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Crocevia del crepuscolo

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Crocevia del crepuscolo
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Infine Elsie le porse il suo mantello orlato di pelliccia con una riverenza, e lei se lo drappeggiò frettolosamente attorno alle spalle. Un fuoco ardeva nel caminetto di pietra, ma la stanza non era affatto calda e di recente sembrava che lei non riuscisse a ignorare il freddo in modo affidabile. La ragazza si mosse a scatti mentre chiedeva se potesse andare a chiamare degli uomini per portar giù i bauli, se così piaceva a Sua Maestà. La prima volta che l’aveva chiamata a quel modo, Elayne le aveva spiegato con gentilezza che non era ancora regina, ma Elsie sembrava terrorizzata all’idea di rivolgersi a lei semplicemente come ‘mia signora’ o perfino come ‘principessa’, anche se in verità quest’ultimo appellativo era considerato molto antiquato. Appropriato o no, di solito Elayne era compiaciuta di udire qualcuno riconoscere il suo diritto al trono, ma stamattina era troppo stanca per non essere ansiosa di rimettersi in viaggio. Reprimendo uno sbadiglio, disse bruscamente a Elsie di andare a prendere gli uomini e di fare in fretta, poi si diresse verso la porta a pannelli. La ragazza accorse a spalancargliela, cosa per cui ci volle più tempo che non se l’avesse fatto da sola, con una riverenza prima di aprirla e ancora un’altra dopo. Le sue gonne di seta divise frusciarono furiosamente l’una contro l’altra mentre incedeva fuori dalla camera infilandosi i suoi guanti rossi per cavalcare. Se Elsie l’avesse fatta ritardare di un altro secondo ancora, pensava che si sarebbe messa a urlare.

Fu la ragazza a strillare, però, prima che Elayne avesse fatto tre passi, un grido terrorizzato che pareva esserle stato strappato di gola. Il mantello svolazzò mentre Elayne ruotava su sé stessa, abbracciando la Vera Fonte, sentendo la pienezza di saidar fluire attraverso di lei. Elsie era in piedi sulla striscia di tappeto che correva nel mezzo delle mattonelle marrone pallido, con lo sguardo fisso dall’altra parte lungo il corridoio ed entrambe le mani premute sulla bocca. Due corridoi che si intersecavano si aprivano in quella direzione, ma non c’era nessuno in vista.

«Cosa c’è, Elsie?» domandò Elayne. Era già sul punto di formare diversi flussi, da una semplice rete d’aria a una palla di fuoco che avrebbe demolito metà delle pareti di fronte a lei e, dato il suo umore attuale, voleva usarne uno, vibrare colpi col Potere. Di recente il suo stato d’animo era a dir poco incostante.

La ragazza si guardò alle spalle, tremante, e se i suoi occhi prima erano stati stralunati, ora le sporgevano dalle orbite. Le sue mani rimanevano serrate sopra la bocca, come per impedire un altro urlo. Coi capelli e gli occhi scuri, alta e dal seno prosperoso nella livrea grigia e blu della casata Matherin, non era proprio una ragazzina – Elsie poteva avere quattro o cinque anni più di lei – ma il modo in cui si comportava rendeva difficile pensare a lei altrimenti.

«Cosa c’è, Elsie? E non dirmi che non era nulla. Pare che tu abbia visto un fantasma.»

La ragazza trasalì. «E così» disse con tono tremante. Il fatto che non avesse aggiunto alcun titolo per Elayne mostrava proprio quanto fosse spaventata. «Lady Nelein, la nonna di lord Aedmun. Morì quand’ero piccola, ma ricordo che perfino lord Aedmun stava attento a non farla andare in collera, e le domestiche erano solite fare un balzo se lei le guardava, e anche le lady, e perfino i lord. Tutti avevano paura di lei. Era proprio lì di fronte a me, e mi squadrava con un’aria così furiosa...» Si interruppe e arrossì quando Elayne rise. Era più che altro una risata di sollievo. L’Ajah Nera in qualche modo non era riuscita a seguirla nella residenza di lord Aedmun. Non c’erano assassini ad attenderla coi coltelli in pugno, né Sorelle leali a Elaida che volevano trascinarla di nuovo a Tar Valon. Alle volte sognava cose del genere, quasi tutte nello stesso sogno. Lasciò andare saidar, riluttante come sempre, piena di rammarico mentre quella pienezza di gioia e vita defluiva da lei. Matherin la appoggiava, ma Aedmun avrebbe potuto offendersi se lei avesse ridotto in rovina metà della sua magione.

