante, nel timore che Joffrey potesse averla vista o, addirittura peggio, che la stesse inseguendo. La scalinata a spirale saliva poco più in là, i gradini di pietra tagliati in obliquo dalle deboli lame di luce proiettate dalle strette finestre più in alto. Sansa aveva il respiro corto quando raggiunse la cima. Corse lungo un colonnato avvolto dalle ombre, appiattendosi con la schiena contro il muro per riprendere fiato. Qualcosa strisciò contro la sua gamba e Sansa sobbalzò, terrorizzata. Un gatto, era solamente un gatto nero e spelacchiato, con un’orecchia mozza. L’animale le soffiò, poi corse via.

Quando finalmente raggiunse il parco degli dei, i rumori degli uomini d’arme si erano affievoliti in un rumore smorzato di metallo e di grida lontane. Sansa si strinse nella cappa. L’aria del giardino sacro era ricca degli odori della terra e delle foglie. “A Lady sarebbe piaciuto questo posto.” C’era sempre qualcosa di selvaggio in ogni parco degli dei; perfino in questo, situato nel cuore del castello nel cuore della città, era come se gli dei stessero osservando con i loro mille occhi invisibili.

Sansa aveva preferito gli dei di sua madre rispetto a quelli di suo padre. Aveva amato le loro statue, le immagini di vetro colorato, la fragranza dell’incenso, i septon con le loro tonache e i loro cristalli, la cangiante meraviglia degli arcobaleni sopra altari intarsiati di madreperla, di onice e lapislazzuli. Eppure non poteva negare che il parco degli dei era pervaso da un certo potere, specialmente di notte. “Aiutatemi. Mandatemi un amico, un vero cavaliere che si schieri per me…”

Si spostò da un albero all’altro, la corteccia scabra dei tronchi sotto le sue dita. Le foglie le accarezzavano il viso. Era arrivata troppo tardi? Lui non poteva essersene andato così presto… Ma c’era mai stato, là? Doveva rischiare di chiamare ad alta voce? Era tutto così quieto…

«Temevo non saresti venuta, piccola.»

Sansa roteò su se stessa. Un uomo emerse dalle ombre, un uomo dalla corporatura tozza, dal collo corto e dal passo incerto. Indossava un mantello grigio con il cappuccio sollevato. Per un fugace momento, la luce della luna sfiorò la sua faccia. Sansa notò la pelle chiazzata, malsana, percorsa dall’intrico di sottili vene violacee.

«Ser Dontos!» esclamò Sansa in un soffio, il cuore spezzato. «Sei tu?»

«Sì, mia lady.» Quando le si avvicinò, Sansa si sentì investire da una zaffata del suo alito graveolente di vino. «Io.» Allungò una mano verso di lei.

«No! Non farlo!» Sansa fece un salto all’indietro, la mano che s’infilava sotto la cappa alla ricerca del coltello. «Che cosa… cosa vuoi da me?»

«Solo aiutarti. Come tu hai aiutato me.»

«Sei ubriaco, non è vero?»

«Solo una coppa di vino, per farmi coraggio. Se mi prendono, mi scuoiano.»

“E che cosa faranno a me?” Sansa si ritrovò di nuovo a pensare a Lady. La sua meta-lupa era in grado di percepire la menzogna, ma ormai Lady era morta, abbattuta da suo padre, a causa di Arya. Sansa estrasse il coltello e lo protese davanti a sé, impugnandolo a due mani.

«Hai intenzione di pugnalarmi?» domandò ser Dontos.

«Sono pronta a farlo. Dimmi chi ti manda.»

«Nessuno mi manda, dolce lady. Te lo giuro sul mio onore di cavaliere.»

«Di cavaliere?» Joffrey aveva decretato che ser Dontos non lo era più, un cavaliere, ma solo un giullare, ancora più in basso di Ragazzo di luna. «Ho pregato gli dei perché un cavaliere venisse a salvarmi. Ho pregato e pregato. Come hanno potuto mandarmi uno stolto vecchio ubriacone ridotto a giullare?»

«Questo, credo di meritarmelo… Lo so che è strano, ma… tutti quegli anni che sono stato cavaliere, in realtà ero solo un giullare. E adesso che lo sono veramente penso… ecco, io penso che da qualche parte dentro di me riuscirò a trovare la forza di essere di nuovo un cavaliere, dolce lady. Ed è stato tutto merito tuo, della tua grazia, del tuo coraggio. Tu mi hai salvato, e non solo da Joffrey. Anche da me stesso.» La sua voce s’incrinò. «I cantastorie narrano di un altro giullare, il quale fu il più grande di tutti i cavalieri…»

«Florian» disse Sansa in un sussurro. Sentì un brivido correrle giù per la schiena.

«Dolce lady, lascia che io sia il tuo Florian» disse Dontos con umiltà. Poi cadde in ginocchio davanti a lei.

Lentamente, Sansa abbassò la lama. Aveva l’impressione di essere come senza peso, quasi stesse fluttuando nel vuoto. “È una pura follia fidarmi di questo ubriacone. Ma se rinuncio adesso… avrò mai un’altra possibilità?”

«In che modo… in che modo intendi portarmi via?»

«Farti uscire dal castello sarà la parte più difficile.» ser Dontos levò lo sguardo su di lei. «Ma una volta fuori, ci sono navi che ti riporteranno a casa. Devo solo trovare i soldi e prendere accordi, questo è tutto.»

«Non potremmo andare adesso?» Sansa osò sperare.

«Questa notte? No, mia lady, temo proprio di no. Prima devo trovare il modo per farti uscire dalla Fortezza Rossa, quando sarà il momento giusto. Non sarà cosa facile, né rapida. Loro sorvegliano anche me.» Si passò nervosamente la lingua sulle labbra. «Non vuoi mettere via quel coltello?»

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