«I morti non possono fare del male ai vivi, Elsie» disse in tono gentile. Ancor più gentile poiché aveva riso, per quanto avrebbe voluto assestare un bello scapaccione a quella sempliciotta. «Non sono più di questo mondo e non possono toccare nulla in esso, incluse noi.» La ragazza annuì e si profuse in un’altra riverenza, ma, a giudicare dalle dimensioni dei suoi occhi e dal tremolio delle sue labbra, non era affatto convinta. Elayne non aveva tempo per coccolarla, però. «Va’ a chiamare gli uomini per i miei bagagli, Elsie,» le disse con fermezza «e non preoccuparti dei fantasmi.» Con un’altra riverenza ancora, la ragazza schizzò via, la testa che ruotava attorno con fare ansioso nel caso lady Nelein fosse balzata fuori dalle pareti a pannelli. Fantasmi! Quella sciocca ragazza era davvero una sempliciotta!

Matherin era una casata antica, anche se non grande o potente, e la scalinata principale che conduceva nell’atrio della residenza era ampia e fiancheggiata da ringhiere di marmo. L’atrio stesso era uno spazio molto vasto, con piastrelle grigie e blu e lampade a olio fornite di specchi che pendevano da catene assicurate al soffitto venti piedi più in alto. Non c’era nulla di dorato o anche leggermente intarsiato, ma forzieri e armadietti intagliati in modo decorativo erano addossati alle pareti della sala e su una di esse erano in bella mostra due arazzi. Uno rappresentava uomini a cavallo a caccia di leopardi, un’occupazione rischiosa nella migliore delle ipotesi, e l’altro raffigurava le donne della casata Matherin che offrivano una spada alla prima regina di Andor, un evento che la casata ricordava con orgoglio e che poteva essere successo per davvero o meno.

Aviendha era già da basso, che camminava su e giù per il salone in modo irrequieto, e al vederla Elayne emise un sospiro. Avrebbero condiviso una camera, se ciò non avesse potuto sottintendere che Matherin non era in grado di provvedere in modo adeguato a due ospiti importanti, ma Aviendha non riusciva proprio a comprendere che più la casata era piccola, maggiore era il suo orgoglio. Spesso le casate minori possedevano poco altro. Avrebbe dovuto comprendere l’orgoglio, dato che ci mancava poco che lei stessa irradiasse forza e una fiera superbia. Con la schiena dritta e ancora più alta di Elayne, uno spesso scialle scuro drappeggiato sopra la sua pallida blusa e sulla testa una sciarpa grigia ripiegata per tenere indietro i lunghi capelli rossicci, era la vera immagine di una Sapiente nonostante avesse soltanto un anno più di Elayne. Le Sapienti in grado di incanalare apparivano spesso più giovani della loro vera età, e Aviendha ne aveva anche la dignità. In questo momento, perlomeno, anche se loro due ridacchiavano insieme piuttosto spesso. Certo, i suoi unici gioielli erano una lunga collana d’argento kandori, una spilla d’ambra a forma di tartaruga e un ampio braccialetto d’avorio, mentre le Sapienti indossavano sempre bracciali e collane in grandi quantità, ma Aviendha non era ancora una Sapiente, solo una semplice apprendista. Elayne non aveva mai pensato che Aviendha potesse essere ‘semplice’, ma questo fatto presentava dei problemi ogni tanto. A volte credeva che le Sapienti considerassero anche lei una qualche sorta di apprendista, o quantomeno una studentessa. Un pensiero sciocco, doveva riconoscerlo, ma a volte... Mentre Elayne raggiungeva la base delle scale, Aviendha si aggiustò lo scialle e chiese: «Hai dormito bene?» Il suo tono era sereno, ma l’ansia si annidava attorno ai suoi occhi verdi. «Non ti sei fatta mandare del vino per aiutarti a dormire, vero? Mi sono assicurata che fosse annacquato, quando abbiamo mangiato, ma ti ho vista guardare la caraffa.»

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